No a nuovi M.Fo.Biali (Libia)! No a nuovi omicidi Pecorelli! Sì alla chiarezza su quanto è avvenuto prima e dopo la morte di Gheddafi

Armadio motorizzato prodotto dalla ditta Addicalco. L’immagine è disgiunta dagli episodi narrati; il criterio di selezione è puramente estetico

Forse il pensiero della Patria, tornando vivo e puro nei cuori, renderà più agevole la necessaria concordia nella discordia tra i partiti politici che in avvenire si combatteranno a viso scoperto e lealmente; perché tutti essi, come terranno sacra la libertà, loro comune fondamento, così avranno dinanzi agli occhi l’Italia e nel bene dell’Italia troveranno di volta in volta il limite oltre il quale non deve spingersi la loro discordia” così ha dichiarato il Presidente Giorgio Napolitano il 19.11.12 citando il filosofo Benedetto Croce.

Cogliamo l’occasione che ci offrono queste parole per notare che mancano pochi mesi alla fine del Suo mandato presidenziale, Signor Presidente, tempo utile per offrire agli italiani un gesto riparatore rispetto ai troppi silenzi che connotano stragi, omicidi, deviazioni, scandali avvenuti negli ultimi cinquant’anni.

È ora di aprire gli archivi, cominciando, per esempio, dalla vicenda di Italo Toni e Graziella De Palo, da me citati nel post del 13.11.12 “Chi vende, chi compra, chi spia”.

Fortunatamente la loro memoria è tenuta in vita da un sito web a loro dedicato: http://www.toni-depalo.it, sfortunatamente le indagini non hanno ancora fatto giustizia.

Si consideri che, solo nell’estate del 2014, sarà rimosso il segreto di Stato e gli omissis che oggi classificano i 1.240 documenti inerenti il caso Italo Toni e Graziella de Palo, giornalisti rapiti e uccisi a Beirut da una delle tante fazioni militari filiazioni dell’OLP di Arafat.

I documenti selezionati e censurati, tuttavia, sono già stati mostrati nel 2011 ai familiari di Graziella de Palo, per un sensibile intervento dell’allora direttore del DIS Prefetto Gianni De Gennaro.

Scrivo “mostrati” perché i documenti non fu possibile averli in copia. Neanche i legali della famiglia della giornalista caduta compiendo il suo dovere verso i lettori hanno potuto duplicare la documentazione relativa all’episodio e al coinvolgimento in esso dei colonnelli Mario Ferraro e Stefano Giovannone, capi centro per sedici anni della nostra stazione a Beirut.

Da un episodio lontano a uno vicino. Pubblico di seguito un articolo dell’Espresso del 21.6.12 classificato in uno dei tanti “ritaglia e incolla” che caratterizzano l’attività della intelligence nostrana.

Il riferimento ai dossier di Gheddafi nell’articolo dell’Espresso, ricorda un altro scandalo, quello che Mino Pecorelli trattò a lungo sul settimanale O.P. Riportiamo in proposito un brano significativo tratto da Gli anni del disonore: dal 1965 il potere occulto di Licio Gelli e della P2 di Mario Guarino e Fedora Raugei.

Lo scandalo (per migliaia di tonnellate di petrolio) ha un’involontaria origine nel 1975, quando l’allora ministro dell’Industria Giulio Andreotti chiede all’ammiraglio Mario Casardi (direttore del SID dal luglio 1974) di indagare sul conto di Mario Foligni. Questi, si scoprirà in seguito, era fiduciario dello stesso generale Giudice. Confluite in seguito nel dossier denominato «M.Fo.Biali» (dalle iniziali di Foligni e l’acronimo di Libia), gli esiti delle indagini mettono in luce gravi deviazioni istituzionali, non segnalate alla magistratura né dal SID né tantomeno dal potente politico della DC. Del dossier – e dei molteplici aspetti truffaldini – è a conoscenza anche il colonnello Aldo Vitali, comandante della Legione della Guardia di finanza di Venezia. In un rapporto del gennaio 1976, Vitali segnalava che nell’attività investigativa non solo era emerso il contrabbando petrolifero, ma che ne era complice «un noto uomo politico». La segnalazione di Vitali viene però ignorata.

L’immagine è disgiunta dagli episodi narrati; il criterio di selezione è puramente estetico

L’immagine è disgiunta dagli episodi narrati; il criterio di selezione è puramente estetico

Finché il dossier «M.Fo.Biali» non perviene – per le solite vie misteriose – sulla scrivania di Mino Pecorelli, di esso non emerge nulla. A più riprese, in quegli anni, il periodico «Op» pubblica articoli sulla vicenda. A svelare le proporzioni dello scandalo, basta l’attacco dell’articolo che sarà pubblicato il 7 novembre 1978 sotto il titolo Petrolio e manette. «Sessanta incriminati, 23 ordini di cattura», scrive il periodico di Pecorelli «centinaia di miliardi frodati al fisco […] lo scandalo della benzina di contrabbando s’allarga di ora in ora, tuttavia nessuno ne parla. Per la stampa italiana il silenzio è d’oro. Oro nero stavolta». Oltre ai politici italiani, nel gigantesco affare sono implicati faccendieri, personalità di governi stranieri e monsignori che fanno capo al Vaticano.
[…] Solo l’omicidio del giornalista, e il conseguente ritrovamento del documento, ha consentito di far emergere la vicenda, con i suoi risvolti di gravissima deviazione istituzionale. Di conseguenza, il possesso del dossier da parte di Pecorelli costituiva una mina vagante […] (nota degli autori: «Domanda di autorizzazione a procedere contro il senatore Giulio Andreotti» per l’omicidio Pecorelli, inoltrata dalla Procura della Repubblica di Roma alla Procura di Perugia l’8 giugno 1993. Procedimento poi conclusosi con l’assoluzione dell’uomo politico).

L’immagine è disgiunta dagli episodi narrati; il criterio di selezione è puramente estetico

L’immagine è disgiunta dagli episodi narrati; il criterio di selezione è puramente estetico

L’immagine è disgiunta dagli episodi narrati; il criterio di selezione è puramente estetico

Ribadisco, è ora di aprire gli armadi.
Come ho già scritto nel post: “18°/La calunnia – Herbert Kappler, una fuga di Stato” del 13 agosto 2012, “Il segreto porta assuefazione”, ha dichiarato il già agente segreto britannico John Le Carrè: l’abitudine al segreto, la tranquillità di poter ricorrere alla secretazione per evitare indagini e fastidi, fa perdere il senso del limite e il rapporto etico con la verità, fino a dimenticare le ragioni stesse della segretezza, con il rischio che questa possa operare come un “principio di tirannia”, come suggeriva lo scrittore statunitense Robert Heinlein […] Il Segreto di Stato, insomma, deve essere una condizione assolutamente straordinaria, limitata ad eventi di effettiva gravità per la sicurezza della Repubblica, nell’interesse esclusivo dei cittadini italiani. Non può essere esercitato come una sorta di rivendicazione di “alegalità”, di sottrazione al controllo del proprio operato per gli organi dello Stato, questa sì pericolosa per la Repubblica e per la democrazia […] Il segreto è di per sé un rischio. Per essere mantenuto impone comportamenti anomali e scelte soggettive, spesso ai limiti della legalità e al di sopra delle regole, rendendo difficile l’individuazione e, soprattutto, la punizione di chi ne faccia un uso distorto. La verità è un pericolo soltanto per chi ha qualcosa da nascondere. Per gli istituti di Intelligence è la sola via percorribile per ritrovare credibilità e autorevolezza presso i cittadini, in difesa della Repubblica, al cui servizio esclusivo sono chiamati ad operare, con professionalità e onestà, nella legalità e, quindi, nella possibilità di controllo e nel dovere di rendere conto del proprio agire.
La terza Repubblica deve nascere contestualmente al “fare luce su” i misteri che hanno connotato la prima e la seconda.
Oreste Grani

L’immagine è disgiunta dagli episodi narrati; il criterio di selezione è puramente estetica

L’immagine è disgiunta dagli episodi narrati; il criterio di selezione è puramente estetico