Padri e figli: Giuseppe De Andrè e Fabrizio

E’ in corso di svolgimento il Festival di Sanremo; un governicchio guidato da un piccolo furbetto traditore dei suoi stessi sodali, vovrebbe convincerci a scalare l’Everest a piedi scalzi e il nome della Famiglia D’Andrè è nuovamente “esplorata”, con insistenza, nella rete. Mi sembra doveroso  ripostare un pensiero (forse troppo lungo!) dedicato a ciò che forse non tutti sanno di quella Famiglia. Del padre, prima di tutto, di Fabrizio, un politico onesto.

Oreste Grani

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Beato il giovane italiano di famiglia borghese che ha vent’anni nel 1960. Alle spalle ormai la guerra, la Resistenza, i sacrifici e le privazioni della ricostruzione. Si parla di distensione internazionale, di coesistenza pacifica tra le due superpotenze USA e URSS, e sembra allontanarsi così la minaccia di una guerra atomica che grava sul mondo fin dal 1946. Sul soglio pontificio, dopo anni di aristocratica ieraticità, siede un figlio di contadini bergamaschi che unisce la semplicità dei modi e del linguaggio a una visione ampia e coraggiosa dell’esigenza di rinnovamento che assilla la Chiesa. Al culmine il boom economico. Le strade sono invase da motorette e utilitarie e fervono le costruzioni autostradali.

Si è scatenato un vortice di creatività. Cinema, teatro, pittura, musica, narrativa, poesia, architettura: in tutti i settori dell’arte si ergono grandi maestri italiani. Ma per i giovani contano di più i modelli di comportamento e la cultura provenienti dall’America, faro di libertà e di modernità. Trionfano i blue jeans e il rock’n’roll, ma chi sa di musica apprezza il cool jazz: o nella versione californiana addomesticata e sofisticata per bianchi di Gerry Mulligan, Dave Brubeck e Chet Baker, o, meglio, in quella drammatica e sarcastica, straziante o aggressiva dei neri dell’East Coast – Miles Davis, John Coltrane, Thelonius Monk, per fare solo i nomi maggiori – ai quali hanno indicato la strada Dizzy Gillespie e Charlie Parker.

Ma intanto al Festival della canzone italiana, che da otto anni si svolge in febbraio a San Remo con un successo amplificato dall’affermarsi della televisione, sua coetanea in Italia, si perpetua il rito della tradizione melodico-canora all’italiana. I testi di quelle canzonette, che illustrano arcadici un mondo rurale che nella realtà è ormai sconvolto e prossimo al tramonto o ammiccano nostalgici a un nazionalismo da maggio radioso, sono in sintonia con l’attardato establishment politico e sociale, ingessato nella conservazione di strutture statali e amministrative consolidate dal fascismo e in netto contrasto con lo spirito e la lettera della Costituzione conquistata nel 1948. È talmente ampio il divario tra la società in subbuglio di trasformazione e questo regime politico-istituzionale tanto restio alle novità che pure premono anche al suo interno, che nel luglio di quel 1960 decine di migliaia di giovani, in tutta Italia, scendono per le strade e nelle piazze per manifestare la loro netta opposizione al governo democristiano che è nato stentatamente in aprile grazie ai voti del Movimento sociale italiano, il partito di estrema destra che non fa mistero delle sue nostalgie fasciste. Questa nuova generazione, che ha visto bambina guerra e Resistenza, sente dalla sua il futuro ed è certa che, lottando e perseverando, il mondo si può cambiare: in meglio, nella pace, nel progresso e nella libertà. Il governo Tambroni, benché non esiti a ricorrere alle armi da fuoco della polizia, facendo otto morti e oltre un centinaio di feriti, o anzi proprio per questo, ne è travolto, e gli equilibri politici, già precari, si spostano verso sinistra.

Fabrizio De Andre - Fabrizio De Andre (Edition Orizzonte) - Front

Quel grande moto di rivolta è partito da Genova, città medaglia d’oro della Resistenza. Proprio a Genova vive una delle vittime minori dei suoi effetti politici. Anzi, della città Giuseppe De André è stato tra il 1954 e il 1955 assessore allo sport e allo spettacolo e anche vicesindaco, in quanto rappresentante del Partito repubblicano nella giunta centrista guidata dal democristiano Vittorio Pertusio. È un vulcano di idee e di iniziative e una macchina da lavoro eccezionale: duro, intransigente con sé e con gli altri, spesso sgarbato fino alla maleducazione, ma, oltre che intelligente colto spiritoso e allegro, tutt’altro che velleitario e parolaio, nonostante l’amore per la citazione dotta. Di mestiere infatti farebbe il professore; anzi, a dir meglio, il proprietario di scuole private. Ma alle scuole pensa un fidatissimo preside e lui a casa, tutto preso dalla politica, ci sta poco o niente. […]

Alla perdita del seggio in consiglio comunale, nel 1956, De André ha assunto la presidenza della sua creatura più importante, l’Ente Fiera di Genova, nella cui realizzazione profonde tesori di energia e di capacità imprenditoriale. Ma intanto, con la caduta politica di Pacciardi, che, estromesso dal PRI, fonderà un Movimento per la Nuova repubblica, il professor Giuseppe De André ha sacrificato alla coerenza personale le sue fondate ambizioni, perdendo ogni incarico politico e istituzionale. Ha meno di cinquant’anni, però, e non si sente finito. Con giovanile baldanza si rimette a studiare, per prendere una seconda laurea, in legge: intende aprire uno studio legale con il figlio maggiore, il «mostro di bravura» Mauro, che una brillantissima laurea già ce l’ha, e associarvi, quando finalmente si sarà laureato anche lui, il «coccolato e viziato» nottambulo Fabrizio.

«Mio padre è diventato borghese facendosi un culo della madonna»: così Fabrizio lo difende coi suoi amici, tutti di sinistra. I De André non sono i Visconti di Modrone: il cantautore è tanto sboccato nel parlare quanto delicato, aereo, allusivo, metaforico nello scrivere e nel cantare anche le immagini più ardite e le situazioni più scabrose. Lui sa distinguere bene tra i registri linguistici e fra trasgressione, che diventerà banale e squallida norma nelle generazioni successive, ed espressività. Ma il concetto è fondato: Giuseppe De André, torinese, orfano di padre a dodici anni, si è conquistato faticosamente una laurea in filosofia mentre lavorava per mantenersi, in un’epoca in cui per gli studenti lavoratori non vi era alcuna facilitazione e gli studi erano severissimi. Ma la sua vera vocazione non sono le lettere, bensì gli affari. Appena è venuto a sapere, anno 1938, che a Genova era in vendita un affermato istituto commerciale privato, il Ligure, più noto come Palazzi dal nome dei proprietari, si è indebitato per acquistarlo e si è trasferito con la moglie e il primo figliolo nella città della Lanterna. Nonostante le difficoltà della guerra e della ricostruzione, ha tratto tali profitti dall’impresa scolastica da ripagare rapidissimamente il debito e quindi ampliarla con l’acquisto di un altro istituto privato, il Pareto.

Fabrizio ha appunto vent’anni nel 1960. Ma, benché sia fondamentalmente d’accordo con loro, non è sceso in piazza coi suoi coetanei, in quel mese di luglio. Sa che ci sono forze e organizzazioni dietro a quelle manifestazioni: il PCI, il PSI, i sindacati, la stessa sinistra democristiana. E non vuole aggregarsi a nessun carro. La sua scelta l’ha già fatta, chiarissima: si è iscritto già da tre anni alla FAI, la Federazione anarchica italiana. Si proclama anarchico individualista. Il suo maestro, di vita come di arte, il suo «Socrate», è Georges Brassens: «ti insegna come comportarsi, o almeno come non comportarsi». A fargli conoscere il grande chansonnier, irriverente scandaloso e tenero, è stato proprio suo padre, che di ritorno da un viaggio in Francia gli ha portato due dischi, ancora a 78 giri, con le sue canzoni. Il professor De André sa che quel figliolo diciassettenne discolo, «il deviante, la pecora nera», ha del talento. Appassionato, come la moglie Luisa Amerio, di musica classica, Giuseppe si diletta nei pochi momenti liberi a suonare il pianoforte. È stato lui a indirizzare Fabrizio prima allo studio del violino e poi, vista la sua insofferenza per gli esercizi paludati, a quello della chitarra. Insegnante di chitarra è stato il colombiano Alex Giraldo, che, una volta trasmessagli l’impostazione classica, gli ha fatto conoscere la musica latino-americana e, soprattutto, lo «ha portato subito sull’utile, sull’immediato, sull’immediatamente utile», cioè verso la canzone. Poi è venuta la musica country e western, come per i milanesi Enzo Jannacci e Giorgio Gaber, e quindi il jazz.

Non ha molta voglia di studiare, Fabrizio, e, contrariamente al fratello Mauro, che «prendeva dieci anche in educazione fisica, non solo in greco e in filosofia», arriva a strappare la maturità a malapena, senza infamia e senza lode, contestando spesso e volentieri i professori. Ma legge molto, divora libri, a cominciare da quelli di casa, che sono in gran parte francesi. «A casa nostra – dirà – il francese era la seconda lingua». Anche lui viene avviato dal padre ad amare Proust. Ma anche i poeti «maledetti»: Baudelaire, Verlaine, Rimbaud; e, appunto, gli chansonniers: Bécaud, Trénet, Brel, Aznavour. […]

Intanto, però, più che a studiare passa il suo tempo soprattutto a scoprire un mondo del tutto opposto a quello famigliare che si gode a Villa Paradiso, una dimora signorile con parco dove la famiglia si stabilisce nel 1959: quello dei carrugi, dei postriboli prima che li chiudessero (e che lui compisse l’età regolamentare per frequentarli, nel 1958) e, dopo, delle prostitute del porto. A stare alla testimonianza del futuro grande attore comico Paolo Villaggio, di cui Fabrizio è amico fin da bambino nonostante la differenza di età e che considera il suo vero fratello maggiore, con una di esse, chiamata significativamente «Anna la Gorilla», avrebbe addirittura convissuto, per un certo tempo. Conosce persone di tutte le risme, compreso un poeta anarchico e alcolizzato, Riccardo Mannerini, che vive in un misero monolocale che spesso Fabrizio – mentre segue svogliatamente qualche lezione di medicina prima e di lettere poi, senza mai dare un esame – condivide con lui al termine di notti brave. Vive di notte, infatti, e comincia a bere molto: arriverà, più avanti, anche a due bottiglie di whisky al giorno. Per quanto sia ormai sul terreno della sfida a tutto il perbenismo della sua classe sociale, soprattutto nella «grigia Genova», non è innamorato della classe operaia, contrariamente a tanti coetanei borghesi che sposano la causa della rivoluzione. In lui «s’è sbriciolata ben presto – dirà – l’illusione di partecipare, in qualche modo, a un cambiamento del mondo». Ma gli resta «l’ansia per una giustizia sociale che ancora non esiste».

I suoi prediletti sono i derelitti, i drop-outs, i naufraghi, gli «spostati», coloro che battono «la cattiva strada», che sono, o vengono tenuti, ai margini, sempre in bilico tra la strada e la galera, tra la vita e il suicidio. Per loro nutre un amore cristiano privo di ogni paternalismo. È un amore profondamente diverso da quello di Piergiorgio Frassati: è immedesimazione esistenziale, non carità. Così come nutre un odio profondo contro «il potere», in tutte le sue manifestazioni e incarnazioni. Il potere è il padre? Non si ecceda con queste semplificazioni pseudopsicologiche, per quanto contengano un ovvio nucleo di verità. Certo, è indubbio che il professor De André sia uomo di potere, e ancor più lo sarà negli stessi anni in cui il figlio raggiunge il successo. Certo, padre e figlio non si parlano molto in questo periodo, ha ricordato lo stesso Fabrizio.

Certo, sono frequenti, soprattutto nelle prime composizioni del cantautore, i richiami alla figura paterna, con tutte le ambiguità, anche religiose, di cui può essere caricata, tra rifiuto e amore. «Il padre era molto severo con lui – ha raccontato a sua volta mamma Luisa, donna “bella e regale” che ha un debole per la “pecora nera” –, perché lo vedeva uscire la sera e poi tornare a casa che era già molto tardi, cercava di tenerlo a freno, ma era una cosa un po’ difficile ». Fabrizio è ormai troppo grande per poterlo prendere a cinghiate, come era successo qualche volta quand’era più piccolo. Ma le scenate non devono mancare. Il professor De André, secondo Attilio Oliva, il sassofonista del complesso jazz in cui suonava Fabrizio, «era straordinariamente intelligente, con un carattere e un temperamento fortissimi, un uomo che dava disciplina a sé e agli altri, di una forza, di una durezza, anche nei rapporti coi figli… esemplare, integerrimo, molto forte, molto quadrato». E tuttavia, l’assenza di comunicazione sottintende una comprensione reciproca in realtà molto profonda. Quel figlio fa di tutto per essere il suo contrario, ma papà De André non cessa di coccolarlo e proteggerlo. Fabrizio ha appena sedici anni quando viene scoperto in flagrante in una chiesetta dell’entroterra di cui ha sfondato la porta per andare a sdraiarsi più comodo su una panca con una ragazza. Non fosse per il padre, che usa tutto il suo «potere» intervenendo presso il parroco in modo molto consistente per fargli ritirare una denuncia zeppa di capi d’accusa, il ragazzo finirebbe quasi certamente in riformatorio.

Niente, o scarse, scenate in famiglia quando, nel 1962, Fabrizio mette incinta una ragazza più grande di lui di ben sette anni. Prima di tutto, è di un’ottima famiglia abbiente, la Puny Rignon. E poi, anche Giuseppe e Luisa, a suo tempo, avevano dovuto sposarsi in fretta. E Fabrizio mette subito «la testa a posto», assicura la madre. Matrimonio secondo tutti i crismi della Genova bene: cerimonia in chiesa, anticlericalismo o no; il militarista Pacciardi testimone di nozze, anche se La ballata di un eroe è già stata scritta e perfino incisa, l’anno prima, come retro del 45 giri in cui si trova La ballata del Michè. Fabrizio asseconda il disegno paterno: si iscrive a legge, accetta di mettersi a lavorare, assumendo la direzione delle due scuole di proprietà del padre, e comincia a studiare abbastanza seriamente, spronato dall’esempio di Villaggio, tanto scapestrato nel divertirsi quanto scrupoloso nello studio. Con la famigliola, dopo la nascita di Cristiano, va a vivere nell’entroterra, a Savignone, dove può coltivare un orto e allevare gli animali come ha sempre sognato fin dall’infanzia, trascorsa da sfollato in una cascina del materno Astigiano durante la guerra. Gli esami universitari li dà, e bene, anche se lentamente. Ma intanto compone, dà ripetizioni private e lezioni di chitarra, compare sui palcoscenici estivi della Riviera in coppia con l’amico Paolo in qualche cabaret, ogni anno incide un 45 giri di cui il padre, orgogliosissimo, compra decine di copie da distribuire a tutti i conoscenti. Proprio Villaggio osserva: «Fabrizio era un contestatore, perché lo è sempre stato di natura; a lui non andava mai bene niente, ma questa ormai era una maschera: era quello sempre incazzato, quindi non lo era naturalmente, poi in realtà era molto più conformista di me».

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Ma non arriva alla laurea. E nemmeno suo padre, se è per questo. I motivi non sono molto dissimili né i tempi molto distanti tra loro. E chissà che non ci sia stata qualche interdipendenza, legata allo sfumare del progetto di studio legale De André. È il 1964: Fabrizio sforna il suo quarto 45 giri, che reca La canzone di Marinella. Il successo cresce, la casa discografica Karim, di Roma, lo prende sotto contratto a 70.000 lire al mese (il padre gliene dà 90.000 per il suo lavoro), ma non è niente rispetto a quello che comincia a entrargli nelle tasche l’anno dopo, quando a lanciare quella canzone è la popolarissima Mina: «Mi arrivano 600.000 lire in un semestre (per gli anni una somma davvero considerevole). Allora ho preso armi e bagagli, moglie, figlio e suocera e ci siamo trasferiti in corso Italia, che era un quartiere chic di Genova. Quindi chiusa la storia con la laurea e tutto il resto. Da quel momento cominciai a pensare che forse le canzoni m’avrebbero reso di più e, soprattutto, divertito di più». L’anno successivo è già in grado di pubblicare un album a 33 giri che reca l’ambizioso e prematuro titolo Tutto Fabrizio De André. È la notorietà, che diventa popolarità quando pubblica il secondo long playing, Volume primo, nel 1967, e quando viene processato, ormai alla vigilia di quel 1968 di cui è un antesignano, per Il ritorno di Carlo Martello.

Ma lui sa bene di essere, in realtà, «avvantaggiato dal fatto di non dipendere dalle canzoni per vivere, e quindi di poter scrivere e cantare tutto quello che mi pare e piace». Il professor Giuseppe De André deve aver dato meno esami di legge del suo scapestrato figliolo. Stimatissimo nella ristretta Genova degli affari, riceve offerte di assumere compiti di dirigenza in importanti gruppi industriali. […]

Siamo nell’ottobre del 1968, proprio l’anno in cui la notorietà di Fabrizio esplode. Non a caso: lui il movimento tellurico di quell’anno tra i giovani lo ha anticipato, ne interpreta tutte le contraddizioni: amarezze e dolcezze, rabbia e desiderio di amore, violenza metaforica e aspirazione alla pace, ansia di giustizia sociale e voglia di benessere, rivolta e ricerca di archetipi rassicuranti. Ma è anche l’anno in cui esplode il crescendo di lotte operaie che sta accompagnando tutto il decennio e che culminerà nel 1969 con l’«autunno caldo». I sindacati hanno conquistato sul campo attenzione e rispetto. Per ottenere sovvenzioni statali in grado di affrontare il momento difficile, l’Eridania ha firmato con loro e col governo un protocollo d’intesa nel quale s’impegna a consultarli prima di prendere qualsiasi misura. […]

Con la stessa perspicacia e determinazione papà De André si preoccupa degli interessi del figlio. Già dopo il buon successo di vendite del primo album si insospettisce per l’ammontare del mensile percepito da Fabrizio, che gli sembra troppo esiguo. Lo spinge quindi ad andare a fondo della cosa e il cantautore finisce per fare causa alla Karim, assistito dal fratello, divenuto ormai un avvocato civilista di prim’ordine e che da allora in poi gli preparerà accuratissime clausole contrattuali. Fabrizio diviene totalmente indipendente. Si dedica esclusivamente alle canzoni, ma ciò gli lascia molto tempo libero. Riprende in parte la vita di un tempo, più notturna che diurna. Il matrimonio borghese intrapreso con convinzione – secondo Villaggio, l’amico «è nato con la mania di sposarsi» – comincia a fare acqua. Poi, quando è omai famoso, incontra Dori Ghezzi, una giovane cantante milanese di origine proletaria. È talmente diversa da tutte le ragazze che ha incontrate che le si lega immediatamente e non la molla più. Né lei lui. Fino ad allora, racconterà autocriticamente, «per me le donne erano proprio una cosa da prendere e fare nel senso letterale del termine, senza tanti corteggiamenti». Sarà Dori, con la coerenza, la dirittura e la concretezza che la rendono invece tanto simile al padre di lui, a offrire il versante «normale» a un’esistenza che ha tutti i crismi di un disadattamento da cui continuano a scaturire bellissimi testi di canzone.

Intanto i sogni della sua generazione se ne vanno in frantumi sotto i colpi dell’estremismo, della violenza politica, del terrorismo, della crisi economica mondiale degli anni Settanta, della degenerazione strisciante del sistema politico, dello stesso benessere divenuto consumismo. A chi gli chiede un parere politico, Fabrizio risponde, dopo essersi schermito ricordando il proprio anarchismo, di auspicare un governo di tecnici: un parere non molto lontano dalla pacciardiana repubblica presidenziale, a suo tempo contestata, e che assomiglia nella sostanza all’esplicito invito espresso da Guido Morselli ad affidare il mondo nelle mani di persone come il proprio padre. Il sogno di Fabrizio continua a essere la terra, la campagna. Compra una grande tenuta in Sardegna, una terra genuina che ama. Lanciata turisticamente negli anni Sessanta dall’Aga Khan, che ha promosso l’esclusività vip di una parte della costa gallurese, per alcune frange rivoluzionarie nostrane l’isola è diventata nel frattempo un mito. In certe zone dell’interno, in particolare la Barbagia, vi persistono costumi e lingua antichi. Vi si compiono ancora gesta che rispondono a radicati convincimenti culturali, ma che la legge considera criminose e che si contrappongono nettamente allo stato e alle sue istituzioni. Giangiacomo Feltrinelli la considera alla stregua di una terra di colonia in cui va organizzata, sull’esempio dei nuclei guerriglieri latinoamericani, una lotta di liberazione nazionale per la quale, a suo avviso, esistono tutte le precondizioni. Il non violento De André non ha nulla a che vedere con tutto ciò. Lì trova la sua pace, la realizzazione dei sogni nutriti fin da bambino e, a differenza di Giangiacomo, non ha nessuna intenzione di passare per guida di nessuno: «io non ho nessuna verità assoluta in cui credere, non ho nessuna certezza in tasca e quindi non la posso regalare a nessuno». Ma anche lui è vittima del clima di trapasso tra vecchio e nuovo che grava sulla Sardegna. Ricco e famoso, a fine agosto del 1979 viene sequestrato da una banda barbaricina insieme a Dori.

Per il professor De André, divenuto nel 1976 anche presidente della Poligrafici, è un brutto momento. Proprio allora Monti, che ha rivolto le sue mire verso l’ENI, ha deciso di mollare l’Agricola Finanziaria e le sue controllate, vendendole al gruppo Ferruzzi. L’Eridania si trova «in buone condizioni aziendali e finanziarie, non travolta dai problemi del settore che hanno posto i maggiori concorrenti in difficoltà». Ma, benché gli vengano confermati fino al 1981 sia la presidenza che la delega e Mauro divenga presto l’avvocato di fiducia di Raul Gardini, genero di Serafino Ferruzzi e astro nascente dell’imprenditoria italiana, il professore è ormai al tramonto. Tuttavia, con l’aiuto del figlio avvocato, prende ancora una volta in pugno la situazione e dopo estenuanti trattative, riesce a riportare a casa i due rapiti. Dori e Fabrizio hanno trascorso in condizioni penosissime tre mesi e mezzo all’«Hotel Supramonte» (così si intitola la canzone che De André ha dedicato alla vicenda).

Ma ciò non scalfisce i sentimenti di solidarietà umana che Fabrizio insiste a provare per i suoi rapitori anche quando, catturati, li rivedrà in gabbia durante il processo. È probabilmente dopo questo dramma che finalmente, tra il padre ormai fuori dalla mischia e il figlio ormai maturo, si stabilisce un dialogo: «non abbiamo parlato moltissimo, io e mio padre, se non negli ultimi anni», quando «passavamo giornate intere a parlare di filosofia». Dopo la drammatica vicenda del sequestro, Fabrizio torna tranquillamente nella sua tenuta in Sardegna, dedicandole tutto il proprio amore e il proprio tempo libero da impegni lavorativi. Proprio allora comincia a maturare invece la fuga dall’isola natia il grande scrittore Sergio Atzeni, figlio di un ex minatore dirigente comunista tutto d’un pezzo e lui stesso ex dirigente dei giovani comunisti cagliaritani, appartenente a quella «generazione del ’68» di cui Fabrizio è stato precorritore e mentore: «Noi, gli sbandati, i fuori dal mondo che rifiutavano sia la guerriglia urbana che il ritorno nei ranghi, i figli dei fiori, i poeti, i rimbambiti, i pazzi, gli spaventati dalla velocità della storia e della tecnica e dall’assoluta assenza di guidatore, e quelli come me, che non sapevano che fare di se stessi e cercavano motivi per vivere, rimasugli di una generazione che ha tentato di cambiare il mondo perché sapeva che fa schifo, ma non sapeva che lo schifo ha costruito in millenni strutture solidissime di resistenza, le ha costruite con piramidi di sacrificati, le ha costruite anche nelle nostre anime. Guardavamo a occhi aperti e spaventati un mondo che non ci apparteneva. Per noi era l’invito a Katmandu». […]

Di quella paura che induce alla fuga nella droga Fabrizio sa cantare, paternamente ammonitore. Della sua droga, invece, – o, forse, di almeno una delle sue droghe – dice di essersi liberato proprio grazie al padre, che sul letto di morte, nel 1985, gli chiede di smettere di bere. «Ed io: ma porca di una vacca maiala, proprio questo mi devi chiedere? Praticamente avevo il bicchiere in mano». Morto il padre, morto prematuramente il fratello, pochi anni dopo, «non avevo più punti di riferimento». «In fin dei conti mi sono abbastanza adagiato su questo materasso di piume da cui sono nato, perché in effetti con mio padre andavo d’accordissimo, questa è la verità. Anzi, consiglierei a tutti un padre come il mio». Muore anche lui troppo presto, nel 1999.

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