Ad ognuno le sue Twin Towers

“Nell’autunno del 2001 il nostro paese è rimasto sconvolto dalla distruzione del World Trade Center e dall’attacco al Pentagono, costati quasi tremila vite. Da allora nessun americano è morto in patria per mano di terroristi stranieri, ma la guerra al terrorismo prosegue, come è giusto che sia. Stime prudenti calcolano che in questo decennio la droga abbia distrutto un numero di vite dieci volte superiore a quello delle vittime dell’11 settembre, metà delle quali causate dalla sostanza chimica chiamata cocaina. 

È per me un onore restare a sua disposizione, signor Presidente”

Vicedirettore (Operazioni Speciali) 

Drug Enforcement Administration 

Oggi, 11 settembre voglio testimoniare il mio dolore per le tremila vittime dell’attacco alle Torri gemelle e per il modo in cui morirono soffrendo atrocemente.

Il mio pensiero rispettoso si estende a tutti i soccoritori che continuano a morire per aver agito, in quelle ore sul teatro dell’attacco, per la salvezza dei loro concittadini. Molti di loro, oggi decedono dimenticati dalle loro amministrazioni. Molti di loro sono ancora in attesa del sostegno economico che, una immemore collettività, non gli ha fatto pervenire. Da tempo mi dicevo che noi in Italia, a prescindere dalle presenze di organizzazioni terroristiche, abbiamo, in modo permanente, le nostre al Qaeda che quotidianamente abbattono Torri gemelle: sono le Mafie e i loro complici.

Ho trovato nelle frasi di Forgione, Falcone e Mori che pubblico di seguito qualità e sintesi espressive che io non avrei saputo raggiungere.

“La ‘ndrangheta cresce e si espande “alla maniera” di al Qaeda, con una analoga struttura tentacolare priva di una direzione strategica ma caratterizzata da una sorta di intelligenza organica, di una vitalità che è quella delle neoplasie, e munita di una ragione sociale di enorme, temibile affidabilità.”

Francesco Forgione

Otto giorni prima della strage di Capaci, in un articolo pubblicato da “L’Unità” il 31 maggio 1992, il giudice Giovanni Falcone denuncia la sottovalutazione che, per molto tempo, ha caratterizzato l’approccio delle Istituzioni al problema della mafia: “ …non mi sembra azzardato affermare che una delle cause dell’attuale virulenza della mafia risieda, proprio, nella scarsa attenzione complessiva dello Stato nei confronti di questa secolare realtà.” In altra occasione sottolinea: “La mafia non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano. Vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati della società. Questo è il terreno di coltura di Cosa Nostra.

Giovanni Falcone

Si sta girando in questi giorni una fiction sulla vita e le azioni del prefetto Cesare Primo Mori. Il film andrà in onda in televisione il prossimo inverno. Come forse saprete Mori era il “Il Prefetto di ferro“, l’uomo inflessibile, controcorrente, che già nel 1915 fa le prime esperienze in Sicilia usando metodi energici e radicali, arrestando a Caltabellotta 300 persone in una sola notte. I giornali parlano di colpo mortale alla mafia, ma lui precisa “Costoro non hanno ancora capito che i briganti e la mafia sono due cose diverse. Noi abbiamo colpito i primi che, indubbiamente, rappresentano l’aspetto più vistoso della malvivenza siciliana, ma non il più pericoloso. Il vero colpo mortale alla mafia lo daremo quando ci sarà consentito di rastrellare non soltanto tra i fichi d’india, ma negli ambulacri delle prefetture, delle questure, dei grandi palazzi padronali e, perché no, di qualche ministero“. Successivamente, a Bologna con la carica di Questore è inflessibile anche con le squadracce fasciste e con l’avvento del Fascismo, viene mandato in pensione. Nel 1924, richiamato in servizio, si distingue come prefetto di Trapani e Mussolini lo nomina prefetto di Palermo, con competenza in tutta la Sicilia. Senza remore, procede all’arresto di un generale di corpo d’armata, ex ministro della guerra, e grazie alla perfetta intesa con il procuratore generale, non esita a colpire un federale, uomo più in vista del Fascismo sull’isola, cui, però, subentrarono latifondisti collusi con la mafia e con capacità di arrivare a Mussolini che non permise a Mori di arrivare alla “Cupola”, promuovendolo senatore del Regno. Mori emarginato, e lasciò come testamento morale: “La misura del valore di un uomo è data dal vuoto che gli si fa dintorno nel momento della sventura.

Cesare Primo Mori

Mentre il governo Monti e in particolare il ministro Grilli sono impegnati a trovare soldi è opportuno pubblicare il “fantasioso” bilancio della Mafia Spa (in miliardi di euro) che trovate di seguito. Bilancio certamente fantasioso per difetto.

Ma la Mafia oltre che produrre colossali guadagni, genera una moltitudine di assassini, ed anche mostri dell’omicidio come Giovanni Brusca “u verru” (il porco), considerato capo dell’ala militare di Cosa Nostra. Figlio dell’ergastolano Bernardo, grande accusatore di Andreotti, è colpevole di crimini orrendi come la strage del giudice Borsellino a Palermo, la strage di Capaci (fu lui ad azionare il congegno della carica esplosiva che fece saltare in aria il giudice Falcone, la moglie e gli uomini della scorta), degli attentati a Roma, Milano e Firenze e dell’omicidio di Giuseppe Di Matteo, 11 anni, figlio di un collaboratore di giustizia, strangolato e dissolto nell’acido. In una dichiarazione tratta dal libro Ho ucciso Giovanni Falcone, di Saverio Lodato, Mondadori, afferma: “… Ho ucciso Giovanni Falcone. Ma non era la prima volta: avevo già adoperato l’auto bomba per uccidere il giudice Rocco Chinnici e gli uomini della sua scorta. Sono responsabile del sequestro e della morte del piccolo Giuseppe Di Matteo, che aveva tredici anni quando fu rapito e quindici quando fu ammazzato. Ho commesso e ordinato personalmente oltre centocinquanta delitti. Ancora oggi non riesco a ricordare tutti, uno per uno, i nomi di quelli che ho ucciso. Molti più di cento, di sicuro meno di duecento.

Vi allego infine, un’articolata, intelligente simulazione di uno scenario (possibile) proposto nel romanzo Il Cobra di Frederick Forsyth.

Washington, 2010. Il presidente degli Stati Uniti è più che mai deciso a riuscire dove tutti finora hanno fallito: sconfiggere i narcotrafficanti che riversano ogni anno tonnellate di cocaina nel mondo occidentale, causando povertà e morte. Ma per affrontare uomini così spietati occorre qualcuno come loro, forse peggiore di loro: il Cobra, Paul Devereaux, una delle menti più brillanti del controspionaggio mondiale. All’ex agente della CIA, sprezzante e privo di scrupoli, viene affidata l’operazione volta ad annientare l’impero economico creato dal capo del cartello colombiano, il potentissimo Don Diego Esteban. Devereaux ha carta bianca e piena fiducia da parte del presidente. Sceglie come suo stretto collaboratore una vecchia conoscenza, Calvin Dexter, l’unico dimostratosi in grado di batterlo sul suo terreno preferito: l’astuzia. I due orchestrano così la più micidiale offensiva mai tentata contro i narcos colombiani, scatenando una lotta senza precedenti. Con Il Cobra Frederick Forsyth si riconferma maestro del thriller attingendo all’attualità più scottante e dando vita a un romanzo coinvolgente ed estremamente documentato dove, seguendo le rotte della droga dagli Stati Uniti al Sudamerica, passando per l’Africa fino all’Europa, fiction e realtà si intrecciano con un impatto formidabile sul lettore.

Dalle prime pagine del romanzo: “Mentre leggeva il rapporto dopo cena, altre due tonnellate di cocaina colombiana purissima passarono il confine con il Texas a bordo di un pick-up, vicino a una piccola città chiamata Nuevo Laredo, e scomparvero nel cuore dell’America.

Gentile signor Presidente, 

ho l’onore di sottoporle il rapporto sulla cocaina da lei richiesto.

ORIGINI: La cocaina deriva unicamente dalla pianta della coca, un arbusto dall’aspetto anonimo che cresce da tempo immemore sulle colline e nella giungla della zona nordoccidentale del Sudamerica.

Le popolazioni locali la masticano da sempre poiché riduce il senso di fame e funge da stimolante. Raramente produce fiori o frutti; il fusto e i rami sono legnosi e non trovano alcun utilizzo. Solo le foglie contengono il principio attivo.

Ma il contenuto di droga costituisce meno dell’uno per cento del peso della foglia. Occorrono 375 chili di foglie – il carico di un camioncino – per ricavare 2,5 chilogrammi di pasta di coca (la forma intermedia) che a sua volta produce un chilo di cocaina pura sotto forma di polvere.

CENNI GEOGRAFICI: Il 10% della produzione globale odierna proviene dalla Bolivia, il 29% dal Perù e il 61% dalla Colombia.

Ma le organizzazioni colombiane assorbono la produzione degli altri due paesi a livello di pasta di coca, completano il processo di raffinazione e ne commercializzano praticamente il 100%.

DATI CHIMICI: Per trasformare le foglie raccolte in prodotto finito sono necessari soltanto due processi chimici, entrambi estremamente economici. È per questo motivo che, considerate le condizioni di estrema povertà in cui versano i contadini della giungla che coltivano quello che di fatto è soltanto un arbusto duro e resistente, l’eliminazione alla fonte si è dimostrata fino a ora impossibile.

Le foglie grezze vengono immerse in vecchi barili di petrolio, riempiti con un acido – quello da batterie va benissimo – che estrae la cocaina. Le foglie macerate vengono raccolte e gettate. La brodaglia marrone risultante viene mescolata ad alcool o persino benzina per estrarre l’alcaloide.

La soluzione che ne deriva viene raccolta e trattata con bicarbonato di sodio. Questa miscela dà origine a una melma biancastra chiamata “pasta”. Questa è la forma base commercializzata in Sudamerica, che le organizzazioni criminali comprano dai contadini. Ci vogliono circa 150 chili di foglie per produrre un chilo di pasta. È facile procurarsi le sostanze chimiche e altrettanto facile trasportare il prodotto dalla giungla alla raffineria.

PROCESSO DI RAFFINAZIONE: Nelle raffinerie segrete, solitamente anch’esse nascoste nella giungla, polvere bianchissima di cloridrato di cocaina (nome completo) grazie all’aggiunta di altre sostanze chimiche quali l’acido cloridrico, il permanganato di potassio, l’acetone, l’etere, l’ammoniaca, il bicarbonato di calcio, il bicarbonato di sodio, l’acido solforico e la benzina. Questa miscela viene quindi “ridotta”, il residuo essiccato: ciò che resta è la polvere. Tutte queste sostanze chimiche sono poco costose e, essendo utilizzate in molti processi industriali legittimi, facili da reperire.

COSTI: Un cocalero, un contadino che coltiva coca, lavora un anno intero per ottenere sei raccolti dal suo appezzamento nella giungla, raccolti che possono fruttare ognuno intorno ai 125 chili di foglie. La sua produzione totale di 750 chili circa darà cinque chili di pasta. Detratte le spese, può arrivare a guadagnare 5.000 dollari l’anno. Anche dopo il processo di raffinazione, un chilo di coca può costare al massimo 4.000 dollari.

PROFITTI: Sono in assoluto i profitti più alti mai toccati per qualunque prodotto. Un chilo di colombiana pura passa dai 4.000 dollari ai 60.000 o 70.000 solo per aver percorso i cinquemila chilometri dalla costa della Colombia fino agli Stati Uniti o gli ottomila alla volta dell’Europa. E non è finita lì. Quel chilogrammo verrà tagliato, cioè adulterato, dal compratore che ne ricaverà fino a cinque, sei volte il suo peso senza per questo perdere di valore. Gli utilizzatori finali pagheranno allo spacciatore fino a 70.000 dollari per un chilo di droga tagliata, che – pura – ne valeva solo 4.000 al momento di lasciare le coste della Colombia.

EFFETTI: Questi margini di guadagno fanno sì che i grossi trafficanti possano permettersi le tecnologie, le attrezzature e le armi più avanzate. Possono pagare le menti più brillanti, corrompere pubblici ufficiali – in alcuni casi persino il presidente di una nazione – e hanno quasi difficoltà a tenere il conto di tutti quelli che si offrono di trasportare e commercializzare il loro prodotto in cambio di una fetta di profitti. Per ogni corriere arrestato e incarcerato ce ne sono altri cento, stupidi o disperati, pronti ad offrirsi volontari al posto suo.

STRUTTURE: Dopo l’uccisione di Fabio Escobar del cartello di Medellin e il ritiro dei fratelli Ochoa del cartello di Cali, i gangster della Colombia si sono divisi in un centinaio di cartelli più piccoli. Negli ultimi tre anni, però, è emersa una nuova, gigantesca organizzazione che li ha unificati tutti sotto il suo dominio.

Due indipendenti che cercavano di restarne fuori sono morti, dopo essere stati sottoposti a orrende torture, e da allora la resistenza ai promotori della riunificazione è cessata. Il megacartello si è dato il nome di Hermandad, la Fratellanza, e opera come una grossa industria, difesa da un esercito privato che ne protegge le proprietà e da una squadra punitiva composta da psicopatici che ne fanno rispettare le regole.

La Fratellanza non produce cocaina. Acquista l’intera produzione di ogni mini-cartello sotto forma di polvere bianca, per cui offre un prezzo a suo giudizio “equo”, e non è questione di prendere o lasciare ma di prendere o morire. Dopodiché, la fratellanza la commercializza in tutto il mondo.

QUANTITÀ: La quantità di merce portata a consegna è di circa 600 tonnellate l’anno, divisa in circa trecento tonnellate per due destinazioni, gli Stati Uniti e l’Europa, praticamente gli unici due continenti a usare questa droga. Considerati i margini di guadagno esposti sopra, i profitti globali non sono nell’ordine di centinaia di milioni di dollari ma di decine di miliardi.

PROBLEMI: A causa degli enormi profitti, possono arrivare a esserci fino a venti intermediari tra il cartello e l’utilizzatore finale. Si tratta di corrieri, mediatori a vario livello, venditori finali. È per questo che risulta estremamente difficile per le forze dell’ordine di qualunque paese arrivare ai pezzi grossi. Sono fortemente protetti, ricorrono alla violenza estrema come deterrente, e personalmente non hanno alcun contatto con il prodotto. I pesci più piccoli vengono presi, processati e sbattuti in galera, ma raramente parlano e vengono immediatamente rimpiazzati.

INTERCETTAZIONE: Le forze dell’ordine di America ed Europa conducono una guerra costante contro l’industria della cocaina, e l’intercettazione di traffici in transito o la scoperta di depositi sono sempre più frequenti. Ciò nonostante, riescono a confiscare soltanto il dieci, quindici per cento del mercato della cocaina e, considerati i margini enormi, non è sufficiente. Sarebbe necessario aumentare di otto volte se non di più il livello delle intercettazioni e delle confische per dare un duro colpo all’industria. Se perdessero il novanta per cento della merce, i cartelli imploderebbero e l’industria della cocaina verrebbe finalmente distrutta.

CONSEGUENZE: Soltanto trent’anni fa la cocaina era considerata dai più un innocuo “vizietto” riservato a personaggi mondani, operatori di borsa e artisti di successo. Oggi il suo uso è cresciuto fino a diventare un flagello nazionale che causa danni disastrosi alla società. Le forze dell’ordine americane ed europee stimano che il settanta per cento dei crimini (furti d’auto, furti con scasso, aggressioni a scopo di rapina) sia commesso per reperire le risorse necessarie a sostenere questa dipendenza. Se il responsabile del crimine ha appena assunto crack, il pericoloso sottoprodotto della cocaina, alla rapina possono accompagnarsi atti di dissennata violenza.

Oltre a questo, i profitti della cocaina, una volta riciclati, vengono utilizzati per finanziare altre attività criminali, in particolare il traffico illegale d’armi (usate sia da criminali comuni sia da terroristi) e di persone, in particolare l’immigrazione clandestina e il rapimento di giovani donne per alimentare l’industria del sesso.

CONCLUSIONI: Nell’autunno del 2001 il nostro paese è rimasto sconvolto dalla distruzione del World Trade Center e dall’attacco al Pentagono, costati quasi tremila vite. Da allora nessun americano è morto in patria per mano di terroristi stranieri, ma la guerra al terrorismo prosegue, come è giusto che sia. Stime prudenti calcolano che in questo decennio la droga abbia distrutto un numero di vite dieci volte superiore a quello delle vittime dell’11 settembre, metà delle quali causate dalla sostanza chimica chiamata cocaina.

È per me un onore restare a sua disposizione, signor Presidente”

Vicedirettore (Operazioni Speciali) 

Drug Enforcement Administration 

P.S.: il romanzo è dedicato a Justin e a tutti i giovani agenti sotto copertura, inglesi e americani (e io mi permetto di dire anche italiani), che con grande rischio personale portano avanti la lotta alla droga.

Oreste Grani

P.S. Il lettore che avesse la pazienza di ascoltare alcuni degli interventi di esperti in materia – uno per tutti, il magistrato Nicola Gratteri – ospitati nelle dirette web: “Libera Rete” e “Cose Nostre” (clicca per accedere ai video), realizzate rispettivamente il primo luglio 2010 e il 5 novembre 2010, potrà farsi un’idea più netta del mio operare.