Israele e il destino dell’Egitto

Nella mensile “Pagine Egraiche” del marzo 2011 si potevano leggere a firma di Anna Momigliano una serie di considerazioni su quanto il destino dell’Egitto sia legato a quello di Israele e viceversa.

Cari egiziani, per favore, non distruggete le piramidi. Noi non le ricostruiremo. Cordiali saluti, il popolo ebraico.” Questa battuta che circolava su Facebook e twitter nei giorni in cui le piazze del Cairo si infiammavano dela rivolta contro Hosni Mubarak, riassume bene (dietro il tradizionale umorismo ebraico) la preoccupazione da parte di Israele e dei suoi amici davanti alla rapida evoluzione della situazione in Egitto. Che cambia di giorno in giorno, a volte facendo ben sperare, altre aumentando i timori […] Due cose però ci sono parse chiare fin dall’inizio. Uno: con la caduta di Mubarak, Israele ha perso uno storico alleato nella regione Medio-Orientale. Forse, chissà, il governo di Gerusalemme riuscirà a trovare un nuovo amico al Cairo (anche se molti analisti hanno espresso il loro pessimismo), ma non si può negare che Mubarak, per anni, sia stato una garanzia, specie nel contenimento di Hamas. Due: con la caduta di Mubarak, Israele dovrà raccogliere una sfida importante. Ovvero imparare a dialogare con le nazioni intere e non con singoli leader che (come nel caso di Mubarak, al potere grazie a una legge di emergenza durata trent’anni) che non rappresentano il loro popolo [Nota mia: le notizie recenti fanno pensare che Morsi stia ripercorrendo le orme di Mubarak riguardo la legislazione di emergenza, con l’aggravante che in politica estera risponde ai Fratelli musulmani]. Una sfida non da poco, specie se si tiene conto che l’opinione pubblica nelle nazioni arabe non è mai stata particolarmente favorevole, per utilizzare un eufemismo nei confronti di Israele. Eppure è una sfida che Israele deve raccogliere. Non c’è altra scelta. Perché (questo lo si sapeva) nessuno può credere realmente che un regime autoritario, amico o nemico poco importa, sia destinato a durare per sempre. A volte a un regime ne segue uno ancora più dittatoriale (una parola: Iran) [Nota mia: a oggi direi anche Egitto]…

Quanto sta accadendo in Egitto, conferma le preoccupazioni di quelle ore. Come affermano le agenzie:

Egitto: approvata la nuova Costituzione, ‘sharia’ fondamento del diritto

30 Novembre 2012 – 10:07

(ASCA-AFP) – Il Cairo, 30 nov – L’Assemblea costituente egiziana ha adottato la bozza della nuova Costituzione, la quale include un articolo che definisce la ‘sharia”, la legge islamica, come fonte principale della legislazione nazionale. Lo ha annunciato il presidente Hossam el-Ghiriani dopo 19 ore di consultazioni.

L’approvazione del testo e’ avvenuta all’unanimita’, malgrado i lavori fossero stati boicottati dalle forze di opposizione laiche e liberali.

Ora la Carta sara’ trasmessa al presidente Mohamed Morsi che dovrà controfirmarlo e indire un referendum confermativo.

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Last but not least, faccio seguire una riflessione del “politologo” Giancarlo Elia Valori (persona complessa, dal passato internazionale e burrascoso, dall’evidente e dichiarato strabismo filoisraeliano, addentro ai disegni mediterranei) apparso nel mensile “Formiche” del maggio 2011.

Oreste Grani

 

L´ultimo Mediterraneo

01/05/2011 Giancarlo Elia Valori

Suez, Aden e il Corno d´Africa saranno i punti di crisi futuri di un´area che tenderà a ragionare strategicamente tutta assieme e che potrebbe aver bisogno di un ombrello di sicurezza diverso da quello elaborato post-Guerra fredda dall´Alleanza atlantica.

Il nuovo quadrante strategico del Mare nostrum rappresenta elementi di continuità e di rottura con quello che siamo stati, fino ad ora, abituati a studiare. La presenza della Cina è un fenomeno complesso: Pechino ha reagito alle minacce portate da al Qaeda nel Maghreb islamico, la rete di Bin Laden in Algeria, contro i 50mila lavoratori cinesi residenti nell´area. La Cina vuole sostituire, di fatto, l´Ue come principale mercato finale del petrolio algerino e, in seguito, libico e dei Paesi presenti nell´Africa subsahariana. Pechino vuole costruire una presenza nel Mediterraneo che equipara le due sponde principali del Mare nostrum, e arrivare a controllare i passaggi petroliferi e commerciali che si attuano dallo stretto di Suez e dal Corno d´Africa senza interrompere la sua lunga tradizione, che risale a Mao, di equiparare i “due mondi” (Usa e Urss prima, ora la Federazione Russa) al Terzo mondo che dovrebbe avere Pechino come suo referente naturale.

Le trasformazioni politiche del Maghreb vedranno la Cina sempre meno interessata alla tensione dialettica tra nuove classi democratiche e populiste e vecchi raìs, mentre per Pechino sarà di vitale interesse penetrare quelle economie per sostenerne la crescita, sostituire quegli aiuti che l´Europa del “Processo di Barcellona” non può più fornire, e infine giocare tre partite contemporaneamente: quella contro il comando Africom Usa, che diverrà, se la tensione in Libia favorirà gli insorti, un nuovo asse per la democratizzazione del Continente nero, quella contro la Francia, che desidera rinverdire i suoi fasti nel Maghreb e in Ciad, arrivando fino alla Mauritania e alle coste della Liberia, quella infine contro la Russia, che potrebbe gestire, con un accordo simile a quello proposto nel 2010 da Medvedev, il referente per i prezzi degli idrocarburi africani come Mosca ha già ipotizzato per l´Opec, organizzazione nella quale ha chiesto di poter partecipare. Se il prezzo del barile di greggio si manterrà sui 100 dollari Usa, la cifra ottimale che Ahmadinejad ha proposto per l´Opec nel 2011, allora il trasferimento netto di risorse verso i Paesi produttori sarà tale da permettere ad essi sia il sostegno alle loro economie, sia i progetti di riarmo autonomo, sia infine il sostegno alle nuove classi politiche che emergeranno nel Maghreb. Il vero problema è l´effetto sui prezzi del barile della semi-chiusura del canale di Suez, solo 2/3 milioni di barili passano attraverso gli stretti egiziani, con un fabbisogno mondiale di 88 miliardi di barili/giorno, e quindi il rischio di contagio politico che potrebbe espandersi nel Golfo Persico, che fornisce il 17% del consumo giornaliero mondiale, mentre tutte le variabili geoeconomiche ci fanno prevedere che la sollevazione democratica delle masse maghrebine ha un forte potenziale di irradiazione in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, con una ulteriore spinta alla speculazione sui prezzi che potrebbe, in questo caso, colpire anche interessi cinesi. In altri termini, il Maghreb si è riunito geopoliticamente al Grande Medio Oriente. E, da questo punto di vista, è bene studiare il comportamento degli attori politici locali sia recenti che di quelli da lungo tempo operanti nell´area.

Al Qaeda, per esempio, ha una geostrategia similare, e mi si perdoni il paradosso, a quella attuale degli Usa: circondare il Mediterraneo meridionale a partire dall’Africa sub-sahariana, chiudere lo spazio tra Mauritania, Senegal e Algeria, costringere quegli Stati ad una guerra di attrito lunga, costosa e soprattutto tale da isolarli sia verso la Cina che verso l´Ue. Secondo lo “stratega” di al Qaeda Abu Bakr al Naji, il progetto della rete di Bin Laden nell´area mediterranea è quello di compiere azioni piccole, fortemente finalizzate, a lungo e lunghissimo tempo di azione, e questo è ciò che finora ha impedito ad al Qaeda di compiere attentati in Egitto, mentre la vera priorità per la rete qaedista è quella di inoculare propri agenti in Yemen, la terra di origine della famiglia di Bin Laden, il Pakistan e l´Arabia Saudita. La rete qaedista vuole gestire parte della rivolta, creare reti stabili ma silenti, valutare anno per anno il rapporto costi-benefici di ogni singola azione proposta. L´altra parte in causa sono i Fratelli musulmani.

Per l´Ikwan di Al Banna, nata come organizzazione salafita con rituali e logiche politiche simili a quelle dei partiti fascisti europei, e quindi correlata al Baath sirio-egiziano, la rivolta egiziana “non è islamica”, ma certamente i dirigenti della Fratellanza in Egitto si adegueranno al mainstream della rivolta e cercheranno di influenzare, per ora con i tradizionali sistemi “quietisti” del gruppo, il dibattito politico e le elezioni prossime venture nell´Egitto del dopo Mubarak. In Tunisia, la Fratellanza ha appoggiato pubblicamente la rivolta che ha estromesso Ben Ali. L´Ikwan vuole diventare, nei tempi dati, l´organizzazione che unifica il Maghreb. Perché è questo il dato primario dal punto di vista strategico: dopo la vittoria delle rivoluzioni popolari in Tunisia, Egitto e forse Libia, il Maghreb appare come un´area nella quale la questione che si porrà sarà questa: o l´Africa del nord e il Mediterraneo meridionale si unificheranno sotto una egemonia regionale multipolare, garantita anche da Cina e Federazione russa, e che quindi vedrà una diminuzione dell´influenza della Ue, o vi sarà una sequenza di contagi rivoluzionari che passeranno rapidamente dal vecchio Medio Oriente al Golfo Persico, e anche questo sarà un nuovo stimolo all´unità neo-islamica e populista di tutto il quadrante. Se questo avverrà, ci saranno occasioni di presenza nuova per la Union pour la Méditerranée di Sarkozy, per gli Usa, che per la prima volta non saranno tacciati di essere il centro decisionale di “ebrei e crociati”, per usare la vecchia formula di Bin Laden, per la Cina, che sarà la sola a poter finanziare, alle sue condizioni, il “decollo” delle nuove economie maghrebine.

Ognuno farà per sé, nella nuova strategia mediterranea dei Paesi europei, degli Usa, della Cina. La Nato avrà un “fianco sud” del tutto nuovo da controllare: caduta temporanea, ma non eliminazione del neoterrorismo qaedista, espansione delle possibilità bilaterali di collaborazione regionale con i nuovi Paesi emersi dalle rivoluzioni democratiche del Maghreb, una possibilità di espansione del proprio “braccio lungo” marittimo verso Suez, Aden e il Corno d´Africa, che saranno i punti di crisi futuri di un´area che tenderà a ragionare, dal punto di vista strategico, tutta insieme e potrebbe avere necessità di un “ombrello” di sicurezza del tutto diverso da quello che l´Alleanza atlantica ha elaborato dopo la fine della Guerra fredda nel Mediterraneo. In senso strettamente strategico, il Mare nostrum sarà sempre meno “mare regionale chiuso”, come lo definivano i vecchi strateghi Usa negli anni ‘80, e sempre più il punto di arrivo e di controllo di tensioni che si genereranno nell´Africa sub-sahariana, nel Golfo Persico, nell´asse che dal Caspio al Mar Nero arriva verso il Mediterraneo.

Louis Armstrong

Louis Armstrong

Altra questione geopolitica di straordinario rilievo è la posizione di Israele in questo nuovo sistema maghrebino. Lo Stato ebraico potrebbe sentirsi, giustamente, circondato da una nuova linea di tensioni non ancora prevedibili, non ancora “misurate” sulla questione del rapporto tra Israele e Paesi arabi tradizionalmente amici. Se la crisi economica non darà segni di raffreddamento, allora sarà facile generare il “nemico esterno” classico, gli ebrei, per stabilizzare le tensioni politiche. Sarebbe necessario anche valutare una serie di prestiti-ponte, ben controllati dalla Bri e dal Fondo monetario, per generare un “fondo” globale per la democrazia, al quale parteciperebbero anche la Cina e la Federazione russa, finalizzato al trasferimento o alla rivitalizzazione di aziende in Tunisia, Egitto e, in futuro, in Libia, e si tratta di una proposta alla quale, a nostro avviso, dovrebbe partecipare, con le evidenti cautele, anche Israele. Per lo Stato ebraico, peraltro, si aprono alcune possibilità interessanti, anche se foriere di notevoli pericoli: in primo luogo, la diluizione della sua zona di attrito con il mondo arabo, l´evidente perdita di posizioni di tutte le forme di jihad nell´area, la sostanziale unità della Lega araba nel sostenere la rivolta, la rinnovata presenza di storici amici di Gerusalemme nel Maghreb, come gli Usa e la Francia, la stabilità che regimi amici nel mondo arabo hanno mostrato in questo frangente, per esempio, la Giordania.

Queste sono le “finestre di opportunità” per Israele, mentre le opzioni di contrasto potrebbero essere la diffusione di classi dirigenti antisraeliane influenzate dalla Fratellanza musulmana, il ripresentarsi dei gruppi di “jihad permanente” in alcuni Paesi, come lo stesso Egitto, l´innesco di reazioni destabilizzanti, queste sicuramente antiebraiche, in Siria, Giordania, Kuwait in una eventuale “seconda fase” della rivolta, il rifiuto della Cina di partecipare alle iniziative multilaterali di sicurezza per stabilizzare le nuove democrazie di massa maghrebine. Sono, mutatis mutandis, anche i pericoli che abbiamo già elencato e che riguardano tutta la Ue. “La storia diceva Adenauer è la somma di tutti quegli avvenimenti che avremmo potuto evitare”. Speriamo che la previsione del cancelliere tedesco non si avveri, nelle rapide opportunità che il Mediterraneo oggi ci presenta.