I razzi di Hamas colpiscono Gerusalemme. Saranno mesi di guerra “tra la gente”

Saranno mesi di guerra tra la gente. Così, dopo la guerra dei sei giorni, ci sarà la guerra dei sei mesi e forse dei sei anni. Se rimarrà qualcuno da ammazzare. 

Mi imbarazza citarmi ma è doveroso farlo.

Il 23/7/2011 alle ore 14:47 scrivevo sotto il titolo:

 

Primi esempi di guerra tra la gente

Il terrorismo non è la guerra dei poveri. Il terrorismo è la negazione della vita, la vita degli innocenti.

Quanto è avvenuto in Norvegia è l’esempio di “guerra tra la gente” di cui da tempo vi parlo. La guerra tra la gente non, quindi, il terrorismo a latere di guerre guerreggiate secondo canoni tradizionali. Le bombe di Oslo non sono le autobombe di Bagdad o le mine di Kabul. Stiamo vedendo un nuovo tipo di guerra che ci colpirà duramente durante il triennio incandescente 2012-2014.

Chiunque vorrà portare la guerra tra la gente, per i più diversi e disparati motivi, fanatici islamisti, cristiani integralisti o estremisti di destra e di sinistra che siano cercherà, nell’altro da se, nel diverso secondo il proprio insindacabile giudizio, l’obiettivo sacrificale.

L’innocente vicino di casa, odiato perché indifferente alle nostre “sacrosante ragioni” e alla “nostra visione del mondo”.

È arrivato il tempo della complessità e del dialogo ipaziano. È arrivato il tempo della tolleranza reciproca e della riscoperta dell’attualissimo manifesto sulla Cittadinanza Planetaria di Edgar Morin che vi prego cortesemente di rileggere in momenti così difficili. (http://www.ipaziapreveggenzatecnologica.it/taxonomy/term/7)

Dobbiamo trovare una logica in questa crisi, in ogni crisi, per quanto sfumata e poco convenzionale che sia. Abbiamo bisogno di studiare logica fuzzy.

Che siano quindi degli aggressori nazisti xenofobi norvegesi o islamici gheddafiani inferociti per i bombardamenti a Tripoli o amici dei talebani, i ventenni trucidati (impegnati in politica e quindi ancor più preziosi per questo) sono un prezzo che il mondo confuso e senza pensiero strategico non si può più permettere.

In nessun caso. Che siano giovani tunisini, egiziani, siriani, palestinesi, israeliani, norvegesi o italiani.

Il prof. Guido De Marco, Presidente Emerito della Repubblica di Malta, scriveva qualche tempo addietro a proposito della irrisolta questione Israele/Palestina: “Che futuro c’è nel conflitto? Sono convinto che il terrorismo non sia una soluzione, e anche che al terrorismo non vi sia soluzione.”

Questo non deve essere accettato. Soprattutto per noi che viviamo nel Mediterraneo, che apparteniamo a questo mare nostrum e che non dobbiamo voler consegnare il nostro futuro e quello dei nostri giovani a chi vuole permanentemente alimentare un conflitto tra cristiani, ebrei, mussulmani, pagani, agnostici.

Ci interessiamo del Mediterraneo e della pace perché ci chiamiamo Ipazia (che era alessandrina e quindi mediterranea) anche e soprattutto perché viviamo in uno dei crogioli di coltivazione del conflitto per l’irrisolto contenzioso tra lo stato di Israele e la leggittima richiesta, mai esaudita, dei palestinesi di una loro autodeterminazione e di un loro libero stato.

Nella quarta di copertina di un libro che sto leggendo sulla illogicità del conflitto Israele/Palestina trovo scritto: “Gli israeliani hanno paura dei palestinesi. I palestinesi hanno paura degli israeliani. Spesso la complessità sociale è paradossale e diventa l’origine di molte contraddizioni e di mostruosi comportamenti.

Gli “affari” sono un’altra cosa”.

Oreste Grani

 

Quante fotografie dovremo ancora vedere come questa prima che scoppi la pace?

L’uomo della foto è Jihad Misharawi, un giornalista della BBC che ha perso il figlio di 11 mesi: un attacco aereo israeliano ha colpito la sua abitazione nella striscia di Gaza, uccidendo il piccolo Omar, sua cognata e ferendo suo fratello. Per il piccolo le condizioni sono apparse da subito grave e non c’è stato nulla da fare per salvarlo. L’immagine straziante dell’uomo con in braccio il corpo del figlioletto è stata pubblicata in prima pagina dal Washington Post e ha fatto il giro del mondo.

Un attacco che è solo la conseguenza della minaccia perpetrata pochi giorni fa da Israele: lo Stato Ebraico ha aperto le “porte dell’inferno”, ha annunciato uccidendo un capo militare di Hamas. Israele ha avvertito che era solo l’inizio di un’operazione mirata di gruppi militanti a Gaza e in vista delle elezioni di gennaio la situazione non può che peggiorare.

 

Leo Rugens