Rosario Priore – Gli 81 civili morti nel cielo di Ustica furono vittime della guerra italofrancese nel Nord Africa. Lo Stato italiano deve risarcire

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Le sentenza della Cassazione che attribuisce a un missile la distruzione dell’aereo nei cieli di Ustica, conferma la validità delle testi di Rosario Priore. Fu un missile (quasi certamente lanciato da un aereo francese per colpire Gheddafi) a causare la morte di 81 persone, non una bomba, non un difetto del velivolo, né un fulmine.

Pubblico quindi le risposte di Rosario Priore ad alcune domande di Giovanni Fasanella, perché trovo in esse il movente sufficiente a spiegare quali ragioni avessero i francesi, non gli americani, a volere Gheddafi morto. E se il missile sbagliò il bersaglio, la responsabilità fu di coloro i quali osarono oltre ciò che era lecito fare, ovvero colpire un nemico che si nascondeva dietro a dei civili. Ovviamente, la responsabilità di far correre questo rischio ai passeggeri rimarrà per sempre una questione di politica italiana. Il silenzio, i depistaggi e le coperture, no.

Oreste Grani

P.S. Alla fine, comunque, i francesi ce l’hanno fatta ad uccidere il Colonnello Gheddafi, portando a termine una operazione durata più di trent’anni (27 giugno 1980-20 ottobre 2011). È così che si fa, quando si ha una politica estera.

Rosario Priore e Giovanni Fasanella, Intrigo internazionale, Chiarelettere 2010

Gheddafi e la guerra italofrancese nel Nord Africa

Dunque, nel cielo di Ustica, era Gheddafi l’obiettivo dei caccia francesi: perché Parigi voleva eliminarlo?

Volendo dare una risposta breve, direi innanzitutto perché la politica mediterranea e africana di Gheddafi era fortemente destabilizzante e colpiva direttamente interessi francesi; e in secondo luogo perché chi voleva colpire lui, voleva dare anche una lezione all’Italia, per i rapporti privilegiati intrattenuti con Tripoli. Ma per capire meglio bisognerebbe andare in profondità e ricostruire il contesto geopolitico dell’epoca.

Proviamo allora a ricostruire il contesto in cui si inquadra la strage di Ustica. Era il 1980.

Un anno caratterizzato da gravissime tensioni internazionali e da veri e propri conflitti. C’era una situazione di forte instabilità soprattutto nell’area mediterranea, sia europea che nordafricana, nell’Africa subsahariana e nel Medio Oriente. E in quel quadro era particolarmente attivo il ruolo della Libia. Il suo «attivismo», alimentato dal possesso di immense ricchezze petrolifere e da una leadership molto ambiziosa, raggiungeva dei picchi talmente elevati da risultare pericoloso e destabilizzante. Tanto che diversi stati si ponevano il problema di come neutralizzarlo.

Dunque Gheddafi era considerato un elemento pericoloso?

Sì, e da molti. Gheddafi aveva ambizioni egemoniche sull’intero continente africano e quindi finiva per scontrarsi con le potenze europee che conservavano forti interessi in quell’area. A cominciare dalla Francia, che vedeva minacciata la propria influenza in uno scacchiere che Parigi considerava davvero strategico per i propri interessi nazionali. Influenza che sosteneva con una massiccia presenza militare, dislocata nei punti chiave del continente. Tanto che era pronta a scontrarsi con tutte le potenze, Stati Uniti compresi, che avessero tentato di penetrare nell’Africa subsahariana.

Dunque, in terra d’Africa, era in corso un vero e proprio contenzioso fra Tripoli e Parigi.

‘Dire contenzioso è poco. Si erano aperti conflitti che in qualche caso erano sfociati addirittura nello scontro armato. La punta più acuta, proprio in quel 1980, era rappresentata dal Ciad, dove tornò a esplodere la guerra civile tra le fazioni filofrancese e filolibica. La guerra era stata provocata da un’invasione da parte delle truppe di Gheddafi, che avevano occupato la striscia di Aouzou, nel nord del paese. Si combatteva anche con mezzi pesanti e c’erano continui capovolgimenti di fronte: la capitale N’Djamena a volte cadeva nelle mani della fazione filofrancese guidata dal ministro Hissène Habré, a volte in quelle della fazione filolibica guidata dal presidente Gukuni Ueddei.

La striscia di Aouzou, duecento chilometri di pietre e sabbia. Che interesse poteva avere, la Libia, a occuparla?

Una zona che si estendeva fino alle montagne del Tibesti: pietre e sabbia, ma nel sottosuolo era ricchissima di uranio. Il contenzioso durava almeno dagli anni Trenta, quando gli italiani consideravano quella fascia una propaggine meridionale della colonia libica, e quindi nostro territorio; mentre Parigi, che allora possedeva il Ciad, la considerava zona francese. Il controllo di N’Djamena avrebbe assicurato anche quello del Tibesti e della fascia di Aouzou. Per questo, nel 1980, i francesi dislocarono in Ciad forze ingenti. E i libici, per attaccare i convogli nemici, sentirono il bisogno di avere un’Aeronautica ben dotata e ben addestrata, con caccia in perfetta efficienza.

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Ed erano italiani gli istruttori dell’Aeronautica libica?

Sì, erano nostri ufficiali in congedo, come ho già ricordato. Ma posso aggiungere qualche particolare. Poco prima del 1980, la Siai-Marchetti vendette alla Libia aerei da addestramento SF-260. E subito dopo furono inviati a Tripoli piloti istruttori «arruolati» da una società fornitrice di servizi nel campo aereo, la Ali, Aereo leasing italiana.

La Ali era una società di copertura dei nostri servizi?

La Ali aveva alle proprie dipendenze una sessantina tra ufficiali e sottufficiali in congedo, impiegati come istruttori e specialisti. E ad averli reclutati era stata una imprecisata agenzia con sede a Roma, i cui responsabili erano due generali e un colonnello. Questa agenzia, abbiamo accertato, operava per conto del governo libico con funzioni di «reclutamento, addestramento, pianificazione e programmazione dell’ attività addestrativa e tecnico-logistica».

Le risulta che personale italiano fosse impiegato anche nelle operazioni in territorio ciadiano?

Quello che abbiamo accertato, sulla base di numerose testimonianze, è che … Mi permette di citarle direttamente un brano della mia ordinanza di rinvio a giudizio? Ecco: «Emerge anche, secondo molti testi, che a seguito dell’inizio delle ostilità tra la Libia e il Ciad le autorità libiche chiesero ai responsabili della Siai-Marchetti la disponibilità di piloti Ali al fine di accompagnare presso il confine libico, e in zona di operazioni, gli allievi da poco abilitati al volo e poco pratici di navigazione, di compiere missioni operative nei territori occupati e di dare appoggio logistico con specialisti della ditta presso le basi operative all’interno del territorio ciadiano. A dire degli escussi queste ultime richieste furono rifiutate dalla ditta, ma accettate

da alcuni singoli dipendenti dietro lauto compenso».

Significa che piloti militari italiani parteciparono alle operazioni militari in Ciad, anche se «a titolo individuale», senza la copertura ufficiale delle nostre autorità?

Esatto. Era già un’anomalia che piloti italiani «accompagnassero» allievi da poco abilitati al volo in zona di guerra, in cui – sottolineiamolo ancora – era necessario combattere e quindi avere capacità superiori a quelle del semplice pilotaggio di un aereo. E poi, se ci fosse stata addirittura una copertura ufficiale, ci saremmo trovati formalmente nella condizione di cobelligeranti, con tutte le conseguenze immaginabili da ogni punto di vista.

E inoltre i caccia libici bisognosi di riparazioni, per raggiungere le officine jugoslave o di Venezia, utilizzavano corridoi aerei italiani privi di copertura radar Nato.

Abbiamo accertato anche questo. Gli italiani avevano fatto sapere ai libici dov’erano i buchi radar della nostra difesa aerea perché potessero utilizzarli senza essere «battuti» dalla Nato.

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