La cultura matrice dell’etica, a Siena

2019

Un silenzio assoluto da mesi è calato sul cosiddetto dibattito politico pre elettorale e sulle eventuali strategie culturali atte a preservare il nostro petrolio. È come se, in Arabia Saudita, si tacesse su quanti barili di petrolio si producono e quanti se ne produrranno. Neanche quel cocainomane di Chavez tratta così la ricchezza nazionale venezuelana. I nostri delinquenti organizzati nelle consorterie partitiche (quelle di ieri, quelle di oggi e, temo, quelle di domani) non trattano più,  da anni, la nozione di cultura e di bene culturale. Con il solito metodo del flash back torno alla campagna elettorale senese dedicata alle elezioni del sindaco nella primavera del 2011. Nella occasione, come gesto rispettoso nei confronti dei cittadini elettori, furono distribuite a mano (pagate da Ipazia Promos e Ipazia Preveggenza Tecnologica) oltre trentamila copie di un supplemento al periodico settimanale “Zoom” per la città di Siena.

Per rinfrescare la memoria dei mascalzoni e degli spergiuri, di seguito troverete le copertine delle pubblicazioni di cui sopra e ogni giorno pubblicherò dei brani da loro tratti. Anche il pagamento della distribuzione a mano fu onere di Ipazia Preveggenza Tecnologica. A effettuarlo furono dei simpatici giovani di Siena. Tutti saldati brevi manu.

Non è un ricordo ragionieristico quello che mi spinge. È il sentimento di tristezza che quei ricordi mi suscitano costringendomi a prendere atto della inutilità di avere fatto scrivere, ideare graficamente, con grande amore per quella città e i suoi beni culturali, i supplementi a Zoom.

Senza essere riuscito a raccogliere i voti che finalmente potevano sottrarre al gioco dei finti massoni, dei finti contradaioli, dei finti cittadini rispettosi delle tradizioni il cuore dell’Italia futura. Oggi apprendo che, come avevo previsto, il fondo del barile del denaro pubblico da dedicare alla giostra ottenebrante detta “Palio di Siena” è stato raschiato e non c’è un centesimo per la pantomima contradaiola. Fine del gioco, dei doppi giochi e dell’esaltazione della metafora arrogante del tradimento.

Mi tengo lo sfizio, dopo essermi rovinato per Siena, di sbeffeggiare chi mi ha tradito e usato, ripubblicando ogni pagina di quei giornali perché rimanga nel web la memoria della qualità dei ragionamenti ipaziani e, viceversa, della asineria (a proposito di quadrupedi) e della amoralità dei politici senesi di ieri e di oggi. In sintesi tutto quanto Ipazia ha fatto per Siena si può chiamare “perle ai porci”.

Oreste Grani

Speciale Acqua

Il capitale culturale

Antonio Polimene

Ipazia Promos

Nel pubblico più avvertito vige, di norma, una certa cautela sui possibili significati da attribuire alle nozioni di “cultura” e di “bene culturale”, declinate in vario modo nei contesti disciplinari e linguistici più diversi.

È dunque sempre necessario, per dibatterne, definire un campo concettuale che ne delimiti il senso e garantisca efficacia a qualsivoglia riflessione in merito.

La connessione tra i beni culturali e lo sviluppo di un Paese, ad esempio, è un argomento che trova crescente cittadinanza tra gli economisti e gli esperti di settore, siano essi soggetti con responsabilità di governo, amministratori, specialisti, imprenditori, o altro.

In proposito, va registrato che il pensiero economico contemporaneo si è opportunamente aperto, sub specie di “economia della cultura”, alla distinzione tra la categoria dei cosiddetti “beni limitati e irriproducibili”, consistenti nel patrimonio culturale ereditato storicamente da ciascun Paese, e quella dei “beni riproducibili e illimitati”, derivanti dalle politiche di tutela e conservazione, gestione e valorizzazione dei beni culturali, ciascuna di esse suscettibile di generare ricchezza nelle comunità che le promuovono.

L’assunto più interessante e proficuo ricavabile da questa fondamentale distinzione concettuale è che i beni culturali, allorché li si consideri come risorsa produttiva, non possono più costituire un interesse esclusivo degli addetti ai lavori, né rappresentare un ambito solo settoriale nel governo della cosa pubblica, bensì hanno titolo per assurgere a contenuto di politiche promosse da soggetti anche diversi da quelli direttamente responsabili del patrimonio culturale (politiche dell’industria e dell’artigianato, dell’istruzione e della ricerca, del territorio, dello sviluppo), diventando così parte integrante delle politiche generali.

Queste convinzioni riposano, beninteso, sulla considerazione della cultura e dei beni culturali come “oggetto” di intervento – della politica, dell’imprenditoria, degli stessi consumatori; come risorse, insomma, da gestire secondo “scopi” ad esse esterni, dai quali dipende il loro “uso” (e il loro destino).

Ma c’è un’altra possibile prospettiva con cui guardare alla cultura e ai suoi prodotti,  forse più decisiva per le sorti di una società, che merita di essere presa in esame. È la considerazione della cultura come “soggetto”, come “matrice che plasma l’ethos pubblico di una comunità o di un paese” (Stefano Zamagni, “Il valore aggiunto culturale e i suoi parametri”, Paradoxa, n. 4, 2010), da cui dipendono in buona misura il suo sviluppo e il suo benessere nel tempo. Così intesa, la nozione di cultura coincide con quella di “capitale culturale”, che consiste nel sentire comune, nei valori e nei modelli di comportamento prevalenti tra i membri di una società. Essa è, in questa accezione, un prodotto della storia e dell’educazione – l’insieme di quel che si è stati e di ciò che si vuole essere, di un’eredità acquisita e di scelte consapevoli, che liberamente si decide di assumere e di cui si è responsabili.

Nuova Cittadinanza

È un patrimonio, inoltre, costituito soprattutto da regole.

Regole sociali, morali, legali che, nel loro insieme, permeano lo spirito pubblico e improntano di sé, nel modellarlo, lo stesso sviluppo economico e civile di una società. A dimostrazione di questo assunto, sarebbe ad esempio difficile concepire lo sviluppo del capitalismo nell’epoca moderna senza la cultura del giusnaturalismo e del protestantesimo, che della libera iniziativa e dell’impegno individuale dell’uomo facevano un valore sociale  e una norma morale.

Ogni società, d’altra parte, è – o dovrebbe essere – consapevole che senza regole non può esservi benessere diffuso, né la cultura può trasformarsi in ricchezza.

La cultura, dunque, come “capitale culturale”, promuove innanzitutto le regole del vivere comune, concorre a rendere la legge e l’etica pubblica valori imprescindibili, sviluppa il senso di appartenenza ad una comunità, rafforzandone la coesione e garantendo altresì, con la diffusione del sentimento di solidarietà, l’integrazione dei suoi membri.

Essa è insomma, per dirla con espressione kantiana, condizione della possibilità stessa dello sviluppo di una società.

Si dirà: ma, a fronte di costi certi, e certo onerosi, necessari a sostenere adeguatamente le attività culturali e di ricerca, come può una comunità determinare il valore dei “ritorni” dei suoi investimenti in questo settore?

Ebbene, mentre si vorrebbe lasciare volentieri agli economisti il compito, pur legittimo e utile, di cimentarsi con calcoli econometrici nel merito indiscutibilmente complicati, ai non specialisti basterebbe riflettere sui costi generali che un paese sarebbe costretto a sostenere se decidesse, al contrario, di trascurare la cultura e la ricerca.

Quale sarebbe, in tale ipotesi, il suo futuro? Di fronte alle minacce dell’oggi – la guerra, la scarsità di beni essenziali prodotta dalla crisi globale, i disastri naturali e quelli provocati dall’uomo, la violenza sociale crescente, frutto dell’ignoranza e della paura dell’altro, la crisi del concetto di bene pubblico – quale difesa di se stessa e del proprio futuro una società può opporre a tutto ciò, se non la cultura: per orientare su strade nuove lo sviluppo, per costruire nuovi modelli di convivenza, per approntare nuove difese per la salute del genere umano e per la tutela della natura?

imp.zoomUniversita

E se con ciò non fossimo ancora convinti del valore essenziale della cultura per la sopravvivenza stessa dell’uomo, conviene allora provare a riflettere sul significato della celebre opera di Francisco Goya: “Il sonno della ragione genera mostri”, che resta uno dei lasciti più significativi del pensiero illuministico, commento terribile e profetico alle grandi tragedie della contemporaneità.

Ma – si potrà ancora obiettare – non sarebbe un utile esercizio, per una comunità nazionale o locale, cercare di determinare almeno gli scopi da raggiungere attraverso il finanziamento della cultura e della ricerca, e su questo coagulare il consenso dell’opinione pubblica e delle istituzioni?

L’apparente buon senso di questo interrogativo – alimentato probabilmente dalla diffidenza tutta moderna per una concezione antica e aristocratica della cultura intesa come otium, come attività disinteressata e affrancata da finalità immediatamente pratiche (il negotium) e motivato dal rigetto, anch’esso angustamente moderno, verso ogni rischio di spreco – non considera tuttavia a sufficienza un carattere essenziale dell’idea di cultura intesa come “soggetto”.

Quell’idea, a ben guardare, esclude che l’incremento del capitale culturale possa essere finalizzato a qualcosa di altro da sé. Esso, infatti, non è un mezzo, ma un fine. È – come verità, conoscenza, ethos – condizione continuamente generativa di valori e di benessere sociale, ma non è a sua volta condizionato, né condizionabile, da contenuti ad esso estranei, e che già non possieda.

La cultura che ci può salvare, in una parola, non può essere asservita a scopi che non siano da essa stessa generati. Giacché la sua più genuina vocazione, che ce la rende indispensabile e amica, è proprio inventare gli scopi per cui viviamo.

Apparso in “2019 La cultura matrice dell’etica”, supplemento a Zoom, numero 4