L’Italia è un paese senza memoria; devono essere i francesi a ricordare gli eventi drammatici che ci riguardano?

Voglio dedicare un brevissimo post all’editore della rivista “Monsieur” – Montaigne Publications / Swan Group – che nel settembre scorso (2012) ha pubblicato un articolo in cui fornisce un’analisi dettagliata e convincente di un possibile movente dell’uccisione del generale Carlo Albero Dalla Chiesa.

“Monsieur” è la versione italiana della omonima e originale testata pubblicata in Francia da François-Jean Daehn, l’editore in questione. Ciò che dicono di se stessi nel web si può ritrovare qui in italiano (link) o qui in francese (link).

Per completezza aggiungo il profilo di Swan Group, l’editore italiano: La casa editrice edita riviste e libri di qualità tra cui il magazine maschile Monsieur, il bimestrale Spirito diVino dedicato al mondo del vino, Protagonist, house organ del Gruppo Ferretti dedicato alla nautica e inviato ai proprietari di barche del gruppo in tutto il mondo.

Concludo osservando che, senza nulla togliere a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, simboli della lotta al crimine organizzato, finalmente, ma dalle colonne di una testata di origine francese, si torna a parlare e a dare peso al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.

Da anni infatti sostengo che l’occultamento della figura del generale dal pantheon dei caduti nell’adempimento del loro dovere mi suona sospetta e stai a vedere che son proprio i “cugini” d’oltralpe a tentare di rompere questo silenzio.

Per quello che mi è dato sapere l’articolo è ben informato e verosimile nelle sue ricostruzioni e nei nessi storici.

Mi chiedo cosa voglia dire tanto silenzio nazionale e tanta attenzione dei francesi.

Andiamo avanti

Oreste Grani

P.S.

Pubblico di seguito l’editoriale di Franz Botré (e il suo profilo professionale) su “Monsieur “che presenta l’articolo dedicato al generale Dalla Chiesa. Del testo condivido molto ma non tutto, in particolare la conclusione.

Editoriale

Domenica 5 agosto, all’ombra di un pino marittimo, guardo e ammiro il Mare Nostrum. Tra le mani, la prova colore della copertina, quella che avete appena visto, girato. Riguardo il mare, lo adoro. Le sue cromie, le sue profondità, i suoi misteri. Da sempre mi immergo. Da sempre gli do del Lei. Poi, osservo la copertina. Sulle ginocchia l’iPad, tra le dita il mio cubano preferito. Chiudo gli occhi, riguardo la copertina, mentre il fumo offusca l’orizzonte. Il volto fiero, il piglio marziale e sereno del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa portano i miei pensieri a un altro 5 agosto, quello del 2008. Un’immagine nitida si plasma dinanzi a me. Non capisco il nesso con la copertina. Poi capisco il perché. È una foto storica, si vedono sei incursori del Comsubin che portano a spalla una bara avvolta dal tricolore, scortati da sei carabinieri in alta uniforme: sono le esequie dell’ammiraglio Gino Birindelli.

Ecco, in quell’immagine c’è tutto me stesso. Quello che sono e che vorrei essere. Quello che vorrei fosse l’Italia. Nelle cromie di quell’immagine ci sono l’essenza e l’eccellenza di un uomo. Il verde delle divise semplici, ma mitiche dei Comsubin, simili alle mute degli uomini Gamma. Quelle dell’uniforme dei carabinieri, eleganti e rassicuranti. Il tricolore, unico e irripetibile. La bara, semplice e maestosa come l’Uomo che «la indossa». Birindelli come Dalla Chiesa. Uomini che si sono nutriti e hanno vissuto sino alla morte di etica, di valori, di onore, di Patria. Perché stupirsi allora di un abbrutimento generale di questo Paese? Chi vive ancora di questi valori? Osservando i colori dello stemma araldico dell’Arma dei Carabinieri e quello dei Comsubin si nota immediatamente che hanno di base le stesse cromie: il rosso e il blu. Il rosso indica l’amore ardente, l’audacia, il coraggio, fino al sacrificio estremo. Il blu è sinonimo di fedeltà, di giustizia, di amor di Patria e di gran valore militare. Ecco che cosa mi ricordava e mi ricorda la copertina. Mi urlava la differenza che passa tra l’essere e l’apparire (vero grande tumore di questa società), tra l’essere uomo e un parvenu. Per tutta l’estate abbiamo letto della trattativa Stato-mafia, del 1992, del sacrificio di Falcone, di Borsellino e di chi gli era accanto. Giusto sapere, doveroso ricordare. Ma purtroppo, lo vedo anno dopo anno, l’Italia è un Paese senza memoria. Come ho scritto qualche mese fa. Tanto sulle vicende del generale Mori, quanto sulle origini e sullo sviluppo del debito pubblico. Tutti ne parlano. Nessuno lo spiega. Così, durante una brevissima pausa dinanzi al Mare Nostrum, ho riflettuto. Sono sempre più convinto che fare giornalismo sia ancora possibile. Soprattutto in un mensile libero, ma veramente libero, come Monsieur, dove i lettori che ci seguono non sono certo (come dicono il Devoto Oli o lo Zingarelli) dei minchioni. Sanno. Ricordano. Ecco allora uno spunto, un pensiero di riflessione. Duro, solo come la realtà sa esserlo. Tutti a ricordare il 1992. Ma dieci anni prima… Apro uno dei miei soliti cassetti della memoria.

Sono i mesi di Comiso. Quelli dei famosi Euromissili in Sicilia. Una scelta ben precisa, voluta dalla Nato, la mano degli americani, nostri Signori dal ’45. Venne schierato un vero e proprio piano tattico e logistico, illogico in piena Guerra fredda. Miliardi, una montagna di miliardi, affidati al territorio. Appannaggio delle imprese mafiose. Complice una classe politica collusa, se non peggio. Una mafia che da anni introitava i proventi dell’eroina e li riciclava nel cemento e nella finanza. Il criminale progetto venne denunciato dal Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. È finita come tutti sappiamo. Quello che pochi ricordano, in questo tragico parallelo con il 1992, è che in poco più di 18 mesi, dall’inizio del 1980, i morti a Palermo furono 135. Cadde un tenente colonnello dei carabinieri, seguito dal capo della squadra mobile, da un magistrato, un giornalista, un magistrato antimafia, il procuratore capo, il presidente della Regione, il dirigente dei comunisti siciliani e il prefetto Dalla Chiesa che attendeva i poteri speciali promessi da Roma.

Penso a tutto questo e proietto l’immagine dell’Italia di oggi, con i suoi penosi riferimenti che si sviliscono. Piccoli uomini, miseri, con le radici avvizzite: che tristezza. Per contro, non immaginate che senso di conforto e di sicurezza mi suscita nell’animo ogni qual volta incrocio una coppia di carabinieri nella loro auto blu e rossa o quando li vedo passeggiare affiancati sul marciapiede della mia città, nella loro sacrale uniforme. O a cavallo, che eleganza con la loro mantella. Li sento vicini, amici, esattamente come quando sono con Luigi a Monza, Marco a Bari o il giovane morosiniano Istvan oggi carabiniere a Saluzzo.

Ripiego la copertina, guardo la foto del generale, il sigaro ormai è all’ultimo quarto, le note della marcia della Fedelissima, che sin da piccolo mi hanno accompagnato in colonia ogni qual volta allineati coperti andavamo a schierarci per l’alzabandiera o per recarci in mensa, riecheggiano. Rileggo il titolo di copertina: L’etica dell’Arma… Un senso di impotenza e di rabbia mi pervade. Ho un nodo in gola. Quanto vorrei essere un Carabiniere, un Comsubin o un Marò, per riaprire orgogliosamente la copertina, scattare sugli attenti, battere i tacchi e rendere onore a un Uomo. Non è un caso che la Benemerita sia una delle poche certezze del Paese. La stessa certezza e protezione che ogni uomo può trovare e riporre nella loro santa patrona: la Virgo Fidelis. A proposito di Fidelis. Lo Stato non cambia mai. Da Dalla Chiesa ai Marò, fedeli anch’essi a uno Stato infedele. Mi domando: quante settimane, quanti mesi sono rimasti ostaggio di un Paese che non aveva alcun diritto di trattarli come prigionieri. Quando rapiscono un civile ci sono le immagini sui palazzi pubblici. Quando c’è un sopruso contro chi onora un’u- niforme niente. Ripenso ai nostri padroni americani. Altro che loro vassalli. Siamo peggio dei servi della gleba.

Franz Botré Nato il 26 gennaio 1955 a Bresso (Milano), a 14 anni comincia a lavorare come tipografo e scopre la sua passione per la comunicazione. Segue studi serali e diventa stampatore, litografo, fotolitografo, grafico e poi, nel 1980, redattore del mensile Gente Viaggi (Rusconi), di cui diviene in seguito art director. Crea inoltre la veste grafica dei periodici Il Piacere e Expression (quest’ultimo realizzato in collaborazione con American Express). Dopo la Rusconi, la Rizzoli, per gestire la realizzazione di Brava Casa. Apre un suo studio e crea Express Gran Turismo, Orologi da Polso (periodico dedicato agli amanti della grande orologeria) e Alfa Romeo World. Rientra in Rusconi nel 1989 per progettare il quindicinale Trendy. Crea la veste grafica de Il Piacere e Expression. Dal 1991 al 2001 è in Class Editori, dove arriva a ricoprire le cariche di vicedirettore del mensile Class, ideatore e direttore di Gentleman e art director centrale del gruppo editoriale.
Nel 2001 lascia il Gruppo Class per creare Swan Group, la sua casa editrice che lancia Monsieur, Roger e l’ultimo nato Spirito diVino.