Il bagno di sangue in Algeria è l’anticamera di quanto potrebbe accadere nel Mediterraneo se non ci mobilitiamo tutti perché non si propaghi la “guerra tra la gente”

In Algeria si è consumata la prevedibile strage degli ostaggi. Il bilancio è di almeno 35 morti e l’assedio ad Al Qaeda non è finito. L’esercito bombarda la base petrolifera con elicotteri ma non riesce a prendere il controllo di tutta la zona. Obama e Cameron chiedono chiarimenti sulle modalità del blitz e dei silenzi che lo hanno preceduto.

Si è risolto con un bagno di sangue il blitz dell’esercito algerino contro il commando islamista che ieri ha preso in ostaggio 41 occidentali e circa 150 algerini nell’impianto di estrazione di gas gestito da Bp a In Amenas, nel Sahara algerino, al confine con il Mali. In serata fonti dei servizi algerini hanno confermato alla Reuters che sono almeno 35 gli ostaggi uccisi, tra cui sette stranieri (tra questi 2 giapponesi, 2 britannici e un francese). Ma potrebbero essere cifre molto provvisorie perché nella notte arriva la notizia che solo una parte della base è tornata sotto il controllo dell’esercito algerino.

C’è stata molta fretta e poca intelligence. Era un blitz destinato al flop. Su questo fatto gli analisti americani concordano attribuendo la responsabilità alla inadeguatezza delle forze speciali algerine. È evidente che hanno pensato al petrolio e non a salvare i sequestrati. Davanti alla strage di ostaggi nel deserto del Sahara, Michael Scheuer, ex capo dell’unità della Cia che diede la caccia a Osama bin Laden parla di errori causati dall’eccesso di fretta. È evidente a tutti che per l’Algeria contava più eliminare subito ogni minaccia nei confronti dell’industria energetica che non salvare le vite di ostaggi.

Ancora ieri, mi permettevo di dire che l’Algeria è un problema complesso e che senza cultura geopolitica è inopportuno fare gli “imprenditori-turisti” da quelle parti. Il sangue che scorre in queste ore e nel modo in cui scorre (nessuno capisce chi sta facendo e che cosa), dovrebbe porre la parola fine ai dilettantismi. Il massacro di ieri apre una stagione di necessarie, lungimiranti riprese di relazioni internazionali da affidare, tra l’altro, agli istituti di cultura italiani all’estero che devono essere opportunamente rifinanziati e rafforzati con personale appositamente selezionato.

Oreste Grani