Agnelli e FIAT: una famiglia e un’azienda per tutte le stagioni

Quando Mohamed Gheddafi, inferocito per un articolo umoristico di Fruttero e Lucentini, chiese che l’ebreo Arrigo Levi fosse licenziato dalla direzione de “La Stampa”.

Non se ne fece nulla di quella richiesta ma, tre anni dopo, gli Agnelli, come se niente fosse sucesso, lo presero come socio per un pacco di petrodollari.

Altri tempi, altri Marchionne

Oreste Grani

 

Giovanni Agnelli e Henry Kissinger allo stadio

 

 

QUELLA GRAN LITE DI TANTI ANNI FA

di Sandra Viola

Gli accordi tra lo stato libico e la Fiat rappresentano, tra l’altro, il sorprendente epilogo della lite più furibonda e scomposta che abbia mai avuto luogo tra un paese arabo e un’industria dell’Occidente.

La storia rimonta alla fine del ’73, alle settimane che seguirono la guerra del Kippur.

Il 6 dicembre (israeliani ed egiziani negoziavano il disimpegno sul Canale nella tenda del chilometro 101), la “Stampa” di Torino, giornale di proprietà del gruppo Fiat, pubblicò in terza pagina un lungo articolo dedicato al presidente Gheddafi.

Autori del pezzo erano Fruttero e Lucentini, i due umoristi allora reduci dal successo di “La donna della domenica”; il titolo era piuttosto vago: “Pare che…”.

Meno vago era tuttavia il contenuto dell’articolo. Col pretesto di fare il verso alle chiacchiere di società (a quel tipo di dialoghi che cominciano appunto con l’interlocuzione “Pare che…”), Fruttero e Lucentini tratteggiavano infatti un ritratto privo di qualunque simpatia – e anzi apertamente sprezzante – del colonnello Gheddafi.

Parve subito chiaro che l’articolo avrebbe avuto conseguenze. Perché, certo, il personaggio Gheddafi è rumoroso, contraddittorio (“bouillant”, dicono del colonnello i francesi, mentre gli inglesi lo definiscono “mercurial”): ma i capi di Stato, sono comunque tutelati da una rigorosa “protezione” giuridica.

La reazione libica venne immediata, sotto forma di una lettera dell’ambasciatore di Tripoli a Roma. La lettera era molto risentita e la direzione della ‘Stampa” la pubblicò anteponendovi un titolo ironico, con a fianco una risposta di Fruttero e Lucentini ancora più “irriverente” dell’articolo che aveva provocato il risentimento del governo libico.

Esplose, allora, la furia di Gheddafi. In un colloquio con il presidente della Fiat, Agnelli, l’ambasciatore libico chiese il licenziamento di Fruttero e Lucentini. Agnelli (che pure era molto irritato di quella che chiamava “la leggerezza” con cui era stato pubblicato l’articolo dei due umoristi) dovette ovviamente rifiutare. E quando il colonnello seppe da Roma che Fruttero e Lucentini non sarebbero stati messi sulla strada dalla Fiat, passò ai modi pesanti.

La Fiat voleva continuare a vendere le sue auto e i suoi camion in Libia e nel resto del mondo arabo? Ebbene, se teneva a questi suoi affari, doveva licenziare non solo Fruttero e Lucentini ma anche il direttore della “Stampa” Arrigo Levi. In caso contrario non solo Gheddafi avrebbe chiuso il mercato libico all’azienda torinese, ma avrebbe chiesto all'”ufficio arabo per il boicottaggio contro Israele” di agire dovunque, dal Marocco all’Arabia Saudita, contro la Fiat.

L’avvocato Agnelli visse giorni di forte preoccupazione anche se – per la verità non gli passò mai per la mente l’idea di cedere all’assurda richiesta di Gheddafi licenziando Arrigo Levi. Cercò i buoni uffici d’un ex ministro degli Esteri tunisino e d’un ex primo ministro libanese, mandò messaggi all’intemperante colonnello cercando di calmarlo.

Ma Muhammar el Gheddafi teneva duro. Il direttore della “Stampa” andava licenziato non solo a causa dell’articolo di Fruttero e Lucentini, ma anche perché ebreo e quindi – così sosteneva il colonnello – propagandista di Israele e nemico degli arabi”

Detto per inciso, il presidente libico si sbagliava: la “Stampa” non era mai stata così equilibrata sul problema arabo-israeliano (fermo restando che le sue simpatie erano per Israele) come con la direzione Levi.

La situazione sembrava a questo punto senza sbocco, e i funzionari Fiat di Tripoli erano praticamente con le valigie pronte.

Chi risolse il problema furono gli altri arabi, specie gli egiziani. D’altra parte Gheddafi attraversava una fase non molto diversa da quella attuale, di isolamento politico nel mondo arabo. Non fu difficile fargli capire che se avesse davvero voluto far la guerra alla Fiat, l’avrebbe fatta da solo. Il colonnello si calmò, il “direttore ebreo” poté conservare il suo posto. Ma niente a quell’epoca lasciava pensare che tanta ostilità si sarebbe trasformata in una cordiale “joint venture”.

 

Giovanni Agnelli e Cesare Romiti