Beppe Grillo: Nicola Piepoli è una via di mezzo tra un Sibillo Cumano e l’Oracolo di Arcore

Mosca, il dopolavoro ‘Rusakov’

Mosca, il dopolavoro ‘Rusakov’

Aggiornamento al primo novembre 2015.

Piepoli è tornato, come le anime dei defunti nel giorno dei morti – per chi ci crede. È tornato a intossicare l’informazione e la mente di onesti cittadini i quali credono che i giornali e i sondaggi siano luoghi di onesti informatori o ricercatori. Tutto il contrario. Ovviamente i sondaggi corretti esistono, ma spesso sono tenuti celati, perché l’informazione è oro.

Oggi, Piepoli, delira o meglio disinforma dando Marino Ignazio a oltre il 17% qualora si presentasse con una propria lista. Ma chi dove come quando perché dovremmo fidarci di questo soggetto?

Chi sia Piepoli lo leggete di seguito.

Buona Domenica

La redazione

Sondaggio Piepoli-askanews: spaccati gli elettori di Marino
Una sua lista al 17%. Movimento 5 Stelle primo partito al 29%

Post originale.

In occasione delle elezioni regionali del 23 aprile 1995, la televisione italiana offrì uno spettacolo degno della sua fama chiamando fior di sondaggisti ad anticipare i risultati elettorali.

Come raccontava e analizzava intelligentemente Mario Abis (vedi articolo alla fine del post), all’epoca presidente della Makno (una società che si occupa di indagini di mercato e che in anni recenti è stata comprata da Claudio Velardi), il Paese mostrava già un preoccupante fenomeno di “degenerazione che l’incorporazione della politica nel sistema mediale può comportare. Una sorta di macchina virtuale riproduce ormai in modo autoreferenziale il circuito politica-informazione sganciandosi sempre di più dal corpo sociale. La combinazione fra il sistema, costoso e spettacolare, dell’informazione e simulazione dei dati è un aspetto di questo ‘sganciamento’ e di questo circuito che, nonostante critiche e ridicoli pentimenti, avrà sempre più bisogno di exit poll e possibilmente di exit poll sbagliati che alimentino all’infinito la sua spettacolarità e la sua finzione”.

Tra gli artefici di quel clima, che la politica attuale mostra in forme drammatiche, troviamo lui, sempre lui: Nicola Piepoli.

Ci soccorrono in proposito le parole di Beppe Grillo, al quale Piepoli pronostica un vero e proprio crollo di consensi, perché a suo dire gli italiani sanno riconoscere la vera politica dalla demagogia: “Gli astrologi sono più seri dei sondaggisti, ci prendono di più. Nicola Piepoli è il “decano” dei veggenti politici, una via di mezzo tra un Sibillo Cumano e l’Oracolo di Arcore. A pochi giorni dalle elezioni comunali stroncò così le velleità del MoVimento 5 Stelle a Milano: “Sarà impalpabile, vale poco più dell’uno per cento.” Il Piepolone sull’insuccesso del MoVimento non aveva dubbi, ci metteva le mani sul fuoco confortato dai suoi studi politico- astrologici di una vita. Il giorno dopo i sondaggisti (ma chi li paga?) si trasformano in opinionisti. Vanno in televisione a spiegare perché le loro analisi erano giuste anche se i numeri erano sbagliati. La cosa straordinaria è che li invitino, ancora più straordinario è che nessuno li prenda a calci nel culo. Anzi, più le sparano grosse, più la loro autorevolezza aumenta.

“Chi li paga” – questi protagonisti della disinformazione: i sondaggisti – è una domanda che spesso mi pongo anch’io.

Oreste Grani

 

Mosca

Gli exit poll incorporano la politica di Mario Abis

(tratto da “Prima comunicazione” Maggio 1995)

La società dello spettacolo politico-elettorale-televisivo demoscopico ha messo in scena con le regionali dell’aprile scorso una delle sue performance migliori.

L’azione si è sviluppata in due tempi. Primo tempo:

a) commenti immediati e analisi politiche, dibattiti variegati e confronti televisivi sugli exit poll che anticipavano di una notte i risultati;

b) sapienti sintesi politiche sulle prime pagine dei quotidiani del giorno dopo (il senso comune era più o meno: “… ha vinto moderatamente il Polo … “), corredate complessivamente da alcune centinaia di pagine e da decine di ore radiotivù con ulteriori approfondimenti, commenti, interviste, analisi, subanalisi, critiche, punti di vista, scenari uno, due, tre, eccetera, eccetera.

Costo diretto dell’operazione televisione-exit poll intorno, pare, ai due miliardi; costo indiretto-tempo sociale e politico, spazio sui giornali , tempo televisivo-diversi.

Secondo tempo, il giorno dopo:

c) exit poll sbagliati, drammaticamente sbagliati: hanno vinto gli altri!;

d) di conseguenza riedizione di decine di ore radiotelevisive e rifacimento delle prime pagine dei quotidiani con il sussidio di altre centinaia di pagine di commenti, correzioni ai commenti, analisi, controanalisi, correzione delle analisi precedenti, ridefinizione delle osservazioni critiche di cui al giorno prima, interviste e reinterviste, riscenario 1,2, 3 … , eccetera, eccetera.

Contestualmente con forme demenzialdadaiste (Piepoli del Cirm fingeva il suicidio in diretta; Datamedia veniva, sempre in diretta, licenziata da Funari) venivano punite e sbeffeggiate le società di ricerca che avevano condotto gli exit poll. Costo aggiuntivo del secondo tempo dello spettacolo: qualche altro miliardo.

Questo delirio appare costituito da due componenti distinte: gli exit poll e tutto ciò che ci sta intorno.

Mosca

Mosca

Primo aspetto: che gli exit polI, in Italia, siano uno strumento a rischio è cosa nota da tempo, per pochi semplici motivi.

1) Non è statisticamente possibile, a causa dell’ormai popolarissimo margine d’errore, ‘prendere’ con sicurezza il risultato di due forze politiche con pesi elettorali simili. Si può dire che, in un intervallo del 2-3% (com’è accaduto in molte regioni), può vincere l’uno o l’altro: dal punto di vista statistico la cosa è corretta, dal punto di vista politico e informativo non serve a niente e, quindi, non si capisce perché venga commissionato l’exit poll.

Si può prevedere con sicurezza chi vince nelle situazioni di ampio margine di un partito sull’altro, ma questo quasi sempre lo si sa già. Il valore dell’exit poll è banale e, quindi, si continua a non capire perché venga commissionato.

2) Alcune quote strutturali della popolazione elettorale rifiutano le interviste (anziani, per esempio … ), altre (i giovani) ‘giocano’ a falsificare la risposta. Risultato: il campione è distorto, non si hanno, contrariamente ai sondaggi, strumenti di controllo e correzione, i risultati sono inattendibili.

II secondo aspetto appare più rilevante e riguarda il livello ormai incontrollabile del dominio del sistema mediale e spettacolare sulla forma della politica e una progressiva sostituzione del sistema artificiale che questa macchina produce alla ‘realtà’ delle espressioni della politica.

II sistema di simulazione tende ormai a vincolare tutto per corrispondere alla necessità numero uno dell’informazione televisiva, la velocità! A nessuno è venuto in mente neanche per un momento che si poteva aspettare una notte e cominciare a ragionare il giorno dopo … E ovviamente si tratta, come sempre nelle società postindustriali, di una velocità più apparente che reale: per come sono andate le cose, di fatto nella confusione più totale i è ritardato il tutto di almeno 24 ore.

Ma tutto ciò è irrilevante: nel sistema virtuale della politica l’esigenza è che riempiendo il tempo dell’informazione si creino dimensioni del tutto artificiali rispetto alle naturali esigenze della politica.

D’altra parte, lo stesso passaggio (… del giorno dopo) alla correzione dell’errore, dopo i dati ‘veri’ sintetizzato nel: “Hanno sbagliato gli exit polI, non è vero che ha vinto il Polo, ha vinto il centrosinistra” risulta altrettanto falsato di quello originale, enfatizzato e forzato com’è proprio dal confronto sbrigativo e violento fra i primi ipotetici risultati e quelli finali. Lo stesso strumento elettorale, con un meccanismo di voto demenziale, diviene non un’espressione della realtà elettorale (contrapposta alla simulazione demoscopica), ma un elemento di possibile ulteriore deformazione.

In una situazione di normalità democratica, 3 milioni di voti nulli – per non parlare di quelli ‘veri’, ma che non corrispondono alle effettive intenzioni di voto – avrebbero portato a chiedere a tutti il rifacimento delle elezioni. Nel pirandellismo politico italiano diviene, invece, un comodo punto di forza-ambiguità che crea un campo libero per l’arbitrarietà dell’interpretazione politica, dove è vero qualunque cosa e il suo contrario.

Tutto ciò appare molto pericoloso e, anche, molto costoso. Per inciso, infatti …. se è vero che Tangentopoli e la caduta della Prima repubblica sono stati generati essenzialmente dal costo insopportabile della politica partitocratica, quanto costa allora questa nuova forma della politica che vede dirottati altrove, nella macchina mediale spettacolare, gli stessi costi che prima erano propri della macchina partitica?

Ma questo è un aspetto, per quanto grave, marginale rispetto alla degenerazione che l’incorporazione della politica nel sistema mediale può comportare. Una sorta di macchina virtuale riproduce ormai in modo autoreferenziale il circuito politica-informazione sganciandosi sempre di più dal corpo sociale. La combinazione fra il sistema, costoso e spettacolare, dell’informazione e simulazione dei dati è un aspetto di questo ‘sganciamento’ e di questo circuito che, nonostante critiche e ridicoli pentimenti, avrà sempre più bisogno di exit poll e possibilmente di exit poll sbagliati che alimentino all’infinito la sua spettacolarità e la sua finzione.

Mario Abis

(presidente della Makno)

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