2013 – 2014 saranno anni terribili. Atto di stima ad Aldo Giannuli

Una volta tanto, mi auguro che Aldo Giannuli si sbagli. Solo così sarà possibile che il 2013 sia meglio del 2012. Ho scritto, un minuto fa, al prof. Aldo Giannuli una lettera e, secondo la nuova cultura a cui Amalek mi ha costretto (cioè l’assenza di riservatezza) la rendo pubblica.

Gentile professore, 

raccogliendo il suo invito a comunicare, Le scrivo con l’augurio che, semel in anno, finalmente, una sua “incursione nel futuro” non abbia riscontro nei fatti e che il 2013 non vada, come Lei da anni ha previsto, malissimo.

Così come ha delineato un terribile 2014.

Mi riferisco al suo libro, sempre prezioso e attuale, “2012: la grande crisi” editore Ponte alle Grazie. Più lo rileggo e più sembro, alle orecchie di terzi, una persona informata sugli avvenimenti prossimi venturi. Sono invece, semplicemente, un suo fedele lettore.

Grazie ancora e, comunque, buon lavoro negli anni terribili che ci aspettano.

Con stima

Oreste Grani

Niente di male in tutto questo. Anzi, mi trovo bene nel mio ruolo disvelato nel cybermondo anche a giudizio della direzione di WordPress.com che mi ha omaggiato del messaggio che vi riporto.

Tenete conto che WordPress gestisce 30milioni di blogger e che io ho cominciato la mia attività letteraria, stabilmente, dal 1 settebre 2012 e non da un anno.

Wordpress

Torniamo alle cose serissime. Il prof. Aldo Giannuli non si sbaglierà su un 2013 tragico. Tantomeno sul 2014 e, ora che tutte le patacche sui Maya sono alle spalle, facciamo attenzione alle scientifiche incursioni nel futuro di quelli che le sanno effettuare. Uno è Aldo Giannuli. Un altro, come noi di Leo Rugens abbiamo ampiamente dimostrato, è Beppe Grillo, che non è mai stato solo un attore di genere comico e di cui vogliamo, non in spirito polemico, ricordare le “intelligenti” frequentazioni con Giano Accame.

Faccio un salto nel passato su cosa intendo per incursioni nel futuro riportando un testo che ho ispirato nella sua scrittura e che mi guida da anni nelle attività “disoneste” che svolgo al servizio della verità:

L’evoluzione piuttosto, assomiglia a uno scultore vagabondo che passeggia per il mondo e raccoglie un filo qui, una latta là, un pezzo di legno più in là, e li unisce nel modo consentito dalle loro strutture e circostanze, senza altro motivo se non che è lui che può unirli.
 E, così, nel suo vagabondare, si producono forme complesse composte da parti armonicamente interconnesse, che non sono prodotto di un progetto ma di una deriva naturale.”                  Leibniz


La casualità – cioè l’occasione imprevista, l’invenzione, l’improvvisazione, l’avventura – governa il divenire, il mutamento, nella vita del singolo individuo come nella storia collettiva e nella specie, alla maniera in cui uno scultore, anziché trarre da un blocco di marmo una figura che preesiste già formata nella sua mente, assembla oggetti trovati mentre vagabonda, i celebri objets trouvés con i quali sono nate molte opere dell’arte di avanguardia.
 Ma questo trovare e assemblare non è arbitrario, risponde invece a leggi interne delle cose, alle loro strutture e alle circostanze del loro ritrovamento, e intanto può compiersi perché è il divenire a unirle senza altro motivo, senza l’intervento di un presunto disegno che regoli la Grande Macchina dell’universo.
Caso e Necessità si incontrano nell’evoluzione della natura come nell’opera della mente umana. 
Ciò che nasce da questo incontro è una creazione nuova, inedita, un “salto” nella continuità del flusso del tempo. La statua che riproducesse un modello sarebbbe una copia di qualcosa già esistente, una sorta di déjà vu, di immagine allo specchio.
Un’immobilità letale sarebbe impressa sul mondo. Il gesto di raccogliere frammenti che il Caso e la Necessità insieme pongono sulla strada di chi si inoltra nell’esplorazione delle cose produce invece forme dinamiche, la cui complessità è data proprio dal loro processo di formazione in quanto composizioni di parti connesse tra loro da relazioni armoniche.
Chi le unisce scopre o riconosce una loro “affinità elettiva”, un reciproco tendere dell’una verso l’altra, non per imitazione di un’idea preconcepita (un progetto), ma anzi per una deriva naturale, per spostamento – come sotto una forza endogena – da una direzione già segnata, da una rotta che le imprigionerebbe nella ripetitività. 
In altre parole, per le leggi invisibili che reggono l’invenzione, nella natura come nelle arti umane.
Scrive George Kateb: «Dobbiamo pensare l’utopia come un mondo in cui individui e gruppi hanno la libertà, la volontà, la forza e il talento
per costruire e ricostruire la loro vita superando le insufficienze».

Oreste Grani