Perché Lola Pagnani ritiene che qualcuno abbia ucciso suo padre, Enzo?

24 gennaio 2016

Da questa mattina centinaia di accessi si verificano su questo post, ritengo per un qualche interesse professionale legato all’artista Lola Anna Pagnani. A suo tempo ho scritto quanto il mio cuore e la memoria mi suggerivano nel ricordo di un uomo (Enzo padre di Anna) intelligente e sensibile culturalmente come pochi e di una bimbetta (Anna Lola, appunto) che ho conosciuto a Via della Scala, nel cuore di Trastevere. Enzo adorava sua figlia e questo è il vero ricordo che ho di loro. Visto gli accessi che questi miei pensieri ricevono da tempo (e oggi in particolare) aggiungo delle considerazioni di tipo prettamente teorico che ovviamente non possono riguardare quelli che ho capito (ma non ho mai avuto un colloquio nel merito con la Pagnani) essere stati i suoi dubbi sulla fine di suo padre. Per decidere di uccidere un uomo, ci deve essere un movente preciso che in criminologia può essere classificato in tanti modi ma quelli sono e se non si trova il movente dentro all’elenco che trovate di seguito, difficilmente ci si trova davanti ad un fatto delittuoso. Anzi.

L’omicidio è il delitto sovrano che, da quando il mondo è mondo, si decide di compiere spinti esclusivamente da uno di questi moventi:

per difesa;

per denaro;

per il successo;

per gioco e per divertimento;

per fastidio;

per piacere sessuale;

per vendetta;

per invidia;

per emulazione;

per induzione;

per compassione;

per follia;

per gelosia;

per rifiuto o per motivi strumentali.

Spero che nel tempo Anna Lola Pagnani si sia tranquillizzata e abbia elaborato – con serenità – il lutto della perdita di un padre fuori categoria come continuo a ricordare essere stato Enzo.

Oreste Grani/Leo Rugens

Alfred Hitchcock

La “rete”, con le sue indelebili ed intelligenti tracce elettroniche, mi dice che qualcuno si sta interessando al mio nome abbinandolo a quello di Enzo Pagnani. La “rete” mi dice che qualcuno ha letto ciò che ho scritto il 31 ottobre del 2012 rispetto alle problematiche e all’approccio metodologico che si deve assumere per scoprire i moventi dei delitti. La “rete” ha anche letto che sono rimasto sorpreso che la piccola Anna Lola, divenuta adulta, abbia ritenuto che qualcuno abbia ucciso suo padre.

Rimango in attesa che qualcuno mi fornisca altri elementi del mistero. Nel frattempo ripubblico quanto ho scritto il 31 ottobre del 2012.

Con affetto per Lola e nostalgia di suo padre Enzo.

Oreste Grani

“LA FAVOLA DEL NARRATORE DI FAVOLE” DI ENZO E ANNA PAGNANI

La rete conserva la notizia (Adnkronos 2007) secondo cui l’artista Anna Lola Pagnani ritiene che suo padre Enzo, morto 26 anni prima, in realtà sia stato ucciso. Ho consciuto bene Enzo Pagnani, un intellettuale atipico ed eclettico come pochi.

Ho cominciato a frequentarlo negli anni ’70, quando Anna Lola era bambina; era il motivo stesso della sua vita, soprattutto da quando le incomprensioni con la moglie e madre di Anna Lola, Gilda Lante, divennero insostenibili.

Fui colto di sopresa, come tutti, dalla notizia della sua morte, avvenuta nel parco di Villa Pamphili dove si recava a correre per “tenersi in forma”, poco dopo l’affidamento della bimba. La versione ufficiale della morte fu “infarto” e nulla, mi fece pensare o ripensare diversamente.

Perché avvenga un delitto ci deve essere come “causa sceleris” un movente. Il movente è correlato alla volontà colpevole; alle circostanze; al contesto; alla gratificazione ottenuta dal crimine, all’utilità psicologica, economica o di altro tipo; all’obbiettivo del crimine, sia tale obbiettivo finale, finalistico, utilitaristico, strumentale o psicologico.

Il movente si deduce – come insegna Carmelo Lavorino, maestro di questa materia – dalla scena del crimine, dal modus operandi, dallo stato della vittima, dal background, da tutte le caratteristiche della vittima e del bene aggredito, dai tipi di danni inferti (intensità, ripetitività, accanimento), dagli aspetti storici delle vicenda, dagli interessi di vario tipo dei vari soggetti della vicenda e dai loro comportamenti. Il movente può essere classificato esclusivamente secondo quattro aspetti:

I. secondo la logicità dei fatti: è la consistenza stessa del movente, almeno dal punto di vista logico, utilitaristico e funzionale; può essere del tipo razionale se vi è un movente basato su una circostanza e/o tipo di interesseconcreto, o irrazionale;

II. secondo l’interesse dell’autore: è la gratificazione ottenuta, può essere di tipo psicologico, economico, di potere, a sfondo sessuale o misto;

III. secondo il collegamento fra vittima e autore:

a) diretto collegato, vittima infungibile selezionata per un determinato avvenimento storico (motivi ereditari, di vendetta, di carriera…);

b) collegato indiretto, ad esempio, ostinatamente quella vittima perché la sua tipologia o alcune sue caratteristiche gratificano l’autore;

c) diretto scollegato, l’interesse è del tipo peculiare, ma fra la vittima e l’autore non esistono connessioni e frequentazioni di sorta (il caso classico è quello del serial killer che sceglie una vittima per le sue caratteristiche peculiari e infungibili, oppure, quello dell’attrice famosa infastidit dallo stalker…);

d) indiretto scollegato, (la vittima è scelta a caso), non vi è collegamento alcuno fra la vittima e l’autore;

IV. secondo la circostanza, il crimine è stato causato proprio da quel tipo di avvenimento che ha scatenato il movente (solitamente omicidi per litigio, in seguito a rapina, furto o stupro, oppure aggressione…).

Infine, nella categoria dell’interesse personale, i moventi possono essere per: difesa, denaro, successo, divertimento, fastidio, piacere sessuale, vendetta, invidia, imitazione, induzione, compassione, follia, gelosia, rifiuto, motivi strumentali, collezionismo.

E i comportamenti che il criminale può tenere presuppongono un movente: organizzato, stabilito, casuale o occasionale.

Difficile uscire da questo schema.

Ho la curiosità di sapere, se la rete me lo vorrà dire, a che tipo di movente ha pensato Anna Lola quando ha sporto la denuncia e com’è andata a finire la vicenda.

Vi consegno ora un esempio della sensibilità di Enzo, ricordandovi che, come lui sosteneva, il racconto fosse stato scritto a quattro mani con Anna Lola.

Oreste Grani

Enzo e Anna Pagnani

La favola del narratore di favole

C’è chi nasce con la buona e chi con la cattiva stella. Fra tutti i mestieri che ci sono al mondo, a lui toccava certamente il più difficile: non riusciva a togliersi dalla testa di dover fare il narratore di favole.

I genitori si opposero cocciutamente e con tutte le forze a questa sua vocazione.

Dapprima tentarono di dissuaderlo con le buone e poi, visto che non c’era proprio nulla da fare, lo cacciarono di casa senza neanche dargli un poco di provviste e qualche soldo.

Erano rimasti talmente amareggiati che si recarono all’anagrafe e chiesero all’impiegato comunale di cancellarlo dal loro stato di famiglia. Lo avevano ripudiato e non volevano che portasse più nemmeno il loro cognome.

Mentre se ne tornavano a casa, distrutti dal caldo e dalla fatica che si fa a camminare per il traffico cittadino, ma soprattutto dal dolore che quel figlio gli aveva procurato, la madre disse, come in una terribile confessione: “Ah, se avessi abortito, invece di darlo alla luce!”

E il padre, che proprio non sopportava di avergli dato da mangiare per così tanti anni, aggiunse: “Avrei dovuto strozzarlo subito, appena nacque”.

Detto questo, non ci pensarono più e le loro vite, che non ci interessano, presero strade che non si sanno e che nessuno vuole ritrovare.

Solo e senza nulla per campare, l’aspirante narratore di favole decise di sottoporsi a un periodo di apprendistato e se ne andò per il mondo a farsi raccontare tutte le favole che c’erano. Girava da una città all’altra, da una nazione all’altra e da un continente all’altro con i mezzi di fortuna che gli riusciva di trovare, sfamandosi come poteva, facendo ora il mozzo sulle navi, ora il garzone dei fornai e tanti tanti altri piccoli mestieri che proprio sarebbe troppo lungo riferire e qualche volta anche indecoroso. Ma ad ognuno che incontrava chiedeva che gli narrasse almeno una favola e mentre quello o quella raccontavano egli mandava a memoria ogni parola che poi di notte, prima di addormentarsi, ripassava.

A forza di allenarsi; la sua memoria divenne più forte e più capace di quella che hanno i cervelli elettronici. Così scoperse che le nuvole erano molte, anzi moltissime, ma che molte di più erano le variazioni di ognuna e che tutte potevano piacere se raccontate come si deve.

Allora si ritirò sulla vetta di una montagna, dentro un rifugio alpino dove non andava mai nessuno, e si mise a riflettere sul modo migliore per raccontarle.

Tanto pensò e tanto ripensò che alla fine divenne proprio il miglior narratore di favole che ci sia mai stato. Era pronto. Ma sentiva il bisogno di mettersi alla prova. Si incamminava per i boschi del parco nazionale e raccontava le sue storie agli animali che incontrava. Essi non capivano nulla di lupi e volpi o di cavalli e gatti con o senza gli stivali: eppure non fuggivano e restavano incantati al suono della sua voce. Seguivano con viva attenzione le modificazioni del tono, le improvvise concitazioni del racconto e il suo calmo rallentare, l’espressione del viso e il guizzare degli occhi, il lampeggiare dello sguardo e i gesti di accompagnamento disegnati con le braccia e con tutto il corpo. Tutti gli animali del parco nazionale seguivano in massa il narratore di favole che, poco prima del tramonto, si ritirava nel suo rifugio a meditare. Nessuno di essi voleva andare a nanna senza prima aver ascoltato la soave musica di un’ultima favola. Il narratore, fra i più bravi che si siano mai visti, li osservava contento e diceva fra se e se: “Sono così avvinti e non capiscono il significato delle parole e delle loro metafore! Quando avrò un bambino ad ascoltarmi, sarò l’uomo più felice di tutto l’universo.

Appena ebbe finito di raccontare agli animali della montagna tutte le favole che ci sono al mondo e tutte le loro variazioni, il narratore di favole scese giù in città. Non aveva soldi e quindi non poteva prendere una casa in affitto e tanto meno comprarla, ma l’ingegno non gli mancava. Si piazzò all’incrocio delle due strade più importanti e aspettò che il semaforo bloccasse con il rosso l’inarrestabile traffico. Si avvicinò al finestrino di una automobile e chiese al guidatore se potesse dargli qualche spicciolo. Il primo cui rivolse la domanda naturalmente rifiutò, e anche il secondo e il terzo, ma il quarto invece, non si sa perché, gli dette un bel bigliettone nuovo nuovo che già da solo gli bastava per quello che doveva fare.

Il narratore di favole andò nella redazione del quotidiano cittadino più diffuso e mise un annuncio che diceva: Il miglior narratore di favole della città per spedire rapidamente i vostri figli nel mondo dei sogni – prezzi ragionevoli – tel. 000.000,000 a tutte le ore del giorno e della notte.

Non aveva casa né soldi ma disponeva di un telefono! Possibile? Il fatto è che aveva adocchiato un posto dove andavano a dormire molti barboni: un giardinetto con delle panchine per stendersi la notte; una pensilina per ripararsi se pioveva; e anche una cabina telefonica pubblica il cui numero era proprio quello da lui indicato sull’annuncio.

Quando vi si recò, dopo aver fatto la sua brava scorta di cartoni e di sacchi di plastica impermeabile, per educazione chiese a quei barboni che già si erano ritirati se poteva mettersi lì con loro. Ma quelli non avevano intenzione di dividere con un nuovo, per di più giovane, il loro spazio già cosi risicato e quindi fecero delle facce da cani feroci che intendevano dire: ma perché non te ne vai da qualche altra parte?

Lui spiegò che era a causa del telefono, dato che non c’era un altro giardinetto che ne avesse uno così vicino.

I barboni, curiosi come i ragazzini, gli si avvicinarono stretti stretti e gli chiesero con i punti interrogativi disegnati nelle pupille: “Che bisogno ha un barbone del telefono?”. Per questo lui dovette informarli che era il più grande narratore di favole che ci fosse al mondo e raccontò la sua storia.

Nel sentire come gli erano andate male le cose fino a quel momento, i barboni smisero immediatamente di essergli ostili e poiché, oltre alla curiosità, dei bambini avevano anche l’animo candido e ingenuo, gli chiesero di raccontare una favola prima che si mettessero a dormire sulle panchine.

Il narratore di favole fu contento di questa richiesta che gli permetteva di farseli amici e prima di attaccare il racconto aspettò soltanto che tutti i barboni fossero rientrati per non essere costretto a ricominciare daccapo ad ogni nuovo venuto.

La notte e una leggera nebbiolina evanescente avvolsero piano piano quegli uomini barbuti e stracciati che si erano rannicchiati sotto le loro coperte e che aspettavano con le orecchie sporche ma ben aperte. E il narratore di favole raccontò la bellissima favola dei ranocchietti verdi.