Ingroia: Grasso fu scelto da Berlusconi ed ora se lo “becca” Bersani

Antonio Ingroia scioglie la riserva e annuncia la candidatura a premier.

Nel simbolo della nuova lista presentata oggi dal pm palermitano compare a grandi caratteri neri, su sfondo arancione, il nome di Ingroia e più piccola la scritta “Rivoluzione civile”. In basso ci sono, in rosso, le sagome in rosso di cittadini e lavoratori che ricordano quelle del celebre Quarto stato di Pellizza da Volpedo.

Nessun logo dei partiti che supportano Ingroia compare nel logo. Tra i presenti alla conferenza stampa i sindaci di Palermo, Leoluca Orlando, e Napoli, Luigi De Magistris. «Conquisteremo Palazzo Chigi – ha detto Ingroia – e avremo milioni di consensi perché vogliamo fare una rivoluzione pacifica dei cittadini, una rivoluzione civile».

«Siamo noi il vero voto utile per cambiare il Paese, non il Pd», ha sostenuto il pm. «Dobbiamo dare – ha poi proseguito il magistrato una sterzata seria al governo Monti che ha fatto politiche identiche a quelle di Berlusconi. Il nostro sogno è cambiare l’Italia con gli ideali di giustizia e uguaglianza». Ingroia ha poi sottolineato che una volta eletto tornerà ad occuparsi della trattativa tra mafia e politica dei primi anni 90 visto che «è stata sbarrata in sede politica la strada per la verità in un momento buio della storia italiana».

«Siamo a fianco dei magistrati che hanno sollevato il conflitto di attribuzione sui provvedimenti del governo Monti riguardo l’lIva. Rivendichiamo la politica della passione e della coerenza che il Pd sembra aver smarrito. Siamo noi a rappresentare questa storia che Bersani non ha dimostrato di voler portare avanti», ha detto Ingroia. Secondo il magistrato «Bersani si è impantanano in una linea politica ambigua e contraddittoria nei confronti del governo Monti dimenticando storie come quelle di Pio La Torre e del suo impegno contro la mafia». Ingroia ha poi polemizzato con il leader del Pd: «Ha ignorato il mio appello a lui rivolto. Lo abbiamo cercato, non certo perché abbiamo bisogno di lui e abbiamo ricevuto risposte stravaganti. Bersani in ogni caso una risposta politica l’ha data: non vuole una politica antimafia nuova e rivoluzionaria che sarebbe in grado di eliminare la criminalità. Il silenzio di Bersani è inequivoco perché non vuole questa nostra scelta di eliminare mafia e corruzione».

«Chi ha e dovrebbe portare con sè l’eredità di uomini come Pio La Torre ed Enrico Berlinguer dovrebbe ricordarsi che la questione morale e la lotta alla mafia devono essere la priorità dell’agenda politica. Proveremo a mettere sulle nostre spalle questa eredità che il Pd ha abbandonato», ha sottolineato ancora Ingroia. «Bersani sa che lo avevo cercato direttamente – ha ricordato Ingroia – non ho ricevuto risposta, me ne farò una ragione. Evidentemente Bersani si sente un po’ un Padre eterno, Falcone e Borsellino rispondevano al primo squillo. Bersani una politica per eliminare la mafia non la vuole. Noi i segnali li diamo candidando il figlio di Pio La Torre, Franco, la storia migliore del nostro Paese e il nostro futuro, per eliminare le mafie e la corruzione».

«Bersani candida il collega Piero Grasso che nel maggio 2012 voleva dare un premio al governo Berlusconi per essersi distinto come governo che aveva più meriti nella lotta alla mafia. II procuratore Grasso, che è lo stesso procuratore nazionale Antimafia diventato tale perché scelto da Silvio Berlusconi, in virtù di una legge che il governo Berlusconi approvò, con la quale venne escluso dal concorso Giancarlo Caselli, colpevole di aver fatto i processi per i rapporti tra mafia e politica».

Quella degli intendimenti di Piero Grasso verso il benemerito Silvio Berlusconi con annesso Marcello Dell’Utri, è  una notizia gravissima e degna di approfondimenti. Ma ancora più grave è quella che vi do io e di cui mi assumo la piena responsabilità: negli ambienti di vertice dell’Antimafia, già a marzo 2012, in prossimità del giorno 23 (ricordo questa circostanza perché era a ridosso del convegno “Lo Stato intelligente….”) circolava la voce che Pietro Grasso, alla prima occasione si sarebbe “buttato in politica” e che ci sarebbero state nella struttura statale le conseguenti nuove nomine. Se lo sapeva Oreste Grani (all’epoca non si chiamava ancora Leo Rugens) figurarsi se non lo sapevano i capi delle mafie!

Mi sembra che concedere 10 mesi di preavviso di cambio al vertice dell’Antimafia sia stato un regalo che nessuno, a nome degli italiani caduti nella lotta alla criminalità organizzata, doveva fare al regno del male. Prendo spunto da questo imbarazzante ricordo per pubblicare, come ho fatto altre volte, un documento che contiene informazioni relative allo stato delle cose della Prima Repubblica a fine 1993. Questa volta, a dire nulla, è Luciano Violante, presidente (a quella data) della Commissione parlamentare antimafia.

“Il 1993 si è aperto con l’arresto di Salvatore Riina. Il bilancio conclusivo dell’anno risponde pienamente alle aspettative create da quell’arresto. È cessata la latitanza di molti capi delle tre principali organizzazioni mafiose, Cosa Nostra, ‘ndrangheta e camorra. Con loro sono stati assicurati alla giustizia 250 latitanti di particolare pericolosità. Attualmente sono detenuti circa 3.000 aderenti organici ad organizzazioni mafiose.

Sempre nello scorso anno sono stati sequestrati beni per circa 1.600 miliardi e confiscati beni per circa 500 milioni. I sequestri di maggior valore sono stati effettuati in Campania, circa 580 milioni. Le confische di maggior valore sono state effettuate in Calabria, 212 milioni circa.

Il trend positivo è confermato dalla drastica riduzione del numero dei più gravi delitti nel 1993 rispetto al 1992. Gli omicidi sono diminuiti in media del 26% circa, con diminuzioni record in Sicilia (-36%), in Campania (-32%), in Puglia (-24%), in Calabria (-19%). Gli attentati dinamitardi sono diminuiti del 16% circa. Le rapine del 4% circa.

Di notevole interesse sono i dati relativi alle sostanze stupefacenti perché indicano un rilevante mutamento nei consumi. Gli esperti sostengono che in genere si sequestra una quantità pari al 5 o 10% delle sostanze in circolazione. Pertanto dalle variazioni di quantità e qualità di stupefacenti sequestrati si può dedurre il tipo di stupefacente più usato e quello meno usato. Ebbene, nel 1993 si è sequestrato il 54% in meno di eroina, il 19% in meno di cocaina ed invece sono stati raddoppiati e a volte triplicati i quantitativi sequestrati di droghe sintetiche come l’ecstasy ed alcuni tipi di anfetamine. È evidente che c’è uno spostamento dei consumatori dalle droghe di origine naturale, in mano alle grandi organizzazioni del crimine, alle droghe fatte in laboratorio che possono essere commercializzate da chiunque.

Tornando alla lotta contro la mafia, la situazione più grave è probabilmente quella della Calabria. In una regione che conta poco più di 2 milioni di abitanti, operano circa 5.700 aderenti organici ad associazioni mafiose. In Sicilia, con più di 5 milioni di abitanti, i mafiosi sono circa 5.000. In Campania, anch’essa con più di 5 milioni di abitanti, gli aderenti ad organizzazioni di tipo mafiose sono circa 6.800. In Calabria, quindi, c’è la più alta percentuale di mafiosi per numero di abitanti. Si aggiunga che, per le specifiche caratteristiche storiche e geografiche della regione, in Calabria ci sono ben 409 comuni, a fronte dei 390 comuni siciliani e dei 549 comuni campani. Ciò significa che in Calabria la media di abitanti per comune è poco più di 5.000 a fronte della media siciliana di 13.000 abitanti circa per comune e della media campana dei poco più di 10.000 abitanti per comune. In Calabria quindi le organizzazioni mafiose hanno possibilità di controllo sulle persone che non hanno eguali sul territorio nazionale. Al più alto numero di mafiosi in relazione agli abitanti, corrisponde infatti il più basso numero di abitanti per comune.

Sul complessivo numero di collaboratori, 580, soltanto il 10% sono calabresi a fronte del 50% di appartenenti a Cosa Nostra. Ciò dipende anche dal fatto che la struttura della organizzazione calabrese è familistica e quindi i «pentiti» sono costretti ad accusare anche propri familiari; in un sistema sociale come quello calabrese, imperniato proprio sui vincoli familistici, naturali o creati attraverso la tradizione dei comparaggi, questo tipo di denunce è particolarmente difficile.

A questa straordinaria gravità corrisponde una presenza del tutto inadeguata dei magistrati e delle forze dell’ordine. La più alta percentuale, in tutta Italia, di vacanze negli organici della magistratura, oltre il 30%, riguarda proprio la Calabria. I magistrati appartenenti alle Dda in Calabria sono complessivamente otto, contro gli oltre 50 che operano in Sicilia e gli oltre 20 che operano in Campania. Parimenti grave è la situazione delle forze dell’ordine: poco più di 11.000 presenze in Calabria contro le oltre 20.000 presenze in Campania e in Sicilia. La Calabria annovera il più basso rapporto tra mafiosi ed appartenenti alle forze dell’ordine, 1 a 2, contro 1 a 5 in Sicilia e 1 a 3 in Campania.

Nella provincia di Reggio Calabria, 97 comuni con 592.152 abitanti, sono attive 86 formazioni mafiose, con circa 3.800 affiliati. Nella provincia di Catanzaro, 157 comuni con 774.450 abitanti, le cosche censite sono 51 con oltre 1.100 affiliati; nella provincia di Cosenza, 155 comuni con 780.122 abitanti, sono state censite 23 cosche con oltre 800 affiliati.

Le organizzazioni di gran lunga più pericolose, per radicamento sociale, collegamenti esterni, potenza criminale, storia e per i rapporti con Cosa Nostra, sono quelle di Reggio Calabria. Nella città due gruppi contrapposti, facenti capo alle famiglie De Stefano-Tegano ed Imerti-Condello-Fontana-Serraino, hanno aperto nel 1985 una guerra di mafia che ha fatto registrare centinaia di morti. L’accordo è stato raggiunto nel 1991 per intervento di Cosa Nostra e con due novità.

La prima ha riguardato l’assassinio del sostituto procuratore generale presso la Corte di Cassazione, Scopelliti, che avrebbe dovuto sostenere l’accusa nel maxiprocesso. L’assassinio, sulla base degli elementi di cui sinora si dispone, fu eseguito dalla ‘ndrangheta, su mandato di Cosa Nostra. Si tratta del primo omicidio «eccellente» commesso in Calabria.

La seconda novità è costituita dalla istituzione di un «coordinamento provinciale» che non ha funzione di vertice gerarchico come la cupola di Cosa Nostra, ma serve a dirimere le controversie, prevenire gli scontri, cogestire gli affari di maggiore rilevanza. In tal senso la ‘ndrangheta, in provincia di Reggio Calabria, ha assunto una struttura di tipo federale, che la salvaguarda dalle risse interne e moltiplica l’aggressività sul «fronte esterno». 

Quali saranno i temi strategici dell’immediato futuro?

II primo riguarda la macchina giudiziaria; nelle regioni più esposte è sottoposta ad uno stress che rischia di far saltare tutto. I problemi principali sono due: l’adeguamento degli organici delle procure della Repubblica, in alcune aree, e la celebrazione del dibattimento un po’ dappertutto.

La situazione della Calabria è stata già descritta. Tra le grandi aree metropolitane, la situazione più grave è quella della procura della Repubblica di Napoli, più volte denunciata dal capo di quell’ufficio, il dr. Agostino Cordova. L’organico dei magistrati , pur essendo sostanzialmente al completo è del tutto insufficiente rispetto alla mole di lavoro. Un terzo tipo di aree a rischio riguarda i «tribunali ombra»: si tratta di uffici giudiziari di recente costituzione, che in pratica esistono solo sulla carta perché, per totale mancanza di uomini e mezzi, sono messi nell’impossibilità di funzionare. Così classici di tribunali ombra sono Nocera Inferiore e Torre Annunziata. La procura di Nocera Inferiore, ad esempio, aveva da registrare a fine gennaio 1994 ben 28.500 procedimenti. Esistono infine i «tribunali in via di estinzione», uffici che pur trovandosi in aree dove la mafia è particolarmente forte, non sono messi in condizione di funzionare. È il caso ad esempio di Paola, Marsala e Trapani.

La crisi del dibattimento è, da un punto di vista costituzionale e civile, un fatto di estrema gravità. Lascia il cittadino imputato troppo a lungo nella condizione di «persona a cittadinanza limitata» . Sposta nel tempo il momento di effettiva valutazione delle prove e di accertamento della responsabilità. Il ritardo, spesso di anni, fa perdere rilievo al momento di maggiore garanzia che è il dibattimento, e fa acquisire un anomalo rilievo, per converso, alle fasi propedeutiche ed ai provvedimenti restrittivi della libertà personale. La stigmatizzazione sociale, naturalmente legata alla condanna, è oggi strettamente connessa all’avviso di garanzia, all’iscrizione nel registro delle notizie di reato o addirittura all’intenzione di discutere dell’opportunità di tale iscrizione. Se il dibattimento fosse celebrato con rapidità con gran parte di questi inconvenienti cesserebbero.

Quali le soluzioni? Tutti chiedono più personale. Ma non è possibile espandere all’infinito gli organici dei magistrati (oggi circa 8.000), né quelli del personale amministrativo (oggi circa 32.000 dipendenti): ci sono problemi di costi e problemi di qualità. Bisogna invece ricorrere ad un uso razionale delle risorse esistenti e quindi: a) introdurre il giudice unico in primo grado anche per il penale, dopo che una recente riforma lo ha introdotto per il settore civile; b) consentire, senza particolari formalità, l’applicazione presso le procure della Repubblica dei sostituti procuratori generali presso le Corti d’appello che, salvo eccezioni, non sono particolarmente oberati di lavoro; c) incentivare il personale in esubero presso altri settori della pubblica amministrazione, si pensi agli insegnanti, a passare nei ruoli amministrativi del ministero della giustizia; d) attribuire la competenza per territorio per i delitti di mafia alle città sedi di Corte d’Appello, dove sono già istituite le procure distrettuali antimafia, alleggerendo così i tribunali più piccoli e meno attrezzati.

La seconda questione strategica è costituita dalle ricchezze della mafia. Oggi siamo in grado di aggredire adeguatamente il versante puramente criminale della mafia, ma siamo in forte ritardo sul versante finanziario. C’è un gap tra il processo di modernizzazione della mafia ed una certa arretratezza che caratterizza ancora la strategia di attacco. Lo scarto è grave per diverse ragioni. Perché le moderne organizzazioni mafiose si distinguono da quelle del passato proprio per essere vere e proprie aziende criminali, con modelli organizzativi, logiche di espansione, sistemi di alleanze che ruotano attorno al profitto illecito ed ai mercati illegali. L’omicidio, l’estorsione, l’usura sono remore più inseriti in questo modello di azienda criminale e sempre meno nella vecchia logica di espansione d’influenza o di controllo territoriale. In questi sensi criminalità mafiosa ed economia mafiosa, sono due facce della stessa medaglia.

Eppure l’indagine patrimoniale o è trascurata o è considerata un accessorio scarsamente significativo, o è svolta negli stretti limiti in cui serve per rafforzare la prova per l’associazione mafiosa o per qualche specifico fatto criminale.

Occorre invertire decisamente la rotta. Le indagini nei confronti delle famiglie mafiose debbono procedere su due binari paralleli e comunicanti quello che attiene ai fatti criminali e quello che riguarda i fatti finanziari di modo che alla fine si abbia un quadro completo dell’azienda-mafia e la si possa colpire tanto nella libertà personale degli associati quanto nelle loro ricchezze. Si tratta di un’azione necessaria non solo per aggredire con successo la mafia, ma anche per difendere il mercato legale che è sempre più minacciato dalla forza finanziaria, della mafia-azienda.

Per raggiungere questi risultati occorre affrontare un problema culturale ed un problema organizzativo. II primo riguarda la comprensione del rilievo che ha l’indagine patrimoniale nel quadro dell’indagine criminale.

Il problema organizzativo concerne invece la creazione di programmi di lavoro investigativo permanente sulle ricchezze mafiose, la pratica degli scambi periodici d’informazione tra tutte le procure distrettuali e gli organi di polizia specializzati, il coinvolgimento di quei magistrati inquirenti, che, pur non facendo parte delle direzioni distrettuali antimafia, abbiano maturato una specifica esperienza nel settore delle indagini patrimoniali.

Non si deve partire da zero. La Direzione nazionale antimafia sta già attuando un programma di lavoro, d’intesa con alcune procure distrettuali che riguarda appunto la frontiera finanziaria della mafia. Occorre sostituire all’indagine sulla singola operazione di riciclaggio, l’indagine sul complessivo sistema finanziario mafioso nelle quattro fasi dell’accumulazione, del deposito della circolazione e dell’investimento.”

Quanta acqua e quante chiacchiere, da quei giorni, sono passate inutilmente sotto i ponti della Repubblica. Tutti strapagati, protetti e con le vecchiaie largamente assicurate!!! È ora di fare i conti.

Oreste Grani