“Scheda bianca” e … Giulio Andreotti è ancora vivo

Mi sono divertito ad adattare alcune pagine del romanzo politico di Guido Gerosa “Scheda bianca”, scritto nel lontanissimo 1977.

Siamo a fine 2012 e Giulio Andreotti è ancora vivo.

Buona lettura. Oreste Grani

Il sommergibile emerse a poca distanza da una spiaggia deserta a sud di Roma. Un canotto pneumatico si diresse verso la riva e sbarcò Bob Kunkel, un agente speciale della CIA, che conosceva benissimo la situazione italiana. 

Il direttore in persona voleva un rapporto accurato sulla vicenda dei risultati elettorali appena scrutinati che avevano dato come risultato un sorprendente 75% dei voti annullati con ingiurie irripetibili o lasciati in bianco, un 20% al movimento 5Stelle di Beppe Grillo e solo il 5% agli esponenti della partitocrazia nelle sue varie sigle. Ci teneva a che nessuno potesse seguire le tracce del suo uomo: così lo aveva mandato in Italia a bordo di un sommergibile, come in tempo di guerra, e ora una macchina velocissima lo portava verso il centro della capitale.

Il sottosegretario con delega ai servizi segreti aspettava l’inviato americano nella casa di una gran signora romana legata agli ambienti governativi, la quale cedeva il suo appartamento per questi incontri quando essi non dovevano assolutamente dar nell’occhio. Kunkel guardò con stupore il magnifico quadro di Chagall alla parete e fissò con interesse la maschera ossuta e un po’ mefistofelica del sottosegretario. 

«Abbiamo paura di questa storia», disse l’uomo della CIA. «Se il voto all’italiana dovesse trovare imitatori in tutto il mondo, rischiamo di veder crollare tutto l’edificio delle democrazie rappresentative, e senza neanche una spinta rivoluzionaria: quella almeno la si può sempre combattere».

Il politico sorrise. La faccia glabra sembrava un teschio.

«Voi non avete mai nulla da temere di ciò che accade in Italia: e glielo posso dimostrare.»

«La democrazia italiana è una entità anomala e nessuno mai potrebbe copiarci. Ha mai riflettuto che voi chiamate democratico un Paese in cui un gruppo di oligarchi si è insediato al governo nel 1946 e non l’ha mai più mollato fino ad oggi? Qualcuno è morto, ma la sostanza non è cambiata. In altri Paesi, questo si chiamerebbe dittatura. E lo sappiamo bene noi che teniamo i rapporti con i servizi segreti che tutte le volte che quei partiti, per l’usura del potere, finivano con l’essere invisi all’opinione pubblica, facevamo mettere un po’ di bombe sui treni, nelle piazze, nelle banche. La gente si spaventava e, per rassicurarsi, finiva per votare una volta di più gli stessi partiti di maggioranza o opposizione. Mutavano di poco le percentuali ma nulla cambiava. Il Gattopardo è stato scritto qui e non negli Stati Uniti. Se ora ci siamo messi a votare scheda bianca, o insulti, o Beppe Grillo, a voi americani, scusi, che cosa ve ne frega? 

Kissinger lo ha ben detto, una volta, che gli italiani sono matti e che la loro politica è incomprensibile.»

«Non condivido le sue tesi», disse freddamente l’uomo della CIA. «L’eurocomunismo, ad esempio, è nato in Italia e ci è stato di enorme imbarazzo, perché ha avuto influenza su una quantità di Paesi che lo trovavano adatto al loro stile di vita. Cosa accadrebbe ora se anche la scheda bianca e gli insulti conquistassero l’Europa?»

Il sottosegretario era visibilmente seccato. Quel rozzo americano, tutto idee elementari e pragmatismo, lo infastidiva. Il politico italiano era un uomo di cultura, un sottile dialettico. Le volgarità dei modesti operatori dello spionaggio avevano il potere di irritarlo. «Lei deve andare a farsi spiegare la situazione dal Padre della Patria, il senatore Giulio Andreotti. Lui vede le cose con una prospettiva talmente ampia che le spiegherà non solo l’Italia del 2013, ma anche quella del 2033».

Bob Kunkel si spostò di malumore in un altro bel palazzo romano, dove viveva Andreotti. 

 

Quando Kunkel arrivò il senatore stava giocando a carte con monsignor Bianchi, intervallando la partita con dissertazioni sulla Roma di Totti e Zeman che, dopo un inizio stentato di campionato, giocava sempre meglio. 

«Qual buon vento la porta, caro Kunkel? Cosa si dice a Langley?» Langley, in Virginia, è, per i più, il quartier generale della CIA.

«Mi scuso senatore se vado subito al sodo ma, mi dicono che solo lei può spiegarmi cosa significhi questo risultato sconvolgente uscito ieri dalle urne.» Andreotti, sia pur malandato, rise di cuore.

«Oh, certo. Se ci tiene…»

«Molto.»

«Vede», la fisionomia del più astuto dei democristiani di tutti i tempi si era fatta elegantemente volpina, «lei deve porre come premessa del suo ragionamento un assioma: che l’italiano non ha mai creduto in niente. Glielo dice uno come me, che da più di mezzo secolo bazzica con i più importanti teologi, dottori della fede e padri della chiesa. L’italiano è assolutamente agnostico. La sua fede suprema è la mancanza di fede. Vuole qualche esempio? Una fortissima percentuale di italiani ha creduto che si potesse essere a un tempo comunisti e cattolici. Ci sono stati marxisti che hanno combattuto il divorzio e l’aborto e cattolici invece che li hanno applauditi. Qui da noi nessuno fa mai la sua parte. Siccome l’italiano è bastian contrario, ognuno si diverte a investirsi della parte dell’avversario. In realtà, come disse un grande nostro storico, Francesco Guicciardini, ognuno si batte per il suo “particulare”. Detto volgarmente, per la sua pancia. 

Ma non è una colpa, mi creda. Sono secoli di invasioni straniere, di dominazione dei preti, di soprusi dell’aristocrazia, di evasioni fiscali da parte dei ricchi, di connubio tra danaro e potere, del dilagare delle attività delle mafie, delle molte stragi impunite, che hanno reso il piccolo uomo della strada intrigante, furbastro, veloce a cogliere soltanto la sua soddisfazione di ogni giorno o meglio a evitarsi la sua piccola fregatura quotidiana. Sicché la scheda bianca e gli insulti, in questo quadro, che cosa sono? Sono il trionfo dell’eterna arte di arrangiarsi italiana. È il dire: mah, per ora non so cosa fare, vedrò domani. E, una volta tanto, gli italiani sono stati sinceri, perché si sono comportati tutti allo stesso modo, senza distinzione di partito, di classe, di sesso o di casta.

Ma voi stranieri non dovete assolutamente preoccuparvi: è una stranezza completamente nostra, che non farà male a nessuno. In una Italia in cui, ad esempio, i giornalisti non sanno tenere la penna in mano, tutto può accadere. E allora perchè stupirsi della scheda bianca, degli insulti e dei voti validi dati a Beppe Grillo?»

Kunkel guardava ostile. Non capiva ed era persino indignato. «Lei è una grande intelligenza, senatore», ringhiò.

«Tutti glielo riconoscono. Ma per il mio carattere lei è terribilmente, insopportabilmente cinico. So che non potrei chiederglielo: ma, secondo lei, cosa potremmo fare noi della CIA per contrastare questo fenomeno? E se dessimo una certa quantità di dollari per invogliare gli italiani ad esprimere un voto al posto della scheda bianca?»

L’uomo della CIA rimase di stucco. Andreotti e il monsignore ridevano come forsennati.

«Che fessi!», disse l’ex-presidente del consiglio. «Mi scusi sa, ma mi viene proprio dal cuore. Voi della CIA avete sempre creduto di risolvere i problemi con i soldi, dollari qua e dollari là, non capendo che l’Italia è un Paese corrotto dall’antichità e che quindi il denaro non vi può ormai più nulla.

No, il discorso è assai più sottile, è politico. Si tratterebbe di fare capitale politico di questa formidabile massa neutra che è il voto bianco e gli insulti, allo stesso modo che la Democrazia cristiana, ai miei tempi, fece capitale politico, del voto di tutti i benpensanti, i piccolo-borghesi, le beghine, gli amanti del quieto vivere, gli assetati d’impieghi e di sistemazioni esistenti nel Paese. Ma ci vorrebbe una ideologia del rifiuto e della scheda bianca».

Bob Kunkel era sempre più scontento. «Non capisco» bofonchiò.

«Mi sarei stupito del contrario», tagliò corto Andreotti e lo congedò, riprendendo la partita a carte con il monsignore. «Ah, questi americani», disse con una punta di tristezza. «E pensare che potrebbero essere i padroni del mondo se solo avessero gli strumenti per capirlo».