Quella volta che Gelli fu “Lucio” e non “Licio”

Tutte le immagini del post ritraggono John Dillinger (1931-1934) durante il processo a Crown Point, Indiana, nell'ultimo anno della sua vita

Tutte le immagini del post ritraggono John Dillinger (1931-1934) durante il processo a Crown Point, Indiana, nell’ultimo anno della sua vita

Giovanni Bianconi, poi divenuto noto ai più per aver scritto Ragazzi di malavita – Fatti e misfatti della banda della Magliana (Baldini e Castoldi, prima ed. 1995-97) con una prefazione di Gianni De Gennaro che pubblico, il 5 aprile 1988, scriveva sul “La Stampa” di Torino firmato con Cesare Martinetti, il pezzo che riporto.

Leggetelo e, se potete, tenetelo a mente. Vi servirà quando vi riparlerò di Carmine “Mino” Pecorelli.

Oreste Grani

Omicidio del giornalista Mino Pecorelli

Roma 20 marzo 1979: «Mino Pecorelli, chi era costui? 9 anni fa, il 20 marzo 1979, un uomo con l’impermeabile bianco, alle 9 di sera, in Via Tacito a Roma sparava un caricatore contro Carmine Pecorelli, 51 anni, di Sessano (Campobasso), ex avvocato, ambiguo giornalista, direttore del settimanale Op, “Osservatorio Politico”, piduista, uomo dai misteriosi rapporti con i servizi segreti, con il sottobosco politico romano, con Licio Gelli. (…) Gelli mandante dell’omicidio? La pista viene battuta dagli inquirenti. Nel gennaio del ‘79, OP aveva pubblicato l’“nformativa Cominform” (fabbricata dagli americani e consegnata ai nostri servizi segreti, ufficio di Firenze, nel 1950) in cui il Venerabile della P2 viene accusato di essere stato un agente dell’Est mentre serviva anche al controspionaggio occidentale: “due volte partigiano” aveva sentenziato Pecorelli sul conto di Gelli. Quarantott’ore dopo il delitto (alle 21 del 22 marzo) il procuratore capo della Repubblica di Roma Aldo De Matteo riceve a casa una telefonata anonima. Si legge nella relazione del magistrato: “una persona che parla con pronunzia corretta e che aggiunge di non poter rivelare il suo nome per prudenza, dice che il mandante dell’omicidio Pecorelli sarebbe stato un tal Lucio Gelli, in questo momento residente all’Hotel Excelsior di Roma, stanza 127, numero di telefono 463171”».

(da “La Stampa” 5 aprile 1988, Giovanni Bianconi e Cesare Martinetti)

 

Dillinger appoggiato al direttore del carcere

Prefazione

di Gianni De Gennaro

Un cane lupo. Il cane di Libero Mancone. Un flash, un ricordo.

Grazia Selis, alla disperata ricerca della verità sulla scomparsa di suo fratello Nicolino, non riesce a entrare in casa di Mancone per chiedergli notizie.

Un gruppo di poliziotti intenti nell’ennesimo arresto di Mancone sono ostacolati dallo stesso cane lupo, feroce custode della privacy del suo padrone. C’ero anch’io tra quei poliziotti: Mancone riuscì a fuggire e si diede alla latitanza.

Per uno come me, cresciuto nella Squadra Mobile di Roma negli stessi anni in cui quella gente di malavita, che l’autore chiama con affettuosa ironia i «bravi ragazzi », cresceva a sua volta nei bar e nelle bische della Magliana, del Tufello, di Trastevere e di Testaccio, il libro di Giovanni Bianconi è un susseguirsi di ricordi.

Capita di rado a un poliziotto, perennemente distratto da una miriade di fatti e di episodi che si rincorrono disordinatamente nella sua memoria, di avere la possibilità di rileggerli nitidi, lineari, logicamente consequenziali.

La banda della Magliana, questa misteriosa entità cui la fantasia popolare e una stampa talvolta disattenta hanno spesso attribuito ruoli e attività tendenti a circoscriverla quasi esclusivamente in un mondo lontano dai vicoli del centro e dalla periferia di una grande città, torna, grazie all’opera di Bianconi, ad appartenere a quella malavita nostrana, violenta e senza regole, che ha imperversato a Roma per anni, intersecandosi, talora casualmente, talaltra intenzionalmente, con altri poteri criminali, che della capitale avevano fatto terra di conquista.

Il libro di Bianconi dunque, al di là di quell’aspetto per me simpaticamente autobiografico, ha uno specifico valore per chi, curioso e attento lettore della cronaca, riesce finalmente a capire cosa hanno rappresentato, per oltre un decennio, le miserevoli gesta dei «bravi ragazzi della Magliana». Droga, rapine, gioco d’azzardo, sequestri di persona, inutili omicidi, spavaldi e prepotenti inserimenti in realtà criminali più grandi di loro. Soldi, troppi soldi, futile potere, e poi la fine: tragica e apparentemente ingloriosa per chi ha condotto un’intera vita nel disprezzo degli altri e della legge. Lunghe confessioni davanti a un giudice istruttore e finalmente la verità, o meglio, gran parte della verità.

543-598x467

639-598x465

Quanti rapporti di polizia, quante indagini, quante istruttorie si erano ripetutamente avvicinate a definire la reale portata dei delitti di «Renatino», «er vòto», «accattone», «operaietto», «palle d’oro», «er cane», «er criminale», «er ciambellone» e di tanti altri «er» che hanno popolato per anni le cronache del «Messaggero» prima e di tutta la stampa nazionale poi. Soltanto le testimonianze dirette di Claudio Sicilia, di Fulvio Lucioli, di Maurizio Abbatino, di Antonio Mancini, di Fabiola Moretti ci portano oggi a collegare tra loro e nella loro giusta valenza morti misteriose e complicati intrecci.

Fabiola Moretti: una donna. Già, le donne dei «bravi ragazzi», così profondamente presenti nel loro delinquere e così apparentemente assenti dalla loro vita. Giovanni Bianconi ce le descrive con concretezza attraverso le crude e asettiche parole dei verbali di polizia, quando, soprattutto nei momenti più tragici, con un rituale quasi studiato, ripetono tutte indistintamente, all’unisono, la loro completa estraneità alle amicizie e alle attività dei loro compagni che non mancano di ricordare o rimpiangere come «bravi ragazzi». Non era facile ricollegare tanti fatti e tanti personaggi, né spiegare quei misteriosi contatti con un mondo criminale più adulto di quello della banda della Magliana: la mafia siciliana, i Marsigliesi, la camorra e ancora più su, gli affari, la politica.

442-598x464

A me sembra che lo sforzo di intelligente ricostruzione che l’autore ha fatto, selezionando tra le migliaia e migliaia di pagine processuali, quelle più significative, sia stato premiato. E così, leggendo il libro di Bianconi, un vecchio poliziotto può riordinare i suoi ricordi nella memoria, un conoscitore della cronaca può rileggere compiutamente tanti fatti che in parte gli erano noti e anche un giovane, che nulla sa dei «bravi ragazzi», può avvicinarsi alle loro storie riuscendo a collocarle in una esatta dimensione.

Domenico "Mino" Pecorelli

Carmine “Mino” Pecorelli