27°/la calunnia – 1994: le confessioni d’inquisiti, hanno travolto Parlamento, ministri, magistrati, Forze Armate, servizi segreti

Bread line 1932

Nella sezione Storia del mio blog https://leorugens.wordpress.com/ inauguro il racconto dello stato dell’arte dell’Italia del 1994.
In quell’anno sale al potere Silvio Berlusconi che, da quella posizione dominante, di fatto, non è più sceso. Tanto meno il Paese si è liberato del berlusconismo e dei suoi sostenitori. Comincio con il pubblicare che illustrano, fornendo dati, a che punto fosse l’Italia dopo la cosidetta Operazione Mani Pulite.
Avrò come collaboratori in questo sforzo che spero serva soprattutto ai più giovani, firme eccellenti. In realtà, semplicemente, ho fatto una selezione di “ragionamenti”, che venivano proposti sui giornali in quei momenti drammatici.
L’Italia del ’94 appare un Paese con contraddizioni e ambiguità, con forti tensioni, con incertezza diffusa, con scoramenti, ma anche con volontà di cambiamenti radicali.

Ai pochi lettori del blog farsi un’opinione sulla portata di quei mutamenti vagheggiati, sulle occasioni mancate, e soprattutto, sui gattopardi traditori della Patria.
Il noto giornalista Paolo Graldi ci riassume così il 1993, l’anno degli scandali a catena.
Le inchieste giudiziarie, ma soprattutto le confessioni d’inquisiti, hanno travolto Parlamento, ministri, magistrati, Forze Armate, servizi segreti, e non hanno risparmiato né sacerdoti, né giornalisti. Non è stata solo Tangentopoli, ad affossare la prima Repubblica. Dalle pieghe di indagini, talvolta vecchissime, su lontani episodi di corruzione o di connivenza, sono rispuntati i fantasmi di Moro e Pecorelli. E non è stata (solo) una banale storia di mazzette a mettere fuori gioco personaggi come Giulio Andreotti, Scotti, Gava. È come se, d’un tratto, si fossero materiaIizzate tutte le ombre che hanno accompagnato il Paese per decenni, dando una spiegazione a episodi oscuri e a quegli intrecci tra poteri legali e occulti troppo spesso intuiti, ma mai sufficientemente dimostrati.

E sono cadute migliaia di teste. Quattromilaseicento arresti, per la sola Tangentopoli, ormai al suo secondo anno di vita; oltre 25.000 inquisiti; una decina di suicidi, due quelli illustri: Gabriele Cagliari e, qualche giorno dopo, Raul Gardini. Centinaia i parlamentari coinvolti nelle inchieste per concussione (157), corruzione (207), finanziamento illecito ai partiti (296), falso in bilancio, ricettazione (95), abuso d’ufficio (46). Sono i rappresentanti eletti in buona parte delle regioni italiane, nelle liste di quasi tutti i partiti. Il primato spetta a Lombardia (155 avvisi di garanzia), Campania (98), Lazio (60), Piemonte (56), Sicilia (36). Appena un anno fa, un anno dopo l’arresto, a Milano, di Mario Chiesa, si prevedeva che le inchieste di Mani Pulite non avrebbero portato a più di mille ordini di custodia cautelare in carcere. Una previsione abbondantemente superata, ma che all’epoca teneva conto solo di episodi minimi di corruzione, di mazzette da pochi milioni pagate per facilitare l’aggiudicazione degli appalti. I magistrati, che pure avevano già chiesto l’incriminazione di Craxi e Citaristi, non avevano ancora messo le mani sull’affare Enimont, che sarebbe scoppiato da lì a poco: la maxitangente da 150 miliardi pagata da Gardini ai politici perché non ostacolassero la vendita del colosso della chimica, del quale lui deteneva il pacchetto di controllo, e facilitassero l’approvazione del decreto sulla riduzione degli oneri fiscali.

Gardini ha preferito la morte all’onta del carcere, e si è suicidato a luglio, alla vigilia del suo arresto. Solo oggi, molto lentamente, i giudici milanesi stanno ricostruendo la destinazione di quel denaro, finito – attraverso disinvolte operazioni finanziarie – sui conti cifrati di banche svizzere e lussemburghesi. Una mano l’ha data Carlo Sama, cognato di Gardini, che ha fatto i nomi dei destinatari della tangente; un’altra Sergio Cusani, faccendiere dell’imprenditore ravennate, che nomi, nonostante una lunga detenzione, continua a non fame. Indagando sull’affare Enimont i giudici hanno dovuto fare i conti con un aspetto non certo secondario del sistema di corruzione: il riciclaggio del denaro «grigio», quello che, cioè, non è frutto né del traffico di droga o di armi, né dell’evasione fiscale. Accanto alla Svizzera, la «lavanderia» per eccellenza, spunta il Lussemburgo che, malgrado appartenga all’Unione Europea, continua ad offrire garanzie di segretezza e copertura ai suoi clienti. Le richieste di rogatoria sono rimaste inevase. Scandalo nello scandalo, non è possibile sapere con certezza, ed ufficialmente, che fine abbia fatto tutta la mazzetta Enimont.

Mancano all’appello, ad esempio, i soldi che sarebbero finiti nelle mani degli ex segretari del Psi, Bettino Craxi (75 miliardi) e Arnaldo Forlani (35 miliardi). Si sa che, dopo essere transitati per lo lOR, la banca vaticana che fu coinvolta anche nel crak del Banco Ambrosiano, sono finiti su due banche svizzere e, soprattutto sulla Bil del Lussemburgo. A detta di Francesco Pacini Battaglia, banchiere della Karfinco di Ginevra e testimone al processo Cusani, il denaro di quella tangente – ma comunque buona parte delle mazzette di Tangentopoli – è stato successivamente reinvestito nel circuito della speculazione internazionale.

Di fronte alle acrobazie finanziarie del gruppo Ferruzzi, scompaiono le vicende Cogefar e Olivetti, i due colossi dell’imprenditoria nazionale ugualmente coinvolti nelle vicende di Tangentopoli.
Per i gruppi che fanno capo alla Fiat e a De Benedetti (che è stato arrestato e scarcerato, in autunno, nella stessa giornata) si è trattato di un «banale» finanziamento ai partiti, pur se consistente.
Di tutt’altro spessore «morale», per così dire, è invece la vicenda sanità, ovvero la Poggiolini story, cha ha trascinato nel fango anche il ministro della Sanità, Franco De Lorenzo: una truffa ai danni degli ammalati fruttata 15.000 miliardi in dieci anni. Uno scandalo che ha portato anche alla morte misteriosa di uno dei componenti del Cuf-farmaci, Vittoria, e sfiorato il Nobel Rita Levi Montalcini.
Sembrava, invece, una «banale» inchiesta per corruzione quella sulle Partecipazioni Statali. Ma prima ancora che i giudici romani iniziassero ad approfondirne il ruolo nella vicenda Enimont, il direttore generale del ministero, Sergio Castellari, grand commis dello Stato e grande amico di Giulio Andreotti fu trovato morto.
Fu a lui, non ancora toccato dall’inchiesta dei giudici palermitani sulle collusioni tra Cosa Nostra e i politici romani, che Castellari si rivolse prima di ammazzarsi. Un’altra morte poco chiara, come per Vittoria, sia nella dinamica del suicidio, sia nelle sue motivazioni.

E il ruolo di Andreotti? Non è mai stato chiarito a sufficienza, ma è certo che allora, nel febbraio del ’93, è diventato chiaro a tutti che la carriera del «Divo Giulio» era ormai, definitivamente avviata verso un inglorioso tramonto. Appena tre mesi dopo, infatti, il senatore a vita viene indagato per concorso in omicidio: quello di Mino Pecorelli, direttore di OP, ucciso nel marzo del ’79. Pecorelli aveva dedicato ad Andreotti un numero mai uscito della sua rivista dal titolo di copertina «Gli assegni del presidente» (relativo ad un versamento che alla corrente andreottiana avrebbe fatto un gruppo industriale). Con i collaboratori più stretti dell’ex presidente del Consiglio (il governo di unità nazionale era caduto due mesi prima) Pecorelli – in base alla sua agenda aveva contatti: vi erano segnati molteplici incontri con l’allora sostituto procuratore Claudio Vitalone, con Franco Evangelisti, con Ciarrapico e i fratelli Caltagirone. Alcuni pentiti di mafia hanno confessato che il giornalista – tessera P2, molto vicino ad alcuni uomini dei servizi segreti, era stato ucciso per ordine dei cugini Salvo di Salemi e per fare un favore ad Andreotti, che si sentiva ricattato da Pecorelli. Una tegola dopo l’altra: un mese dopo arriva un nuovo avviso di garanzia per il senatore a vita, questa volta per concorso in associazione mafiosa. Lo firmano i giudici di Palermo sulla base delle accuse di due pentiti di mafia, tra i quali Baldassarre Di Maggio, ex autista di Totò Riina, che sostiene di averlo visto in compagnia del capo di Cosa Nostra e di essere entrato nel suo studio. Un avviso di garanzia anche a Corrado Carnevale, il presidente della prima sezione della Corte di Cassazione, il giudice «ammazzasentenze» che, secondo molti pentiti di mafia avrebbe «aggiustato» i processi che erano finiti con le condanne.

È l’autunno del ’93, e stanno cominciando a vacillare non solo le segreterie dei più influenti politici italiani, ma addirittura i vertici delle istituzioni. Donatella Di Rosa, moglie di un tenente colonnello dell’Aeronautica, amante di un generale, amica di capi di Stato maggiore e bombaroli neri, denuncia un tentativo di golpe al quale avrebbe lei stessa partecipato assieme a marito, amante, amici e bombarolo. Cadono le teste delle stellette, prima tra tutte quella di Franco Monticone, che ammette la relazione con la giovane friulana, ma nega il tentativo di colpo di Stato. La Procura militare di Roma, crede ad una parte delle rivelazioni della donna e apre un’inchiesta su un presunto traffico di armi nel quale sarebbero coinvolti tutti i presunti golpisti. Fa storia a sé la vicenda di Gianni Nardi, estremista di destra morto nel 1977 a Palma di Majorca ma, secondo Donatella, vivo e vegeto. Solo da alcune settimane è stato autorizzato l’esame del Dna sui resti del cadavere sepolto in Spagna. La Di Rosa, una sorta di Mata Hari casereccia, fascinosa e logorroica, ha fatto riaprire anche altri fascicoli ormai pronti per l’archiviazione; come quello, ad esempio, sulla strage di Brescia.

Maturava, nel frattempo, la bomba del 3 novembre – lo scandalo Sisde, che ha travolto tre ministri dell’Interno, prefetti, funzionari dei Servizi e toccato il presidente della Repubblica – innescata verso la fine del ’92. Il sostituto procuratore di Roma, Antonino Vinci, titolare dell’inchiesta sui «palazzi d’oro», spulciando tra i depositi bancari di un’agenzia della Carimonte, si era imbattuto nei conti correnti di cinque funzionari del Sisde. Maurizio Broccoletti, Gerardo Di Pasquale, Michele Finocchi, Antonio Galati e Rosa Maria Sorrentino disponevano complessivamente di 14 miliardi. Di Pasquale e Finocchi erano anche titolari di un’agenzia di viaggi, la «Miura travel», sul cui fallimento stava indagando un altro pm della Procura di Roma, Leonardo Frisani. I cinque 007 titolari dei conti miliardari erano stati interrogati da Vinci e fornirono la stessa versione, confermata dal loro ex capo Riccardo Malpica: quei soldi erano del Sisde, i conti correnti erano del Servizio, i soldi erano stati trasferiti a loro nome per motivi di «copertura». Ad aprile del ’93 era scoppiata la polemica tra il capo del servizio segreto civile, Angelo Finocchiaro e il suo predecessore Alessandro Voci, che lo accusava di aver fatto pressioni su di lui perché avallasse la versione dei cinque funzionari.

A giugno gli «uomini d’oro del Sisde» erano stati formalmente accusati di peculato, veniva firmato l’ordine di custodia cautelare nei confronti di Broccoletti; il Gip si riservava di decidere su Galati, Di Pasquale, Finocchi e Sorrentino; a Riccardo Malpica era stato inviato un avviso di garanzia. Pochi giorni dopo Angelo Finocchiaro, che non aveva ricevuto nessun avviso di garanzia, veniva interrogato; Malpica aveva confermato la versione dei «conti di copertura». Ma il 19 luglio furono firmati gli ordini di custodia cautelare a carico di Galati, Di Pasquale, Finocchi e Sorrentino che cambiarono la versione: quei soldi depositati sui conti della Carimonte non erano del Sisde, ma personali. Erano i soldi dati in premio dai capi del Servizio per il lavoro svolto. La svolta vera, quella che apre le porte allo scandalo, ad ottobre, quando i magistrati romani trovarono altri conti correnti intestati ai cinque funzionari: complessivi 50 miliardi depositati su banche di San Marino e un considerevole patrimonio immobiliare. A quel punto Broccoletti, per difendere la tesi che quei soldi erano il corrispettivo di normali premi dati ai funzionari e prelevati dai fondi riservati del Sisde, fa i nomi delle altre persone che avrebbero beneficiato dei «regali»: Finocchiaro e «alte personalità politiche». Dopo le clamorose rivelazioni vengono firmati nuovi ordini di custodia cautelare. I cinque funzionari del Sisde sono irreperibili, finisce invece in manette Riccardo Malpica che cambia registro: la versione dei «conti di copertura» è falsa; fu concordata dai vertici per evitare lo scandalo. Ancora due giorni e si costituisce Galati.
Ai giudici consegna documenti riservati (i rendiconti delle spese effettuate dai fondi riservati) che, secondo il regolamento del Sisde avrebbero dovuto essere distrutti. È il 3 novembre quando le indiscrezioni sulle confessioni di Galati toccano ancora una volta Mancino e poi Scalfaro. Il funzionario del Sisde avrebbe raccontato che tutti i ministri dell’ Interno dall ’82 al ’92, ad eccezione di Amintore Fanfani – e quindi Scalfaro, Gava, Scotti e Mancino – avrebbero avuto premi mensili di 100 milioni.

Dure le smentite di ministro ed ex responsabili del Viminale. Il presidente Scalfaro alle 22,30, attraverso le reti Rai e Fininvest, legge un messaggio alla nazione: 7 minuti in cui denuncia il tentativo di destabilizzazione delle istituzioni democratiche fatto prima attraverso le bombe (Firenze, Roma, Milano), poi con le calunnie.
Da quel giorno è un susseguirsi di rivelazioni, confessioni, denuncie.
I ministri dell’Interno, ad eccezione di Mancino, finiscono tutti indagati. Scalfaro non viene toccato, ma solo perché è il Presidente della Repubblica e, in quanto tale, non è imputabile. L’inchiesta non risparmia, invece, Adolfo Salabè, architetto di fiducia del Sisde e del Quirinale, amico di Marianna Scalfaro. Dei funzionari sotto inchiesta, Broccoletti – arrestato a Montecarlo – è ancora in carcere e continua a difendersi accusando. Ora, a conferma della bontà della sua versione, ha chiamato a testimoniare le sue stesse «vittime»: tutti i ministri dell’Interno, compreso Scalfaro”.

Ve lo immaginate affidarsi a qualcuno che dal Centro Situazioni del Quirinale, dal Ministero degli Esteri, dalla Sala situazioni dello Stato Maggiore della Difesa, non è in grado di rispondere al Capo dello Stato su cose stesse succedendo a Berlino la notte della caduta del Muro?

Così racconta Cossiga e non Grani:
“La notte della caduta del Muro di Berlino, ero presidente della Repubblica, la mia famiglia era negli Stati Uniti. Ero in casa con un cameriere e due agenti della sicurezza che mi facevano compagnia. Guardavo la tv quando ci fu l’annuncio che qualcosa stava accadendo a Berlino. Fui preso dall’emozione. E poi dai ricordi. Crollava un muro che avevo visto costruire. Letteralmente. Nel 1961, quando cominciarono a tirarlo su per dividere la Berlino orientale da quella occidentale, io ero Iì, intruppato, oggi si direbbe embedded, con gli amici della carovana elettorale di Eisenhower. Ho visto con i miei occhi trasportare e issare quei blocchi di cemento e sono anche stato uno dei primi ad attraversarlo, quel muro. Da qualche parte conservo ancora qualche filmino in bianco e nero, ma lo dico senza alcuna nostalgia. Anzi.
Alle prime notizie da Berlino, chiamai il Centro Situazioni del Quirinale, che allora, ma forse ancora oggi, era sistemato in un caveau. Non sapevano nulla. Chiamai il Ministero degli Esteri e il risultato fu lo stesso. Chiamai allora la sala situazioni dello Stato Maggiore della Difesa ed ebbi ancora risposte vaghe. Mi decisi, infine, a sentire direttamente il nostro Ambasciatore presso la DDR.
Si chiamava Indelicato ma era, a dispetto del nome, una cortesissima persona. «Guardi» mi disse «in effetti qualcosa sta avvenendo, ma non so ancora bene cosa. Ho mandato sul posto il mio ministro consigliere e il mio addetto militare per vedere con i loro occhi. Le farò sapere.» Mi telefonò mezz’ora dopo: «È tutto finito» disse. «Come sarebbe a dire è tutto finito?» insistetti. L’ambasciatore chiarì subito: «Un quarto d’ora fa, nel corso di una conferenza stampa, il sottosegretario alla Sicurezza ha detto che da quel momento si sarebbe potuto andare e venire dal Muro. E ora c’è una confusione indescrivibile. Sia i berlinesi orientali, sia i berlinesi occidentali, si sono riversati sul Muro, lo stanno picconando, tra un pò lo faranno a pezzi”.

Perché avrei dovuto affidare a questa tipologia di sprovveduti il Sogno di Ipazia?
Perché avrei dovuto far nascere una Scuola di Intelligence come quella che è delineata nel documento “Preferisco di no” (domani lo inizierò a pubblicare a puntate) e chiedere aiuto, consigli, soldi a degli spergiuri?
Preferirei farmi morire d’inedia come il personaggio di Herman Melville, Bartleby lo scrivano, che, fino all’estreme conseguenze, ha saputo ripetere il suo: “Preferisco di no”.

Ribadisco: mi sono sempre dovuto procurare il denaro per i miei studi perché nel Paese era impossibile, tranne pochissime eccezioni, affrontare queste tematiche con chi istituzionalmente era preposto alla sicurezza dei cittadini.
Prima di questi “smemorati di Collegno” e del superlaureato Nicolò Pollari, ai vertici dei Servizi Segreti delle Forze Armate, per anni, si sono alternati, tranne poche mosche bianche di cui parleremo, piccoli e grandi mascalzoni tanto inadeguati a guidare le Istituzioni preposte alla sicurezza dei cittadini da aver scambiato il materassaio di Arezzo, Licio Gelli, per un massone e per un genio delle necessarie strategie di politica internazionale.
Alla ricerca della verità e in spirito di servizio, ho dovuto, anni addietro, conoscere il commendator Licio Gelli. Da quegli incontri a Villa Wanda, non cesso di chiedermi come sia accaduto che il Paese sia stato consegnato in tali mani e, soprattutto, come un’istituzione gloriosa e benemerita qual è la Massoneria possa essere stata, irreversibilmente, in Italia, sputtanata da un gaglioffo di quella risma.

In tutti i paesi del mondo la Massoneria è ciò che è.
Ad esempio negli Stati Uniti è certa solo per tre presidenti dei quarantaquattro eletti, la non appartenenza alla Massoneria: Mc Kinley, Kennedy, Nixon. Due furono uccisi e l’altro cacciato a calci nel sedere.
In Italia, sede del Papato, la Massoneria è ormai da decenni solo un groviglio di piccoli pensieri ed azioni finalizzate ad arricchimenti illeciti e alla manipolazione della vita democratica dei cittadini. Spesso in combutta con lo IOR e quindi con il Vaticano.

Persino il presidente emerito Francesco Cossiga ha preso fischi per fiaschi.
Infatti a suo tempo ha delineato una personale lettura delle vicende piduiste, interpretate soprattutto con riferimento alla dura contrapposizione tra Unione Sovietica e Stati Uniti d’America, particolarmente intensa proprio alla fine degli anni Settanta ed all’inizio degli anni Ottanta.

Scrive il presidente emerito:

“Io alla storia di Licio Gelli e della loggia massonica P2, almeno come è stata raccontatata, non ci ho mai creduto”.

“La P2 non è stata un’invenzione di Gelli (bella scoperta!). La P2, che vuol dire Propaganda 2…, è quella del Gran Maestro, nata con la presa di Porta Pia. Fu creata per trasferirvi tutte le autorità politiche e militari che venivano a Roma”

“La mia ipotesi è questa. Io mi sono letto tutti i nomi della lista P2, tutti. Alcuni non li conosco, altri li conosco, però erano quasi tutti filo americani e anticomunisti. Quasi tutti fermi, anzi, fermissimi filo americani e anticomunisti. La chiave del giallo, secondo me, è proprio qui.
Per capire, è però inevitabile che io apra un’altra delle mie parentesi. Durante il secondo conflitto mondiale, nel governo svizzero c’era una corrente filo germanica. E il comandante in capo dell’Esercito svizzero tentennava di fronte all’eventualità di una resistenza a oltranza. Ufficiali e sottufficiali di diverso orientamento formarono allora una società segreta, si chiamava “Lega di Nidvaldo” (conosciuta anche come Gotthardverein), in ricordo della ferma lotta dei nidvaldesi contro lo straniero Napoleone. Giurarono, formalmente predisponendosi al tradimento, che se il governo federale, il loro governo, avesse concesso il passaggio ai tedeschi attraverso la Svizzera, loro si sarebbero opposti. Poi, avendo gli alleati vinto la guerra, il governo elvetico e il procuratore generale della confederazione si guardarono bene dal procedere contro di loro. Anche se si erano mobilitati segretamente per opporsi agli ordini del governo legittimo.
Perchè dico questo? Perchè quando ho letto la lista della P2 ho subito pensato che quella era la nostra Lega di Nidvaldo: non contro i nazifascisti, ma contro i comunisti. Lo dissi anche in un’intervista al “Corriere della Sera”, ma Gelli volle smentirmi, non so perchè”.

Perché?
Perché Gelli è, nel suo cuore, un nazista, antisemita e, quindi, oggettivamente un nemico della Massoneria. Come avrebbe mai potuto identificarsi con gli antinazisti della Lega di Nidvaldo. Considerò quella interpretazione di Cossiga, un’offesa.
Gelli non era solo un doppiogiochista fabbricatore di falsi attestati di appartenenza alla Resistenza ma, come ben sapeva il massone Carmine Mino Pecorelli, un nazista.

Caro Amalek sei in buona compagnia!!!!

Oreste Grani