Conoscere, combattere e vincere la cultura del nemico (e della guerra)

Tombe di Sanhedrin, Israele

Tombe di Sanhedrin, Israele

L’instabilità politica che domina il Mediterraneo, dalla Tunisia alla Siria, fino alla Grecia e all’Italia, per non dire dell’Iraq e dell’Afghanistan, ha bisogno di un pensiero strategico e di tanta buona volontà per evitare che degeneri in una catastrofica guerra.

Strategia e volontà sono tuttavia sempre e comunque frutti della cultura, sicché se non si elabora un pensiero che si prefigga la pace come obbiettivo è impossibile sperare di evitare il conflitto.

A mio avviso ci sono due visioni radicalmente opposte sui mezzi per arrivare alla pace. Il primo si riassume nell’antico motto “Ergo qui desiderat pacem, praeparet bellum”, il secondo si fonda sullo sforzo di capire l’altro “senza negarne o cancellarne l’alterità” come Umberto Eco sostiene ragionevolmente.

Chi si attiene alla prima visione, pensa che la pace si possa “imporre” con la forza (sia essa militare o di altra natura). L’esempio principe potrebbe essere la pacificazione dell’Europa dopo la seconda guerra mondiale, quando, sconfitte la Germania e l’Italia e spartito il continente, per decenni non si sono più visti conflitti.

Damasco

Damasco

A parte il fatto che la crisi balcanica contraddice palesemente la teoria, io penso che a essere sconfitto, nel 1945, sia stato un pensiero che, esasperando la figura del nemico fino a riconoscerla in anziani e bambini, ha dimostrato all’umanità che una cultura del genere avrebbe finito per distruggere l’umanità stessa. Come sosteneva Anna Harendt, infatti, il pensiero nazista si fondava essenzialmente sulla costruzione continua del nemico, individuato in qualsiasi categoria umana possibile (ebrei, rom, omossessuali, comunisti, handicappati, slavi fino, ipotizzo, ai rossi di capelli, quando tutti gli altri fossero stati eliminati).

Certo osservando l’Ungheria o il pensiero della Lega Nord o di Alba Dorata, vien da temere che questo pensiero covi velenoso sotto la cenere, ben alimentato.

Alimentato da cosa? Umberto Eco lo dice chiaramente, alimentato dall’ignoranza, dal rifiuto di cercare di capire l’altro, di calarsi nei suoi panni.

Così, a mio avviso e prevenendo le accuse di utopismo, superficialità e faciloneria, affermo con forza, che è solo dalla conoscenza delle ragioni di essere del “nemico” che potrà nascere una opportunità di dialogo, quindi di sospensione della aggressività, quindi di nascita della pace. Il resto sono solo opportunità di forniture di armamenti.

Dionisia

P.S. Nelson Mandela vede avvicinarsi la fine del suo lungo cammino e se penso alla intelligenza strategica con la quale seppe fare incontrare uomini che si odiavano e che si erano fatti così tanto male, ne ricavo la speranza che da qualche parte viva e stia crescendo un individuo alla sua altezza.

Nelson Mandela fotografato da Eli-Weinberg nel 1961

Umberto Eco, Costruire il nemico, conferenza pronunciata a Bologna il 15 maggio 2008

Pare che del nemico non si possa fare a meno. La figura del nemico non può essere abolita dai processi di civilizzazione. Il bisogno è connaturato anche all’uomo mite e amico della pace. Semplicemente in questi casi si sposta l’immagine del nemico da un oggetto umano a una forza naturale o sociale che in qualche modo ci minaccia e che deve essere vinta, sia essa lo sfruttamento capitalistico, l’inquinamento ambientale, la fame del Terzo mondo. Ma se pure questi sono casi “virtuosi”, come ci ricorda Brecht, anche l’odio per l’ingiustizia stravolge la faccia.

L’etica è dunque impotente di fronte al bisogno ancestrale di avere nemici? Direi che l’istanza etica sopravviene non quando si finge che non ci siano nemici, bensì quando si cerca di capirli, di mettersi nei loro panni. Non c’è in Eschilo un astio verso i Persiani, la cui tragedia egli vive tra loro e dal loro punto di vista. Cesare tratta i Galli con molto rispetto, al massimo li fa apparire un poco piagnoni ogni volta che si arrendono, e Tacito ammira i Germani, trovandoli anche di bella complessione, limitandosi a lamentare la loro sporcizia e la loro renitenza ai lavori faticosi perché non sopportano caldo e sete.

Cercare di capire l’altro significa distruggerne il cliché, senza negarne o cancellarne l’alterità.

Ma siamo realisti. Queste forme di comprensione del nemico sono proprie dei poeti, dei santi o dei traditori (evidenziazione nostra). Le nostre pulsioni più profonde sono di ben altro ordine.

"Costantinopoli"

Istambul all’epoca della fotografia, Costantinopoli

Nel 1968 era stato pubblicato in America un Rapporto segreto da Iran Mountain sulla possibilità e desiderabilità della pace, di Anonimo (e qualcuno lo aveva persino attribuito a Galbraith). Chiaramente si trattava di un pamphlet contro la guerra, o almeno di un lamento pessimistico sulla sua inevitabilità. Ma poiché per fare la guerra ci vuole un nemico con cui guerreggiare, la ineluttabilità della guerra corrisponde alla ineluttabilità dell’individuazione e della costruzione del nemico. Così con estrema serietà in questo pamphlet si osservava che la riconversione dell’intera società americana a una situazione di pace sarebbe stata disastrosa perché solo la guerra costituisce il fondamento dello sviluppo armonico delle società umane. Il suo spreco organizzato costituisce una valvola che regola il buon andamento della società. Essa risolve il problema delle scorte; è un volano. La guerra permette a una comunità di riconoscersi come “nazione”; senza il contraltare della guerra un governo non potrebbe neppure stabilire la sfera della propria legittimità; solo la guerra assicura l’equilibrio tra le classi e permette di collocare e sfruttare gli elementi antisociali. La pace produce instabilità e delinquenza giovanile; la guerra incanala nel modo più giusto tutte le forze turbolente dando loro uno “status”. L’esercito è l’ultima speranza dei diseredati e dei disadattati; solo il sistema di guerra, col suo potere di vita e di morte, dispone la società a pagare un prezzo di sangue anche per altre istituzioni che non ne dipendono, come lo sviluppo dell’automobilismo. Ecologicamente la guerra provvede una valvola di sfogo per le vite in eccedenza; e se sino al XIX secolo vi morivano solo i membri più validi del corpo sociale (i guerrieri), mentre si salvavano gli inetti, i sistemi attuali hanno permesso di superare anche questo problema con i bombardamenti sui centri civili. Il bombardamento limita l’aumento della popolazione meglio che l’infanticidio rituale, la castità religiosa, la mutilazione forzata o l’uso estensivo della pena di morte… Infine, è la guerra che consente lo sviluppo di un’arte veramente “umanistica”, in cui predominino le situazioni di conflitto.

Il Cairo

Il Cairo