L’Ilva alla de-Riva: l’acciaio è una cosa seria per lasciarlo in mano a politici e “prenditori”

Gennaio 1964, Felice Riva, Luis Carniglia e Mino Spadacini passeggiano a Milanello

Gennaio 1964, Felice Riva, Luis Carniglia e Mino Spadacini passeggiano a Milanello

chi parte per Beirut e ha in tasca un miliardo

Rino Gaetano

Questi apostoli, queste emblematiche figure, tanto vicine a Lui, sono i nostri Santi: sant’Agnelli, san Pirelli, san Costa… san Giovanni Borghi, san Marzotto dei Filati, san Felice Riva di Vallesusa… martire

Giorgio Gaber

A forza di sentire nominare i “Riva” – i proprietari dell’Ilva – mi è tornato in mente un altro “Riva”, che con questi non centra nulla, ma con il malcostume nazionale e la calciocrazia sì: Felice (detto Felicino) Riva.

Nato nel 1935, figlio di Giulio Riva, proprietario del Cotonificio Valsusa, ciò che di notevole fece, fu di diventare presidente del Milan nel 1962, per poi scappare a Beirut nel 1969 a seguito di una bancarotta di ben 46 miliardi di lire. Lì si diede alla bella vita fino al 1982, quando grazie ad amnistie varie ritornò in Italia, anche per sfuggire alla guerra civile libanese. Fece pochi giorni di carcere e oggi vive a Forte dei Marmi. Beato lui.

Oreste Grani

 

Felice Riva

Felice Riva

 

Un crac durato 26 anni Pagati gli ultimi creditori dell’ex impero di Felice Riva

MILANO. A chi ha oggi vent’anni il nome Felice Riva non dice proprio nulla. Chi passa i trenta e, magari, tifava rossonero nei “mitici” Sessanta lo ricorda con amarezza visto il declino che il Milan, nonostante gli Amarildo e gli Altafini, subì proprio sotto la gestione dell’ex “re del cotone”. Chi, infine, ha dimestichezza con i grandi crac finanziari del Dopoguerra non ha dubbi: quello del Cotonificio Valle Susa è stato un fallimento che ha fatto epoca. Sia per le dimensioni, visto che vi furono coinvolte 8 mila persone che dovettero rimanere a casa, sia per il personaggio, il “Felicino”, biondissimo ragioniere (oggi, assicura chi lo conosce, con diffusi riflessi argentei nei capelli), abbronzato, con fama di playboy, “emigrato” a Beirut, costretto in manette a San Vittore eccetera, eccetera… che non mancò mai di fornire ai giornali una ghiotta aneddotica. Ebbene, a fine dicembre, 26 anni dopo, il Tribunale ha messo la parola fine al crac Valle Susa. Oltre un quarto di secolo: non è poco. La notizia è stata diramata ieri in poche righe dall’agenzia di stampa Radiocor. Secondo fonti legali, nei giorni scorsi “è stata pagata l’ultima tranche di 12 miliardi a favore dei creditori chirografari, rimborsati all’80% dell’esposizione (ma ai valori dell’epoca, quindi non capitalizzati)”. Cala così, nel silenzio, il sipario su una vicenda che negli ultimi anni non aveva interessato più nessuno e che ha però qualche seguito su altri fronti patrimoniali dello stesso “Felicino”. Il “buco” lasciato dal giovane rampollo di Giulio Riva sfiorò i 46 miliardi di allora. Una bella cifra. Il padre, uno che per gli affari aveva naso, mise in piedi un vero e proprio impero, con quattordici stabilimenti e una sede residenziale in via Borgonuovo. Sul palazzo, raccontano le cronache del tempo, aveva fatto incidere il suo motto, in latino: “Sapientia aedificatur domus, prudentia roborabitur”, l’abilità ha costruito questa casa, la prudenza la fortificherà. Ragionier “Felicino” al latino preferiva il ladino delle piste di Sankt Moritz o il toscano del Forte. Nel 1951, padre Giulio tentò addirittura una “scalata” alle Generali, in tandem con Giulio Brusadelli, detto “il Brusa”, e con l’aiuto di Aldo Ravelli, l’operatore di Borsa più famoso del Dopoguerra. Per il figlio le Generali sono solo una compagnia di assicurazione. Barba lunga Alla guida del Valle Susa “Felicino” arriva a 25 anni, nel 1960. Cinque anni dopo, il 5 ottobre 1965, viene dichiarato il fallimento e nel febbraio 1969 scattano per lui le manette, all’uscita da un cinema del centro. Nelle foto che lo ritraggono in carcere è irriconoscibile: ha l’aria distrutta, cammina a testa bassa, con la barba lunga. Il “calvario” dura poco, circa venti giorni, dopodiché si apre la lunga parentesi libanese. Beirut, nei Sessanta, è una specie di Montecarlo mediorientale. Siriani, sciiti, hezbollah, attuali “padroni” della città devastata dalla guerra, all’epoca sono pastori inermi e vivono ben lontani dalle lussuose residenze frequentate da Riva. Il quale torna in Italia nel giugno ‘82, accompagnato dalla seconda moglie, la hostess norvegese Vigdis Christiansen. Alla chetichella, senza far clamore, ritenta nel mondo degli affari. Oggi, come 30 anni fa, vive tra il Forte, Sankt Moritz e Lugano. Ha una propria attività finanziaria. E ha tuttora in ballo un contenzioso di famiglia sul palazzo Castiglioni di via Senato, già sede del Valle Susa, acquistato due anni fa dal gruppo Ratti per 13 miliardi. Proprio l’operazione di vendita ha fatto sobbalzare il fratello Vittorio, che rivendica in sostanza una parte del ricavato e chiede un’indagine dalla magistratura. Felice sostiene, invece, che quel palazzo fa parte del suo asse ereditario. Di sicuro l’immobile, prima di passare alla Ratti, compie diversi giri di valzer in finanziarie e “scatole vuote” che insospettiscono i giudici. Nell’autunno ‘87 viene arrestato Francesco Cangiano, un professionista di Benevento collaboratore di Riva, con accuse che vanno dall’appropriazione indebita all’estorsione. Secondo quanto dice Antonio Pinto, avvocato di Riva, “ora tutto è stato chiarito”. E anche l’ultimo processo di questa Dynasty di ritorno dovrebbe concludersi presto. C. L.

3 gennaio 1992 Corriere della Sera

 

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