TRA CRONACA E STORIA Cina-Giappone: Leon Panetta “si rischia un conflitto”

L’intelligence culturale deve sapersi costantemente approvvigionare dalle fonti aperte della cronaca e della storia e, utilizzando questi due inesauribili magazzini di “opportunità”, prefigurare i futuri possibili. La cronaca, in questo caso, è quella relativa alle modalità con cui la Cina sfida il Giappone inviando “pattugliatori” nelle isole Senkaku. La storia è quella degli stupri di guerra durante il conflitto cino-giapponese del 1937.

Dalla cronaca:

“Il Giappone preme sulla Cina perché prenda misure capaci di frenare le violenze contro cittadini e aziende nipponici ancora nel  mirino delle proteste di massa, in uno  scenario che preoccupa il segretario alla Difesa Usa, Leon Panetta, visto che le dispute  territoriali in Asia, soprattutto tra Cina e Paesi vicini, potrebbero sfociare in conflitti se i governi «proseguono con le provocazioni».

Il secondo giorno di fila di durissime proteste contro la nazionalizzazione delle Senkaku, le isole controllate da Tokyo e rivendicate da Pechino e Taipei, sono andate in scena in almeno 85 città in tutta la Cina, malgrado i richiami delle autorità a seguire «espressioni razionali di patriottismo».

Il premier nipponico Yoshihiko Noda ha sollecitato oggi più protezione per connazionali e loro investimenti: «continueremo ad assumere un atteggiamento risoluto con la prospettiva d’ampio respiro nel trattare la questione», ha detto in un talk show tv.

Ci sarà «da mantenere la calma e il Giappone chiederà alla parte cinese di fare lo stesso», ha precisato il premier, ricordando che «la nazionalizzazione delle isole Senkaku aveva lo scopo di poterle amministrare in modo calmo e stabile».

I possibili sviluppi della situazione saranno al centro degli incontri che Panetta, giunto in Giappone per la visita di due giorni prima della tappa a Pechino, avrà con la controparte Satoshi Morimoto e il ministro degli Esteri, Koichiro Gemba.

«Sono preoccupato ­ ha commentato più in generale sull’Asia ­ quando vedo Paesi impegnati in provocazioni varie che possono portare a violenze e, infine, a un conflitto».

Gli Stati Uniti, ha rilevato, «non prendono posizioni per quanto riguarda le dispute territoriali, ma noi non sollecitiamo solo la Cina, ma anche gli altri Paesi che sono coinvolti a impegnarsi in un processo che possa risolvere questi problemi tranquillamente».

Panetta ha detto che avrebbe incoraggiato Pechino a mettere in campo più sforzi sulla risoluzione promossa dall’Asean, l’Associazione della nazioni del sudest asiatico, basata sull’adozione sempre di soluzioni pacifiche, in una serie di rapporti conflittuali che vede la Cina contrapposta a Paesi quali Vietnam, Filippine, Malesia e Brunei.

Il capo del Pentagono ha ricordato come lui e il segretario di Stato, Hillary Clinton, impegnata in un tour diplomatico di 10 giorni in Asia, «chiedono con forza a questi Paesi di trovare vie pacifiche, invece di provocazioni».

E, a giudicare dai risultati, finora poco ascoltati”.

I Figli dell’Odio

“Gli stupri di guerra sono sempre esistiti. Nell’arco della storia il corpo della donna assume troppe volte la forma di un campo di battaglia sul quale vengono condotti i combattimenti. La fondazione di Roma, secondo la leggenda, poggia su uno stupro di massa. “Il ratto delle sabine”, praticato a fini di dominazione e ripopolamento dai soldati di Romolo. La guerra consentiva la razzia di donne come preda di conquista, mentre la stessa cosa non era consentita in tempo di pace. Si trattava di un patto di onore stabilito esclusivamente fra uomini rispetto al quale le donne erano solo un oggetto di contesa.

Molti sono gli esempi ‘storici’ di quella che oggi definiremo “schiavitù sessuale” connessa allo stato di guerra. Pensiamo a come si apre l’Iliade, con Achille adirato contro Agamennone per la sottrazione della sua “schiava” preferita. Le donne facevano “naturalmente” parte del bottino di guerra.

L’idea che ogni guerra comporti lo stupro si è diffusa a tal punto che in pieno Novecento i giapponesi lo hanno praticato nel 1937 nella presa di Nanchino in Cina. Quando il 13 dicembre 1937, nell’ambito del conflitto cino-giapponese, l’esercito nipponico occupò l’allora capitale cinese Nanchino, dopo aver già massacrato civili inermi durante la marcia di avvicinamento alla città da Shangai, le stragi e gli stupri furono all’ordine del giorno.

Mentre i militari cinesi scappavano, la popolazione civile cadde in balia di un esercito intriso di presunzione di superiorità nei confronti dei cinesi giudicati una razza inferiore. Ad eccezione di una “Zona di protezione internazionale”, gestita da europei e americani, nessun luogo della città fu immune dalle stragi.

Le vittime furono da 260.000 a 350.000, fino a 500.000. Le crudeltà perpetrate furono inaudite. Solo gli stupri furono tra i 20.000 e gli 80.000 e questi furono un elemento centrale delle violenze. Ogni notte se ne contavano più di mille mentre di giorno avvenivano in pubblico, spessissimo di fronte agli stessi mariti e familiari costretti a guardare. A subirli furono anche bambine e anziane. Numerose donne vennero rapite anche dalla zona di protezione internazionale e violentate.

I soldati giapponesi cercavano le donne penetrando in ogni casa e portando fuori le proprie vittime per violentarle in gruppo. Dopo si procedeva a recidere i seni o ad altre mutilazioni per poi trafiggerle con canne di bambù o baionette.

Molte donne vennero avviate nei bordelli militari giapponesi. Così ricordò quelle violenze un militare nipponico: “Mentre ne abusavamo, le donne venivano considerate esseri umani, ma quando le uccidevamo non erano che maiali. Non ce ne vergognavamo assolutamente, non ci sentivamo minimamente in colpa: altrimenti non avremmo potuto farlo. Quando entravamo in un villaggio la prima cosa che facevamo era rubare il cibo, poi prendevamo le donne e le violentavamo, infine uccidevamo tutti gli uomini, le donne e i bambini per essere sicuri che non potessero fuggire e raccontare ai soldati cinesi dove ci trovavamo”.

Japenese Soldiers flocking to a ‘comfort station’ set up in Nanking, On New Year’s Day, 1938

All’interno della “zona di sicurezza” una missionaria e insegnante americana, Minnie Vautrin, riuscì a salvare, tra il dicembre del 1937 e la primavera del 1938, migliaia di donne e bambini accogliendoli nel Ginling College, la prima istituzione destinata all’istruzione femminile universitaria in Cina.

Dalle pagine del suo diario appare perfettamente tutta la tragicità della situazione. Così Minnie Vautrin: “Mercoledì, 15 dicembre. Sono rimasta al cancello ininterrottamente dalle 8,30 di questa mattina fino alle 6 di questa sera, tranne che per il pranzo, mentre le rifugiate entravano a fiumi. I volti di molte donne esprimono terrore – la scorsa notte in città è stata tremenda e molte giovani donne sono state portate via dalle loro case da soldati giapponesi. (…) Ieri e oggi i giapponesi hanno fatto grandi saccheggi, hanno distrutto scuole, ucciso uomini e stuprato donne. (…) Giovedì, 16 dicembre. (…) Probabilmente non c’è crimine che non sia stato commesso oggi in questa città. La scorsa notte trenta ragazze sono state rapite dalla scuola di lingue e oggi ho sentito storie strazianti di ragazze portate via dalle loro case la notte scorsa: una aveva appena dodici anni. (…) Questa sera è passato un camion con 8 o 10 ragazze gridavano Giu ming, Giu ming – salvateci la vita”.

Per dissimulare il carattere endemico dello stupro durante la guerra sono stati istituzionalizzati dai militari dei bordelli di guerra, durante la seconda guerra mondiale, lo stupro e la schiavitù sessuale, dilagarono in Europa e in Asia.

Tale fenomeno trova il suo culmine in Cina, dove l’esercito giapponese pianificò l’allestimento di un colossale sistema sotterraneo di prostituzione militare. Comfort women, donne di conforto, è un eufemismo che maschera la violenza inflitta a circa 200.000 donne, per la maggior parte coreane, ma anche cinesi, taiwanesi, filippine, indonesiane e tailandesi, dall’esercito giapponese. Non tanto di conforto si tratta, ma di vera e propria schiavitù sessuale. Il governo giapponese, impegnato nella conquista della Cina, pensò all’epoca di creare una rete di bordelli militari – le comfort station – allo scopo di arginare il problema degli stupri contro la popolazione civile dei territori occupati, che causava non solo una perdita di immagine, preziosa per un paese che aveva come scopo il controllo di tutta l’Asia orientale, ma anche un fastidioso aumento delle malattie veneree tra i soldati stessi. Le comfort station erano gestite direttamente dall’esercito nipponico oppure da privati, ma sempre sotto la supervisione dell’armata del Sol Levante. Le comfort women, in genere ragazze adolescenti, prese a partire dai quindici anni in su, erano reclutate tra la popolazione più povera, spesso con l’inganno e la promessa di un lavoro ben pagato. Altre volte erano semplicemente rapite, portate via mentre camminavano per strada, oppure era la loro stessa famiglia che decideva di venderle per pochi soldi”.

 Stupri di guerra. Gravidanze forzate: i figli dell’odio – Aruna Cutrignelli

Ritenete che i Cinesi abbiano dimenticato?

Io consiglierei di non ipotizzare oblii ma, memorie indelebili.

A proposito di queste volontà e memorie, utilizzando, ancora una volta, la fonte aperta “I Servizi Segreti Cinesi – Tutta la verità sull’intelligence più potente del Mondo” di Roger Faligot , pubblico alcune pagine dedicate alla cyber war che i cinesi da tempo combattono contro i giapponesi.

Il 27 agosto 2007, accogliendo a Pechino la cancelliera tedesca Angela Merkel, il suo omologo Wen Jiaobao ha espresso il suo rammarico nell’apprendere che alcuni hacker avevano attaccato i computer della Cancelleria e di numerosi ministeri della Repubblica Federale Tedesca negli ultimi mesi. Cercando di non mancare il suo obiettivo, il primo ministro cinese, noto per lo spirito piuttosto riformatore e conciliante di fronte all’Occidente, deve tener conto delle evidenze: la pubblicazione, il giorno stesso, di un numero speciale di «Der Spiegel» con un dossier sullo spionaggio cinese contro la Repubblica Federale Tedesca in prima pagina, che indica che l’EPL ha lanciato un programma di intrusione informatica tramite alcuni “cavalli di Troia”, cioè dei programmi con dispositivi nascosti che possono attivarsi all’insaputa del loro proprietario.

«Der Spiegel» cita soprattutto l’invio di programmi spia sotto forma di file PowerPoint di Windows. E questa non è che la punta dell’iceberg. Diverse migliaia di imprese private o strutture governative, anche di servizi di polizia o dell’esercito, sono attaccate dai cyberguerrieri dell’EPL da otto anni. Frau Merkel, cresciuta nell’ex DDR, studentessa all’università Karl-Marx di Lipsia, proprio come il capo dei servizi segreti Luo Gan, conosce bene il doppio linguaggio dei sistemi comunisti.

Così nel settembre 2007 non esita a dire il fatto suo ai dirigenti di Pechino, continuando però a fare affari con i cinesi. A loro volta i servizi speciali britannici, americani e francesi hanno lasciato intendere che l’EPL ha già preso come bersaglio alcune amministrazioni dei loro Paesi. In Asia numerose agenzie di intelligence si sono lamentate della sistematicità di questi attacchi, in Giappone, a Taiwan, in Corea del Sud e in India, come anche negli Stati Uniti (in cui sono state segnalate ripetute intrusioni ai danni del Pentagono). All’inizio del 1999 un cavallo di Troia (sotto forma di file con estensione picture.exe o manager.exe) fa il giro del mondo e si inserisce soprattutto nei sistemi informatici di abbonati di America Online (AOL), prima di ripartire in Cina con il suo bottino di dati. Il caso più preoccupante di attacchi congiunti è forse quello del Giappone. Ho condotto un’indagine, per conto del periodico «Sapio» di Tokyo nel 2005. Una prima ondata di attacchi si è verificata il 15 aprile 2005, quando sono state prese di mira note aziende, come Mitsubishi o la filiale cinese della Sony. Altre case hanno preferito invece non rendere pubblica questa vicenda per ragioni economiche e hanno risposto di essere abituate a simili aggressioni informatiche, ma che i loro firewall le proteggono.

Quella mattina, i dirigenti delle succitate imprese e quelli dell’università Kumamoto arrivano in ufficio e scoprono, nel loro sito, messaggi antigiapponesi e una bandiera cinese, rossa con la stella gialla. Cosa più grave, si viene a sapere che il ministero degli Esteri (Gaimusho) e l’agenzia di Difesa giapponese, già colpite nell’estate 2004, sono i bersagli di nuovi attacchi che comprendono bombardamenti di spam, invio di virus o di cavalli di Troia. Sarebbero stati inviati da internauti furiosi per il modo in cui i manuali scolastici giapponesi presentavano la guerra sino-giapponese. In realtà, secondo gli specialisti della polizia il sistema di infoguerra cinese usa quelle che vengono chiamate “basi di rimbalzo” confondendo le fonti di invio attraverso la rete.

È soprattutto il caso di siti all’estero dove vivono importanti comunità cinesi, come il Canada, a Vancouver o a Toronto. Ancora prima, nel gennaio 2000, diversi ministeri giapponesi erano stati attaccati in seguito a dichiarazioni di politici che negavano l’esistenza di un massacro dell’esercito imperiale a Nanchino nel 1937 che aveva fatto 150.000 morti (300.000 secondo i cinesi). In ogni caso, gli attacchi comprendevano sistemi per cancellare banche dati e avevano come origine la Cina, da dove erano ridiretti all’estero tramite ISP (Internet Service Providers). All’origine di queste operazioni vi è l’esercito popolare dei cyberguerrieri, passato all’attacco a partire dal 1999. Alla fine del secolo scorso, su domanda della Commissione militare centrale è stata creata una “task force” composta da una mezza dozzina di servizi specializzati in questo sistema di guerra informatica. Vale a dire l’EPL-2 (Er Bu), all’epoca diretto dal generale Luo Yudong; il dipartimento delle Comunicazioni (Tongxin Bu), diretto da Xu Xiaoyan; l’EPL-3 (San Bu) guidato da Qiu Rulin; il dipartimento di intelligence tecnologica del ministero della Difesa; il dipartimento delle tecnologie speciali dell’Istituto delle scienze militari, detto “Dipartimento 553”; il 10° e il 13° Ufficio (comunicazioni) della Sicurezza dello Stato (Guoanbu).

Questa task force è capeggiata da Xie Guang, viceministro della COSTIND (Commissione della Difesa nazionale per la scienza, la tecnologia e l’industria), uno dei teorici della guerra nel cyberspazio. In più, bisogna formare abili tecnici. Il generale Si Laiyi è stato incaricato di fondare l’Università delle scienze e delle tecniche dell’EPL, che raggruppa numerosi istituti di ricerca nelle telecomunicazioni per formare quadri dell’infoguerra (Xinxi Zhanzheng). Una formazione pratica e teorica molto completa, che si appoggia su manuali come La guerra senza limiti dei colonnelli Qiao Liang e Wang Xiangsui o libri occidentali come Guerre nel cyberspazio del giornalista francese Jean Guisnel, tradotto in cinese nel 2000 dalle Edizioni Nuova Cina. Una volta diplomati, questi allievi ufficiali e tecnici di ogni grado passano all’azione sotto forma di simulazione durante wargame interni o attacchi ben reali come quello appena descritto relativo al Giappone o quello di cui è stata vittima nel 2007 la Cancelleria tedesca. Ma all’epoca devono anche fare attenzione a un altro “esercito invisibile” che risponde attivamente contro la Cina: le “Bionde di Hong Kong”.

Potrà mai esistere un’amicizia cino-giapponese?

Teniamone conto quando immaginiamo la Cina locomotiva per i nostri asfittici e inerti vagoni.

Oreste Grani