Volli fortissimamente volli Grillo

Un Paese che non ha saputo valorizzare le proprie risorse intellettuali obbligandole a una vera e propria diaspora, conserva tuttavia alcune figure che hanno saputo vedere nel futuro. Inascoltate tuttavia da politici che continuano a usurpare i luoghi della responsabilità e del potere.

Mi riferisco a Ugo Volli (Trieste, 27 novembre 1948), filosofo di formazione (suoi relatori di tesi furono Corrado Mangione e Ludovico Geymonat), ebreo di orgine, intellettuale attento ai fenomeni della moda e della comunicazione, docente ordinario di filosofia e teoria dei linguaggi presso l’università di Torino.

Volli, come potete leggere di seguito nell’articolo pubblicato su Repubblica nel 2000, comprende perfettamente la figura e le intenzioni di Beppe Grillo e ne registra i tratti che ne determineranno l’attuale successo.

Come nota finale vi segnalo che da quella data in cui Grillo sfasciava i computer dai quali si sentiva, tradito, rubare il tempo, di bit ne son passati sotto i ponti; e come tutte le persone intelligentissime ha saputo cambiare idea. Garanzia vera e unica per il futuro.

Oreste Grani

E lo spettatore entusiasta sfasciò il computer in scena

UDINE – Formidabile Beppe Grillo. Sostanzialmente escluso dalle principali reti televisive, senza grande appoggio dei mezzi di comunicazione, con poca pubblicità, tiene ogni anno il suo giro per l’Italia profonda, fermandosi una o due sere per città e riempiendo padiglioni fieristici e palazzetti dello sport, come nessun altro attore o comico potrebbe fare. Per esempio l’altra sera a Udine, nonostante la concorrenza dei festeggiamenti del sabato grasso e di una partita della locale squadra di calcio, erano in almeno cinquemila ad applaudirlo al Palasport: ragazzi da concerto rock, ma anche famiglie, anziani, signori di mezz’età. Insomma, una fetta d’Italia demoscopicamente significativa, disposta a spostarsi in periferia, a pagare un biglietto con molto anticipo per evitare il classico “tutto esaurito”, a occupare di pensiero un prezioso sabato sera: solo per sentire il discorso di un personaggio che non si può dire un comico, dato che non racconta barzellette e non recita gag; che non è un attore, non interpreta personaggi, non racconta storie. È un fenomeno, Beppe Grillo, che andrebbe studiato e compreso, soprattutto dai movimenti politici e dai partiti. Perché è chiaro che i bisogni cui rispondono le sue parole sono quelli della politica: un po’ di verità, un po’ di orientamento nella realtà sempre più complessa del nostro tempo, delle emozioni di solidarietà e di interesse collettivo, la preoccupazione per il futuro, l’esigenza di decidere su temi cruciali sfuggendo agli automatismi del mercato. Che tocchi a un comico (a uno che è stato un comico, è ancora classificato come tale e in realtà è diventato qualcosa d’altro) parlare di queste cose, e a pagamento, mettendo insieme decine di migliaia di ascoltatori nella sua tournée, è una cosa che dovrebbe far pensare i politici, soprattutto quelli di sinistra. Gli spettacoli di Beppe Grillo sono tutti uguali, da un certo punto di vista. C’è lui, di solito in maglietta e pantaloni scuri, con un microfono attaccato alla guancia; c’è un palcoscenico con qualche oggetto che servirà da esempio per il suo discorso. Una telecamera lo segue e un grande schermo proietta la sua immagine, e magari ogni tanto qualche fotografia, o articolo di giornale. Nient’altro: niente scene, costumi, spalle, musiche. Qualcosa però muta, nei suoi show. Cambia lui, innanzitutto che con gli anni invecchia un po’ , si appesantisce lievemente e si ingrigisce, senza perdere quell’aria da orsacchiotto o da gnomo, per via dei capelli a boccoli e del corpo sempre un po’ piegato in avanti. Si evolve un po’ la tecnica dello spettacolo: per esempio questa volta Grillo ha capito che la copia televisiva di se stesso sullo schermo gli permette di fare praticamente a meno del palco, e tutto lo spettacolo lo sviluppa in platea, a contatto del pubblico, dialogando con qualcuno, toccando confidenzialmente la spalla a qualcun altro, mostrando una cosa a un terzo, prendendo in giro un quarto per il commento che gli è sfuggito o per il suo aspetto.

E cambia, naturalmente il tema, anche se l’impostazione ideologica ecologista resta quella di sempre. Quest’anno Grillo parla del tempo (“la più grande truffa della nostra vita”) e il suo spettacolo si chiama Time out, anche se questo titolo non sta scritto da nessuna parte. L’idea è che il tempo sia una risorsa preziosa, che “non si dilata” e che si consuma sempre più velocemente e inutilmente, anche se abbiamo l’illusione del contrario. “Noi siamo pieni di oggetti che dovrebbero farci guadagnare tempo, ma in realtà ne abbiamo sempre di meno”. “Costruiamo le autostrade e le macchine per andare più in fretta, ma non per questo arriviamo prima; semplicemente, andiamo a stare più lontano”. Abbiamo telefonini e strumenti vari che dovrebbero renderci le cose più facili economiche e veloci, ma poi siamo costretti a fare “l’ufficio acquisti di noi stessi”, a perdere un sacco di tempo per capire cosa ci conviene fare, a “diventare i nostri consulenti a tempo pieno”, sicché tutto il nostro vantaggio se ne va. Il tempo libero scompare, c’è una specie di autosfruttamento molto incrementato dall’economia immateriale. “Dio al settimo giorno si riposò, dice la Bibbia, anche se aggiunge che prima terminò quel che aveva da fare. Insomma ci volevano dei miglioramenti. E questi miglioramenti continuano, instancabili, in un luogo speciale, appositamente concepito per perfezionare la creazione: la Borsa di New York, Wall Street”. Della perdita del tempo fa parte anche l’eclisse della memoria e della capacità di prevedere: “siamo in grado di pensare solo su una scala di poche ore, di pochi giorni, non riusciamo a concepire il futuro neanche a vent’anni di distanza”, e parla del Millennium Bug, dei floppy disk che al massimo durano una dozzina d’anni e poi si cancellano, dell’imprevidenza di chi costruisce i grattacieli senza pensare che un giorno “marciranno” e non sapremo come abbatterli in pieno centro delle grandi città. Insieme al tempo guadagnato e sfruttato dalla tecnologia, Grillo se la prende con alcuni suoi obiettivi di sempre: Berlusconi, la Seat, i cibi transgenici, l’America con la spinta a ogni costo verso l’economia di mercato, la stampa, l’inseminazione artificiale. E anche alcuni obiettivi nuovi, come Bertelli della Prada (“quasi peggio di Cecchi Gori”), Tiscali (“il nulla”), la riduzione del debito del Terzo Mondo (“il principio è nobile ma non c’è nessun debito, abbiamo finanziato noi stessi e le nostre industrie esportatrici, loro non hanno visto una lira”). Che fare dunque per liberarci un po’ dalla stretta del tempo? Grillo prospetta due soluzioni. La prima è mimata con un movimento pari, avanti e indietro delle mani tese davanti ai fianchi (“non è sciare, signora, è fare l’amore. Ma non solo per divertirsi, anche per fare bambini, perché la sola sconfitta del tempo la permettono i figli”). E la seconda, liberatoria, è il gran finale. Con una grande mazza di legno Grillo sfascia un computer sul palcoscenico, facendosi aiutare da uno spettatore entusiasta. “Ci ho creduto, dice, ho pensato che il computer fosse leggero e facesse risparmiare tempo e soldi. Ho creduto di sostituire gli atomi con i bit, l’ho portato in clinica quando aveva i virus, l’ho curato come un bambino. Ma mi ha deluso, è lui che ci ruba il tempo”. E intanto lo schermo va a pezzi, i tasti saltano dappertutto, le viscere del computer si spalancano contorte. Applausi entusiasti, ovazioni, fine. E Grillo si ritira sudato ma felice, pronto a portare il suo messaggio in un altro palazzetto dello sport domani. “Ci vedremo in giro, dice al suo pubblico, o magari in televisione. Cioè, sulla televisione… albanese”.

dal nostro inviato UGO VOLLI 06 marzo 2000, La Repubblica