Per non dimenticare chi è stato Pino Rauti e quali fossero i suoi pensieri politici

Il 12 ottobre del 2012 in questo blog ho scritto sotto il titolo “L’attendibilità di una fonte è tutto. L’ambasciatore Francesco Paolo Fulci, presidente della Ferrero spa, è una fonte attendibile” che il 5 gennaio 1991, un uomo con accento straniero aveva rivendicato, con una telefonata all’ANSA di Torino, l’uccisione di tre giovani carabinieri a Bologna. L’uomo aveva detto: “Vi avevamo avvertito”. Le tre giovani vittime sono: Otello Stefanini, Mauro Mitilini, Andrea Moneta. Gli investigatori vagliarono anche due chiamate al Sindacato di Polizia di Bologna tre ore prima del massacro.

Il 6 gennaio 1991 era arrivata un’altra telefonata e durante la rivendicazione, l’interlocutore affermava che “la struttura dei Legionari della Guardia di Ferro si va completando e che, presto, il tiro si alzerà verso i veri colpevoli del degrado razziale e morale: la classe politica, centralista ed autoritaria”.

Quali sono le origini e le valenze di una firma tanto anomala?

I Legionari della Guardia di Ferro è il nome del movimento mistico-politico fondato negli anni Trenta in Romania da una una figura poco conosciuta. Si tratta di Cornelio Zelea Codreanu, detto il Capitano, avvocato e deputato, entusiasta ammiratore di Mussolini e del Fascismo, divenuto a sua volta un mito per Julius Evola, che vedeva in lui l’ideale del combattente e soprattutto il campione dell’antisemitismo.

Evola nel numero 309 de La vita italiana del 1938, in un articolo, che parla di “orda ebraica e di tirranide talmudica” scrisse: “Fra i molti capi che ho incontrato, pochi o nessuno sono come Codreanu, una figura autenticamente spirituale”.

In un articolo pubblicato nel numero di ottobre-novembre 1942 de La Dottrina Fascista viene tracciata la storia di Codreanu: nato a Jassy in Moldavia il 13 settembre 1899, un giovane che lottò instancabilmente contro i mali che rodevano la sua Patria: il giudaismo, il comunismo, il demoliberalismo, la demagogia parlamentare, la massoneria. Nel 1927 fonda le Camicie Verdi della Legione Arcangelo Michele, preludio della organizzazione più battagliera: La Guardia di Ferro.

Organi capillari della Legione divengono i “Cuib” (sezioni), questi si raggruppano in “Famiglie” e, queste ultime, in “Guarnigioni”.

Eletto deputato, Codreanu si volge contro i profittatori e contro lo strangolamento ebraico. La Legione messa in stato di accusa risponde con la costituzione delle squadre della morte, con la quale la Guardia inizia il sublime martirio per la Causa.

Nel 1938, Re Carol II lo fa arrestare e strangolare con altre tredici camicie verdi, su un camion in una foresta, durante il trasferimento ad un altro carcere.

Un’esistenza romantica divenuta mito per il barone Giulio Cesare Andrea Evola, conosciuto come Julius Evola, nato nel 1898 e morto nel 1974. Studente di ingegneria. Ufficiale di artiglieria nella Grande Guerra. Poeta. Pittore dadaista. Studioso di metafisica orientale, di filosofia e di scienze magiche, di morfologia delle civiltà, di dottrina politica e razziale. Razzista dello spirito.

Gravemente ferito da una bomba nel 1945 a Vienna. Rimane paralizzato sino alla morte.

Si è ispirato all’idealismo tedesco ed al personalismo francese. Trascorse la sua gioventù all’ombra del Papini iconoclasta della filosofia e sognatore dell’Uomo-Dio. Incontrò Balla e F. T. Marinetti avvicinandosi al Futurismo pur senza accettare “il sensualismo, la mancanza d’interiorità, tutto il lato chiassoso ed esibizionistico”. Incontrò, nella lettura di testi orientali e di filosofi tragici, Nietzsche, Weininger e Michelstaedter.

Evola, per le sue direttive esistenziali, filosofiche e politiche, ha suscitato interessi e risonanze nei più autorevoli ambienti di destra.

Inizia la sua carriera all’epoca della Prima guerra mondiale come pittore e poeta dadaista. Durante il fascismo tiene una posizione eterodossa, criticando da destra alcuni aspetti del regime. Anticonformista con il gusto dell’esoterismo. Responsabile della pagina culturale deI Regime Fascista, il giornale di Farinacci.

Nel 1943, Mussolini lo riceve – dopo essere stato portato in salvo dal Gran Sasso – a Rostengburg, il quartier generale di Adolf Hitler.

La costante di fondo del pensiero evoliano è il richiamo alla Tradizione, cui corrisponde il più drastico rifiuto del mondo moderno e delle sue istituzioni. Sono respinte soprattutto quelle con una radice materiale, a cominciare dall’economia in tutti i suoi aspetti e rappresentanti (bottegai), cui vengono contrapposti i valori dello spirito e dell’eroismo, incarnati dai guerrieri di una tradizione che va dagli ordini cavallereschi alle SS naziste.

Per Evola l’aspetto virile è incarnato dall’Ariano. In un articolo su La tragedia della Guardia di Ferro romena, pubblicato nel 1938 su La Vita Italiana, il periodico razzista di G. Preziosi, Evola eleva al rango di eroe Corneliu Codreanu per trasmetterne il Culto alla Destra radicale fino alle generazioni più recenti: ancora negli Ottanta Terza Posizione ne mutuava simboli, denominazioni, rituali. L’aspetto della politica di Codreanu che Evola maggiormente apprezza è la battaglia contro “l’orda ebraica” e quella contro l’asservimento (della Romania) alla tirannide più sporca, a quella talmudica, israelitica. Evola, in un crescendo finale, vedeva che il giudaesimo è riuscito a dominare il mondo con la massoneria e la Russia con il comunismo.

Negli anni Cinquanta ispira il filone spiritualista di Pino Rauti, fondatore nel 1956 di Ordine Nuovo.

Per sintetizzare: a Codreanu piaceva Mussolini; a Mussolini piaceva Evola; a Evola piaceva Codreanu. A Pino Rauti piacevano Mussolini, Codreanu ed Evola.

Per non dimenticare chi è stato Pino Rauti e quali fossero i suoi pensieri politici voglio aggiungere una delle tante pagine che Paolo Cucchiarelli nella sua documentatissima inchiesta “Il segreto di Piazza Fontana” dedica a Pino Rauti.

A pagina 100 si legge a proposito della visita che Massimiliano Fachini e Pino Rauti fecero nel negozio dell’elettricista Tullio Fabris a proposito di un interrogatorio che lo stesso aveva subito qualche giorno prima da magistrati e Carabinieri per circostanze relative alla strage di piazza Fontana: “Lui non c’era, ma Rauti avvicinò la moglie e le chiese cosa avesse detto il marito a magistrati e Carabinieri. Al rifiutarsi della donna, la aggredì con un arrogante “Lei si rende conto con chi sta parlando?” aggiungendo espressioni di pesante minaccia per il marito. La donna reagì, tentando perfino di graffiare uno dei due”.

A questa pagina si aggiunge la 103 che riporto fedelmente: “Il comportamento di Freda e Ventura con i timer sfiora l’assurdo: parlano un po’ con tutti del loro utilizzo, incuranti dei rischi, e lasciano ampie tracce degli acquisti, telefoniche e fiscali. Può lasciare perplessi che un uomo come Freda sia andato ad acquistare i timer per gli attentati in una normale ditta facendosi intestare regolare fattura, senza usare vie clandestine. Per di più, con un testimone pericoloso: Fabris, l’elettricista al corrente di tutto. Ma è ancor più significativo che ne parli al proprio telefono, pur sapendo che l’apparecchio è controllato. In un interrogatorio reso al giudice istruttore di Milano nel 1973, Giovanni Ventura svelerà che un funzionario dell’Ufficio politico della Questura aveva avvertito l’avvocato padovano quando erano iniziate le intercettazioni. In effetti già nel maggio del 1969, parlando al proprio telefono, Freda a un certo punto aveva detto: «Se c’è qualche coglione in ascolto, ascolti pure».

 

Le intercettazioni in cui si sentiva l’avvocato ordinare i timer, risalenti al settembre 1969, entrarono nell’inchiesta solo nel gennaio ’72, quando il giudice istruttore decise di ascoltare le registrazioni fatte dalla Questura padovana nell’ambito delle indagini sul terrorismo nero. Prima di allora, nessuno aveva riascoltato quei nastri. Che fino al 1972 i «neri» fossero ben coperti, è dato assodato. Le ripetute minacce subite da Fabris erano state pur rivelate ai carabinieri nella primavera di quell’anno, ma la cosa non sortì effetti. Nel 1995 l’elettricista ricordava con amarezza: «Subito dopo la visita di Fachini e Rauti avevo sollecitato un aiuto al maresciallo Toniolo dei Carabinieri che lavorava al Tribunale di Padova. Chiedevo sorveglianza e protezione, ma in realtà non ho mai visto nulla; le risposte del maresciallo erano generiche e anzi mi consigliò di non mettermi in mezzo, e di limitare le mie testimonianze al minimo indispensabile. In sostanza il maresciallo Toniolo mi ascoltava quasi con fastidio».

Freda e Ventura, dice l’accusa, confidavano nell’impunità perché certi di avere le coperture necessarie; e anzi, erano probabilmente convinti che dopo la strage il colpo di Stato li avrebbe innalzati dalla parte dei vincitori, in posizione di forza e coperti di onori. Sicuramente, come ha suggerito Vincenzo Vinciguerra durante l’ultimo processo, c’era la «sicurezza di costoro di partecipare a un’operazione politica che coinvolgeva le forze anticomuniste e che doveva concludersi, per l’ampiezza del concorso, in un sicuro successo», Ma c’è dell’altro che riguarda la dinamica, la realizzazione dell’operazione.

Nessuno mai avrebbe potuto oltrepassare il solido scudo predisposto a parare il segreto della strage. La trappola aveva troppi strati concentrici che la occultavano”.

La frase “Lei si rende conto con chi sta parlando?” è quella che, pur assomigliando alla più celebre ma anche più innocua “Lei non sa chi sono io?”, pronunciata dall’onorevole Trombetta in un duetto con Totò, mi sembra gravissima e, degna di essere chiarita, ora che è morto Rauti.

Cosa intendeva dire il fondatore di Ordine Nuovo quando usava per sé quella espressione?

Quando dico che è arrivato il tempo di aprire gli archivi e rimuovere qualunque forma di segreto intendo dire che è arrivato il tempo di sapere chi abbia messo le bombe (plurale) a piazza Fontana il 12 dicembre 1969.

Oreste Grani