Aldo Busi: Vittorio Feltri è una pippa similinglese

Aubrey Beardsley, Ritratto di... Aldo Busi

Aubrey Beardsley, Ritratto di Aldo Busi

Aldo Busi, che è un mio eroe da tempo e che di recente – unico insieme a me – ha dato del “cattocomunista” a Bersani, pubblicò anni fa un ritratto perfetto del Grande Megagalattico Gentleman Driver Direttore del Giornale Vittorio Feltri.

Chi sia Feltri lo comprenderete fino in fondo leggendo un post che ho ritrovato in un blog di cavallari e che mi permetto di pubblicare per primo data la successione temporale degli eventi: prima “driver” poi “direttore” del Giornale.

robegh 15/08/2010 12:14

In questi giorni Vittorio Feltri sembra erigersi a strenuo difensore della moralità e non esita a rovistare nel fango pur di trovare qualcosa che gli consenta di fustigare gli altrui comportamenti.

Come saprete il Feltri ha avuto una lunga attività come gentleman driver e in questi giorni mi è tornato alla mente un fatterello avvenuto in quel di Milano molti anni fa.

Convegno feriale, pioggia, inverno, corsa sui 2000 metri. Il nostro scende in pista con un favorito abbastanza netto. Sul rettilineo di fronte Feltri sposta e fa l’arrivo un giro prima (al passaggio). Ovviamente il cavallo dopo il palo si ferma esausto per lo spunto anticipato e si ritira.

Domanda: Feltri non sa contare fino a due?

Attendo commenti (vedi CortoMuso.it)

Commento io: Feltri, dal racconto per sconosciuti moventi alterò il risultato della corsa e, io penso, deve essere questa sua capacità di manipolare la realtà ad aver fatto decidere i fratelli Berlusconi ad affidargli la direzione del Giornale.

Veniamo ora al bellissimo articolo di Busi.

 

Aldo Busi va in edicola – Una pippa similinglese

Come ho già detto altre volte, prima o poi mi occuperò del Corriere del la Sera, ma non stavolta però, avendo io terminato dopo nove anni un ennesimo romanzo epocale ed essendomi dedicato a una cura del sonno interrotta solo per accendere la televisione e riprendere a russare, constato che questo quotidiano, sempre più attento agli opportunismi che alla veridicità, fa la cronaca di un deprimente spettacolino con Fiorello e Costanzo e ne parla senza gridare vendetta, tremenda vendetta.

Mi occuperò invece (si fa per dire anche ‘invece’) del Giornale. Alcuni anni fa, quando avevo delle velleità giornalistiche, caddi in una trappola tesami, involontariamente, da Andrea Zanussi editore allora dell’Indipendente il cui direttore era Vittorio Feltri, genero di Enzo Biagi, tanto per dire che, gira e rigira, l’inchiostro è sempre quello ma che peramor della pagnotta (un forno a livello industriale) si fa finta che ci sia una qualche differenza.

Zanussi mi propose di curare un inserto culturale dedicato alleditoria, agli editor, agli scrittori, alle recensioni, a premiopoli, al mercato librario, a una branca dell’industria cartacea, cioè, che conosco come le mie tasche. Avrei voluto dedicare una sezione sia ai pettegolezzi (Lalla Romano, vicina ai novanta, scopa con il quarantenne soffiato alla ricercatrice universitaria di un altro quarantenne Itala Vivan? e se no, sta sopra o sta sotto?) sia all’editoria scolastica (del settore la più scandalosa, per costi e ricavi e per bufale riciclate).

A tal fine, Zanussi mi prese un appuntamento, lui presente, con questo Feltri; ci andai, parlammo, e il direttore, che mi fece l’impressione di un uomo stanco di far finta di non essere altro che un furbo, mi diede un appuntamento telefonico nelle seguenti quarantotto ore.

La premessa, va da sé, era che il direttore del mio inserto ero io ma che sarei stato ben lieto di dare qualche consiglio a questo uomo con la pipa-biberon in bocca e un ‘fair play’ che solo nelle purtroppo non sperdute valli dell’Adamello potrebbe venir definito ‘inglese’.

Come si sarà capito, potevo far spallucce alla destra e alla sinistra (non avevo mai letto una sola volta il suo giornale), ma alla pipa no, inquietava, mi ricordava la coperta di Linus, cioè la pericolosità, per quanto mesta e infantile, degli uomini che guidano col cappello. Una pipa spenta in bocca non è, come si può arguire, un simbolo fallico altrui, niente di omosessuale in questo, è di gran lunga più allarmante: il fallo è il proprio, è fuori uso, gli si fa un eterno chinotto nella speranza di raddrizzarlo. Tale compito di accentramento su di sé esclude la possibilità di occuparsi di nient’altro che vada al di là del proprio ombelico.

Sapevo indistintamente che avevo fatto male a non farmi dire no subito, ma Zanussi ci teneva sinceramente tanto alla mia collaborazione … Passano due giorni, ne passano tre, questo piparolo non si fa sentire e allora telefono io: una volta, due volte, tre volte, “Il dottor direttore è in riunione, fa sapere di chiamare più tardi”, mi fa la centralinista con voce sempre più allegra. La cosa mi incuriosiva, sicché insisto, e un bel giorno, dopo un buon cinque minuti di attesa, la stessa signorina all’apice della ridarella, mi fa “Il dottor direttore dice che non può risponderle perché sta scrivendo”. Come se il moscerino dicesse al bue, “Fatti in là, che sto arando”. Da allora non ho mai più avuto modo di incontrare questo direttore’ ed è stato un bene. Per lui.

Ora, tutto Il Giornale di Feltri è improntato a questo kinderheim del fanciullino infeltrito che tira la pietra e nasconde la mano, si veda l’inserto centrale (chiamato culturale) di revisionismo storico pressoché quotidiano: che altro è se non un gioco a nascondino allo scoperto per vedere se qualche volta la si fa franca? Articoli sul Ventennio grandi come un lenzuolo con una sola morale degna dicontrastare tutto, dalla resistenza all’olocausto: i treni, ah, i treni però arrivavano in orario!

Se ci sono lettori italianostalgici che hanno bisogno di risentirsi dire questo, io credo che, piuttosto, sarebbe meglio emigrare in Groenlandia e aprire una gelateria. Invece c’è gente che pur di fare giornalismo è disposta a tutto, anche a farlo. Inutile dire la malafede con cui i titoli centrali tentano da un anno a questa parte di far passare le marachelle e le ingenuità di Di Pietro per degli atti illegali gravi almeno quanto quelli di cui sono accusati i fratelli, costruttori per eccellenza, Berlusconi.

Io, che sono un moralista di ferro contro me stesso ma abbastanza rassegnato all’amoralità italiana da chiudere un occhio ‘politicamente’ di fronte alle cose stortine come partenza ma fatte bene come risultato, allora stavo contemplando l’idea di prendermi un piccolo appartamento a Milano 2, ma quando ho saputo che Paolo Berlusconi,  ideatore col fratello Silvio di questa bellissima oasi di verde – senza finti cinema né finti teatri né finta socialità né finta vasca da passeggio – era il proprietario del guinzaglio di Vittorio Feltri e della sua fognaria fogliatura, be’, ho cambiato zona, anche se non ho cambiato idea sulla bellezza di Milano 2.

Fateci caso: non c’è scoop scandalistico sul Giornale che, lodevole Affittopoli a parte, non venga smentito l’indomani. Io ho un solo desiderio nei confronti di questa testata: che incameri Fausto Bertinotti al più presto, lo faccia scrivere su pagine di apposita pergamena tonsur-ton e colonne nere lunghe al ginocchio e, come per tutti gli altri che scrivono sul Giornale, ce lo tolga dalle palle per sempre. Perché, una volta che uno scrive lì, chi lo legge più? Uno direbbe: lo legge Vittorio Feltri. Ma no, illusi: lui non ha tempo per leggere ciò che pubblica, sta tuttora scrivendo, lui, il Robinson Crusoe della perduta civiltà del fascismo. Povero Giornale, ma povero anche Il Venerdì. E povera Repubblica. (Prima comunicazione/Febbraio 1996)

Concludo il ritratto del Direttore ricordando l’abisso che raggiunse durante la vicenda del sequestro di Enzo Baldoni, quando, con il compagno di merende Renato Farina (quindi Pio Pompa quindi Nicolò Pollari) dalle prime pagine di Libero, del quale era direttore, rovesciò insulti a profusione su un uomo che stava per essere ucciso. Fu disinformazione o pura violenza rivolta al montante movimento pacifista? Che fastidio aveva procurato Baldoni al SISMI di Pollari per essere definito “pirlacchione”?

Ci piacerebbe avere un’opinione anche da Aldo Busi.

Oreste Grani