La guerra è, sempre, una cosa atroce

Bambina in Congo

Bambina in Congo

La guerra è una cosa atroce e quando va bene, genera morti, mutilati, stupri, saccheggi, fine di civiltà, trafugamento di beni culturali, rancori eterni, menti alienate.

Ripubblico, per questo, il post “La guerra e le sue atrocità non devono essere appannaggio dei ladri di Stato, dei ricottari e delle miss Colombia che si improvvisano mediatori di compravendita di armi” del 25 ottobre 2012. Da quel giorno solo 51 lettori su 11.220 visualizzazioni complessive hanno selezionato il testo e le immagini correlate. Vi prego chiunque voi siate lettori del blog (oggi molti di più di quel giorno in cui ho postato l’articolo) di approfondire i temi che sono suggeriti. Si avvicinano infatti i tempi ancora più difficili di quelli che avete conosciuto. Non facciamoci trovare culturalmente disarmati.

Oreste Grani

Il disastro della cultura delle commesse senza strategia geopolitica è, ormai, irreversibile. La ricerca a qualunque prezzo delle commesse senza che ci fosse la supervisione dell’intelligenza di Stato a guidarla, ci ha portato a Caporetto.

Attestiamoci a piè fermo lungo la linea del Piave tenendo conto che gli eroi di questa resistenza prima e controffensiva poi, devono essere persone che sappiano che cos’è Nato 2, che cosa sono le tempeste sahariane e nord africane che, lungi dall’essere terminate, stanno per riaccecarci tutti.

Gli uomini e le donne in rapporto con il comparto della Guerra devono essere reclutati, selezionati e formati alla complessità delle complessità future dato che alla convivenza civile è indispensabile l’abbassamento dei livelli di aggressività e la costruzione di relazioni generose e lungimiranti.

Altro che tangenti, altro che ricatti, altro che corruzione. Al momento attuale uno dei pericoli maggiori per il nostro Paese (fra i tanti che corre) è rappresentato dall’inazione nel campo del sistema complessivo della difesa (guerra e post guerra).

Mi riferisco (e in questo finalmente sono in buona compagnia) allo stallo e agli imbarazzi che, da troppi giorni, sono impliciti nel silenzio del ministro Grilli e della sua squadra: Vincenzo Fortunato come capo di gabinetto e Filippo Pepe come raccordo con la comunicazione dovuta ai cittadini sui beni comuni e di vitale interesse e sulle ipotesi di destinazione dei “gioielli di famiglia”. Anzi, sugli “scampoli” delle aziende strategiche ancora nelle disponibilità dell’Italietta.

Fortunato è noto per essere tra i pochi capi di gabiletto e burocrati che se la cavano nel ginepraio delle norme che bisogna sapere applicare per mandare avanti la macchina dello Stato e consentirgli di comprare dalla carta igienica agli elicotteri. Soprattutto saper vendere tecnologie prodotte da aziende che abbiano lo Stato come maggiore azionista. Questo vale in particolare per Finmeccanica e le sue partecipate, impegnate nell’indotto che il comparto della guerra genera.

Ho detto volutamente “guerra” perché stiamo parlando di cose atrocemente serie, che richiedono visione etico morale, studi appropriati, lunga esperienza e, nella concezione che da tanti anni suggerisco, senso dello Stato.

Le guerre, quando va bene, generano morti, mutilati, stupri, saccheggi, fine di civiltà, trafugamento di beni culturali, rancori eterni, menti alienate. La guerra e le armi per farla – date le conseguenze che hanno – non possono essere lasciate in mano agli affaristi e agli incompetenti. O, peggio ancora, agli indifferenti per gli interessi del Paese, o peggio del peggio, come nel caso dei separatisti leghisti, ai nemici del Paese e della nostra comunità.

Cosa sanno veramente i Grilli, i Pepe di cosa è implicito nel fatto che Londra sia la settima potenza economica, ma abbia il terzo bilancio militare mondiale?

Presi in separata sede, in una stanza isolata, ci sanno spiegare con puntualità, l’attuale sovraesposizione francese in Afghanistan, Libia, Costa d’Avorio?

Sanno spiegare perché la Cancelliera Merkel, mentre rompe i coglioni ai poveri greci, stanzia fondi per aumentar le truppe tedesche a “rapida dislocazione”?

Cosa sono in grado di pensare di un comparto strategico come Finmeccanica che deve misurarsi con l’accordo aeronavale anglo-francese stipulato nonostante  la crisi finanziaria e del debito sovrano di entrambi i Paesi?

Cosa sanno, oltre che di stecche, di ossequi, di gratitudini, di nepotismi, di correntocrazia, di peggiocrazia, di approccio bottom up o di piattaforme tecnologiche top down?

E se dopo la rielezione di Obama ormai imminente, i nostri venditori di aspirapolveri (la citazione è dovuta al Nostro agente all’Avana di Green) scoprissero che gli USA sono pronti a uno strano G2 militare Washington-Berlino?

Quale Esercito ci dobbiamo preparare ad avere?

Dentro a quale politica comune di sicurezza nella UE ci prepariamo a operare?

Quale Finmeccanica e quale scenario?

Altro che villette in montagna da mettere a disposizione per le vancaze. Altro che gratitudine per gli ex ministri secessionisti pronti a consegnare il Nord Italia ai nuovi “padroni” tedeschi. Mai Roberto Maroni detto “Bobo” governatore della Lombardia. O i milanesi dovranno ricordarsi delle Cinque Giornate gloriose?

Va promosso subito, nel cuore della campagna elettorale, un dibattito sulla Stategia di Sicurezza Nazionale che coinvolga la gente e i nuovi soggetti politici. Anche per coglierne lo spessore e le potenziali capacità di governo.

Se vincono le donne e gli uomini del M5S – e potrebbero vincere – cosa pensano della necessaria Strategia di Sicurezza Nazionale? Quali sono per le donne e gli uomini a 5 Stelle (nel mondo della guerra le stellette equivalgono ai gradi) le linee guida del nuovo modello nazionale di difesa?

Sondare i grillini sarebbe interessante così come sapere da Oscar Giannino, che di Finmeccanica se ne intende, cosa pensa della Strategia di Sicurezza Nazionale.

Dice Andrea Margelletti (Presidente del Ce.S.I. – Centro Studi Internazionali, Consigliere Strategico del Ministro della Difesa, membro del Comitato Consultivo della Commissione Internazionale sulla Non Proliferazione e il Disarmo Nucleare, Consulente del COPASIR – Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica): “Al momento attuale il pericolo maggiore per il nostro Paese è rappresentato dalla inazione e dalla frantumazione politica, piuttosto che dalla crisi economica”.

Voi pensate che dalle elezioni siciliane uscirà una Trinacria non frammentata? Voi pensate che dalle elezioni nazionali di Primavera 2013 uscirà un’Italia non frammenta in mille partiti?

Riportiamo una significativa riflessione di Andrea Margelletti pubblicata dalla rivista “Formiche” il 19.2.12:

 

Per una strategia condivisa di Andrea Margelletti

Il bilancio della difesa per il 2012 scende a 13,5 miliardi di euro, ovvero lo 0,83% del Pil, un valore sensibilmente inferiore a quello dei principali Paesi europei. L´Italia non può permettersi di rimanere spettatrice passiva in una fase così delicata

Il nostro Paese attraversa attualmente uno dei momenti più difficili dal secondo dopoguerra ad oggi. La crisi economica e il dissesto politico hanno messo a nudo i problemi strutturali del sistema nel suo complesso, generando prospettive pessimistiche sia riguardo agli equilibri interni, sia sul nostro ruolo nella comunità internazionale.

Anche il settore difesa è stato investito dalla crisi, colpito da tagli annunciati che rischiano di comprometterne il funzionamento e l´operatività. Il 2012 si apre, infatti, con previsioni di tagli al budget di quasi 1,5 miliardi di euro, concentrati soprattutto nel settore degli investimenti. Il bilancio della difesa per il 2012 scende così a 19,9 miliardi di euro, pari all´1,22% del Pil, mentre quello relativo alla sola funzione difesa al netto quindi delle spese per l´Arma dei Carabinieri, gli ausiliari e le funzioni esterne a 13,5 miliardi di euro, ovvero lo 0,83% del Pil, un valore sensibilmente inferiore a quello dei principali Paesi europei.

La crisi economica ha colpito il nostro Paese proprio nel momento in cui l´area mediterranea è interessata da profondi processi di cambiamento dei quali è difficile intravedere l´esito finale. Al contempo, gli Stati Uniti si ritrovano impegnati in un processo di disengagement dal Mediterraneo, in un´ottica di concentrazione delle priorità nello scenario del sud-est asiatico, e chiedono pertanto un maggiore coinvolgimento dei Paesi europei nella gestione delle varie crisi.

L´Italia non può permettersi di rimanere spettatrice passiva in una fase così delicata della storia del mare nostrum. Le rivolte arabe, il rapido deteriorarsi della situazione mediorientale e i contrasti sempre più accesi tra le varie etnie del mosaico balcanico rendono quanto mai necessaria una forte assunzione di responsabilità da parte del nostro Paese, nel rispetto e nel potenziamento delle nostre prospettive strategiche di medio e lungo periodo. Le prime fasi della rivoluzione libica hanno dimostrato come, in assenza di una risposta unitaria da parte della nostra classe politica, l´Italia può essere messa in secondo piano a livello internazionale anche in quei contesti nei quali dovremmo far valere la nostra esperienza, la conoscenza del territorio e i legami storici, economici, culturali.

Al momento attuale, dunque, il pericolo maggiore per il nostro Paese è rappresentato dall´inazione e dalla frammentazione politica, piuttosto che dalla crisi economica. Assecondare per inerzia lo stato delle cose, cercando di arginare la deriva degli eventi tramite inefficaci misure di corto respiro, può solamente portare ad un ridimensionamento del ruolo del nostro Paese in ambito internazionale, di certo non giustificabile alla luce dell´impegno costante e della professionalità dimostrata negli anni dalle nostre Forze armate in molteplici scenari.

Pertanto, la situazione attuale deve essere vista come l´occasione di portare avanti una riforma globale del settore della difesa, giungendo così a un importante punto di svolta per tutto il nostro sistema-Paese.

È indubbio che una riforma delle Forze armate debba riguardare principalmente il settore del personale. La strada intrapresa oltre dieci anni fa verso il “modello a 190mila unità” ha generato costi non più sostenibili, con il 70% della spesa per la funzione difesa destinata al personale, e ha portato ad una moltiplicazione d´incarichi e gradi che inficiano il funzionamento del modello stesso. A fronte delle 180mila unità attuali, si riscontra un numero di ufficiali pari a 22mila, e di ben 56mila marescialli. Tutto ciò rende necessario un ripensamento in tempi brevi di tutto il settore del personale, con l´introduzione di una graduale riforma delle nostre Forze armate e la definitiva adozione del modello a 130/140mila.

Questo permetterebbe di ricondurre la spesa entro i canoni Nato, con una ripartizione del 50% dei costi per il personale e del restante 50% destinato ad esercizio e investimento.

Una riforma del personale è necessaria anche per evitare che i tagli vadano a colpire proprio il settore dell´investimento, quello che, insieme alla partecipazione alle missioni all´estero, è più sensibilmente legato alle nostre prospettive strategiche di lungo periodo. Attualmente, infatti, gran parte delle risorse per l´investimento sono destinate a programmi europei, come il progetto dell´Eurofighter o le fregate Fremm. Una diminuzione del nostro impegno in questi ambiti può solamente portare a un deterioramento del processo d´integrazione europea nel campo della difesa, senza peraltro offrire la garanzia che eventuali tagli negli ordini già effettuati possano ridurre la spesa nel breve periodo.

L´approfondimento dell´integrazione europea nell´ambito della difesa sembra essere l´unica via percorribile per portare avanti una progressiva razionalizzazione degli strumenti militari europei. La specializzazione dei singoli Paesi, riguardante sia il settore produttivo-industriale sia quello operativo, avrebbe come diretta conseguenza un migliore sfruttamento delle sinergie e delle potenzialità offerte dalle attività interforze. In tale contesto, il nostro Paese può senza dubbio concentrare mezzi e risorse nell´implementazione delle capacità di gestione degli scenari post-conflict, vero e proprio ambito d´eccellenza delle nostre Forze armate, senza però dimenticare che continuerà ad essere necessario mantenere una serie di capabilities in grado di partecipare a pieno titolo a missioni internazionali in contesti ad alta intensità, quale ad esempio un conflitto convenzionale.

Tutto questo a condizione, ovviamente, che l´attuale classe politica riesca nel difficile intento di introdurre le riforme necessarie al nostro Paese, con l´adozione di modelli virtuosi di spesa e di sviluppo.

Dico da anni, in solitudine, queste cose. Ritengo che proprio per questo il 14.2.12 abbiano tentato di mettermi fuori gioco; sono riusciti, per ora, grazie all’anonimato che il web consente, a danneggiarmi e a rallentare la mia attività a sostegno del varo della necessaria Strategia di Sicurezza Nazionale. Vediamo come va a finire.

La disfatta in Nord Africa, viene trattata dai servizi segreti subito dopo gli avvenimenti “imprevisti” (da Loro) con il rassicurante titolo “Le criticità dello scenario estero e le ricadute sulla Sicurezza Nazionale” riflettendo sulle ripercussioni in settori strategici come, per esempio, l’approccio energetico.

Nel documentare le rivolte e le rottamazioni di intere classi dirigenti e l’azzeramento di leader indiscussi, vengono indicate come una sfida per l’intelligence italiano.

Dice Piero Messina: “Ma quale sfida. Ci dispiace, ma questa sfida l’abbiamo già persa, anzi, non siamo neanche scesi in campo, nonostante il fatto che in molte di queste aree (Tunisia e Libia innanzitutto) il nostro Paese conti, praticamente da sempre, su importanti relazioni intessute nel corso di decenni. E costate all’erario, inutilmente, decine di milioni di euro.

Ciao ciao, Giuseppe Orsi

Ciao ciao, Paolo Pozzessere

Ciao ciao, Debbie Castaneda

Ciao ciao, Claudio Scajola

Oreste Grani

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