Leo Rugens: speciale Rita Levi Montalcini – Ipazia di Alessandria

Rita Levi Montalcini, come lei stessa dichiara, si ispirò, nella sua vita, a Ipazia, donna genio vissuta ad Alessandria d’Egitto fra la fine del IV e l’inizio del V secolo (tra il 370 e il 415 d.C). Ipazia fu iniziata agli studi scientifici dal padre Teone. Fu dunque una grande studiosa di matematica, ma anche una insegnante: “Introdusse molti alle scienze matematiche” ci dice Filostorgio, e numerose altre testimonianze ci attestano addirittura di sue opere autografe, purtroppo però ora scomparse.

Il brano che segue è tratto dall’intervista di Paolo Giordano pubblicata su Wired n.1 del marzo 2009.

Paolo Giordano: “Com’è la vita a 100 anni?” Rita Levi Montalcini: “Il corpo faccia quel che vuole. Io sono la mente”.

Oreste Grani

Ipazia di Alessandria catturatrice di stelle

Ipazia di Alessandria catturatrice di stelle

«Ipazia fu inventrice dell’astrolabio e del planisfero e insegnò filosofia per le strade della città. Divenne così amata e popolare da destare l’invidia del vescovo Cirillo, che la fece uccidere da un gruppo di cristiani fanatici. Ipazia venne fatta a pezzi con dei cocci e i brandelli del suo corpo vennero bruciati.

Tutto questo io lo scopro dopo.

Ma quando domando a RLM se la condizione delle donne nella ricerca è ancora quella disastrosa che negli anni Ottanta descrisse in Elogio dell’imperfezione (Garzanti), lei mi parla di Ipazia, dando del tutto per scontato che io conosca la sua storia.

Dice: «Dall’epoca di Ipazia a oggi si è detto che il maschio è geneticamente superiore alla donna nelle scienze, ma non è così. Geneticamente uomo e donna sono identici. Non lo sono dal punto di vista epigenetico, di formazione cioè, perché lo sviluppo della donna è stato volontariamente bloccato. Nel mio libro Le tue antenate (Gallucci, ndr) presento settanta casi di donne-genio, a partire da Ipazia. È vero, sono poche, ma nel passato la cultura era accessibile solo a una ristretta élite e alle donne ebree, perché tra gli ebrei la cultura era così amata che superava la differenza di sesso».

E ora?

Dice: «Ora la situazione è migliorata. Non come vorrei, ma è migliorata. Però solo in quella parte di mondo che possiamo considerare civilizzata. In Africa ci sono migliaia di donne intelligenti che non hanno la possibilità di usare il cervello. Tutto quello per cui io mi impegno in Africa (con la Fondazione Rita Levi Montalcini, ndr) è l’istruzione. Abbiamo dato in poco tempo 6700 borse di studio, che coprono le spese dall’età infantile a quella post-universitaria. Non è molto, ma è già qualcosa. A vent’anni volevo andare in Africa a curare la lebbra. Ci sono andata da vecchia, ma per curare l’analfabetismo, che è molto più grave della lebbra».

Nella brochure dell’EBRI e per i corridoi della Fondazione ho visto soprattutto donne, molte giovani. Le domando se per loro è facile conciliare la ricerca con una vita – non mi viene come definirla, per cui uso l’aggettivo più orribilmente preciso – familiare.

RLM, di nuovo, non si accende su quella parola.

Dice: «Sono tutte ragazze eccellenti. Alcune sposate, altre divorziate, altre conviventi. Non importa. Sono ottime. Vedi, perché questo? Perché la donna è stata bloccata per secoli. Quando ha accesso alla cultura è come un’affamata. E il cibo è molto più utile a chi è affamato rispetto a chi è già saturo».

Si narra che un giovane allievo di Ipazia si innamorò di lei. La filosofa ci tenne a mostrargli un telo imbrattato di mestruo. Gli disse: «Questo, dunque ami, o giovane. Niente di bello».