“Massoni – Quegli uomini in nero nascosti tra politica e affari” sono solo millantatori e furfanti, caro Statera

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Mi autocito. Nel post del 24 gennaio (Siena e Montepaschi secondo Alberto Statera. Un’oscena ammucchiata, mancano solo i cavalli) nel P.S. scrivevo: Alberto Statera che conosco da sempre continua a chiamare “massoni” quelli che in realtà sono dei millantatori alloggiati in consorterie di malaffare. Alberto è troppo colto (viene da uno di migliori licei classici romani) per non sapere cosa sia la Massoneria.

È una frase semplice, ma vi prego di cogliere lo spirito anticipatorio di quello che oggi è pubblicato, con l’onore della doppia pagina, su La Repubblica, a più firme: Alberto Statera, Filippo Ceccarelli e Concetto Vecchio. Siamo alle solite: Alberto Statera e non solo lui continuano a chiamare massoni quelli che io, a ragion veduta, chiamo pseudo massoni.

Ora è tempo di aiutare i lettori di Leo Rugens e quanti in futuro si rifaranno via web a queste fonti aperte che in diversi modi contribuiamo a generare, a distinguere tra Benjamin Franklin e Licio Gelli; tra Winston Churcill e Luigi Bisignani; tra Ernesto Nathan ed Elia Valori; tra Antonio de Curtis (in arte Totò) e Vincenzo de Bustis della (Banda 121); tra Giuseppe Mazzini e Giuseppe Mussari.

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Licio Gelli è stato condannato come finanziatore e ispiratore di criminali neonazisti. Winston Churcill, viceversa, ha prima organizzato la resistenza del popolo britannico poi ha guidato, fino alla vittoria, la lotta contro il nazi-fascismo.

Giuseppe Mazzini è morto povero, esiliato, condannato a morte in casa Rosselli. Giuseppe Mussari è barricato nella lussuosissima villa di sua moglie a Siena.

Smettiamola di confondere fischi con fiaschi. Questi sono ladri e con la Massoneria così come l’abbiamo studiata sui banchi del Liceo (Alberto e il sottoscritto) non hanno niente a che vedere. Tanto che nessuno di loro appartiene a una Loggia che abbia riconoscimento dalla Osservanza e dalla Fratellanza Universale che ha diritto di riconoscere qualcuno. Queste autorità, come sa chi sa le cose, risiedono a Londra e schifano l’Italia, non in quanto tale, ma per tutti i suoi pseudo massoni da quando è stato scoperto il groviglio putrescente del gellismo e della Loggia P2.

Viceversa, se si vuole trattare con serietà che cosa della tradizione culturale è testimoniato a Siena, “di cui i Rosa Croce e la Massoneria saranno tardivi movimenti culturali ed associazioni di ricerche a sfondo esoterico, che custodiva, nobilitandolo, il bagaglio culturale di epoche davvero lontane, all’ombra delle Piramidi, nella Terra bagnata dal Nilo“, vi invito a leggere il saggio “Ermete Trismegisto e la tarsia del Duomo di Siena” dello studioso Moreno Neri, pubblicato ne “La Rivista dei Dioscuri – Trimestrale policulturale e politeista” n°2 aprile 2011.

Oreste Grani

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Ermete Trismegisto e la tarsia del Duomo di Siena

di Moreno Neri

Una delle rare raffigurazioni di Ermete Trismegisto, che non siano litografie, xilografie, o stampe d’epoca, risalenti al XVl-XVII secolo, ci giunge da una pregevole tarsia, posta sul pavimento del Duomo di Siena.

Come apprendiamo dall’erudito, poliedrico ed esaustivo “Nei giardini di Toth; Cultura ermetica e arti magiche a Siena nel Rinascimento” a cura di Mario Ascheri e Vinicio Serino, questa ed altre pregevoli tarsie furono volute e fatte istoriare dall’“Operaio” senese Alberto Aringhieri, Cavaliere di Rodi, ovvero Cavaliere dell’Antico Ordine degli Ospitalieri che, insieme ai cavalieri dell’Ordine del Tempio, era stato uno dei baluardi della cristianità in Terrasanta, durante l’epopea delle Crociate. L’opera risale al 1488 e fu eseguita da Giovanni di Stefano.

Ermete Trismegisto si inserisce nel contesto di molte altre pregevoli tarsie, presenti nelle navate del Duomo, che raffigurano le dieci Sibille, l’Allegoria della Fortuna, o Colle della Conoscenza, la Morte di Assalonne, la Lupa senese con i simboli delle citta alleate, la Ruota della Fortuna, David con il salterio (quest’ultimo ripropone alcune tematiche da me già presentate sul tema della “zoppia sacra” in Archeomisteri, n. 38).

Il periodo in cui furono ideate e realizzate queste opere risente in pieno dei germi culturali che pervadevano la Toscana del pieno Rinascimento. Questa parola esprime appieno il desiderio di riscoperta della cultura classica e neoclassica, arricchita di influssi arabi ed ebraici.

Nel 1460, Cosimo de’ Medici inviò il monaco Leonardo da Pistoia, in Macedonia, a recuperare un importante manoscritto ellenistico, di cui aveva sentito parlare. ll monaco fece il suo dovere e, agli sbalorditi fiorentini, riportò una rara versione integrale del “Corpus Hermeticum”.

Cosimo consegnò il manoscritto greco al suo piu valente traduttore, Marsilio Ficino, raccomandandogli di fare presto a tradurlo, perche egli era gia avanti negli anni, e voleva leggerne la traduzione prima di morire. Cosimo, morto nel 1464, riuscì solo a leggere la prima frettolosa stesura di Ficino; ma, con la seconda versione del 1471, si può quasi dire che ebbe inizio la cultura italiana ermetica, quale appendice peculiare del Rinascimento.

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In questo crogiolo di fermenti che vedeva in Firenze il suo centro, ma che diffondeva benefici influssi su tutta la Toscana e quindi anche a Siena, si sviluppò l’Accademia Medicea, con Angelo Ambrogini, detto il Poliziano, Marsilio Ficino, Pico della Mirandola, Luigi Pulci. Quindi, la traduzione del “Corpus Hermeticum”, ispirato alla figura mitizzata di Ermete Trismegisto, fece nuovamente conoscere nei cenacoli culturali della Toscana, prima, e dell’Italia, poi, il complesso di idee e filosofie gnostiche ermetiche scomparse in Europa a partire dal IV- V secolo d.C.

Questo rinnovato interesse culturale e spirituale verso questi ‘nuovi’ aspetti del pensiero, sublimati e rivisitati alla luce del pensiero cattolico cristiano, piu o meno esteriore, consentì che, indirettamente, tutti gli ambienti culturali delle città ne fossero favorevolmente condizionati; al punto che furono inseriti allegorie o simbologie di ispirazione gnostica o ermetica (e il Duomo di Siena ne è l’esempio piu cristallino) in dei luoghi di culto cattolici.

Nell’Età della Controriforma, invece, il timore delle eresie e delle deformazioni e devianze dalla retta morale cattolica, oscurarono lo spirito umanistico.

Con tutta probabilità, infatti, se Alberto Aringhieri fosse vissuto solo 100 anni dopo la sua epoca, le pregevoli tarsie, che ora fanno bella mostra sul pavimento del Duomo di Siena, le avremmo potute vedere soltanto nella villa privata del nobile senese.

Come afferma Roberto Guerrini, non a caso le tarsie del Duomo di Siena costituiscono “un eccezionale caso di sincretismo tra filosofia pagana e cristiana; vi sono infatti esposti i misteri fondamentali del Cristianesimo attraverso la lettura degli ‘Oracoli sibillini’, compiuta da Lattanzio e mediata dallo spirito rinascimentale”.

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Un particolare interesse era legato, per i senesi del periodo rinascimentale, alla struttura stessa del Duomo, considerato, oltre che simbolo ecclesiale, anche luogo sacro a ‘prescindere’; sulla falsariga delle maggiori cattedrali gotiche europee, edificate su preesistenti vestigia di antichi luoghi di culto di epoca gallica, greca, romana, forniti di importanti valenze geomagnetiche.

Girolamo Gigli, non a caso, ci riferisce, a proposito dell’attuale Duomo di Siena, che “questa nostra insigne Basilica, oggi Metropolitana, servì anticamente ai Gentili di Tempio dedicato a Minerva… essendo… che quel popolo… serbasse il culto per quelle deità che erano le più caste: ond’è che in altri tempi si venerava pur da Sanesi antichi Diana”.

In tempi molto remoti, quindi, il Duomo di Siena aveva la duplice valenza di luogo dedicato a Minerva e a Diana. Non è allora una casualità che una lapide del Duomo riporti la frase: “Castissimum Vir/ ginis Templum/ Caste Memento/ingredi”. Formalmente la traduzione recita: “Ricordati di entrare castamente nel castissimo Tempio della Vergine”, tuttavia alcuni esegeti notano il fatto che l’iscrizione focalizza l’attenzione sul luogo in se stesso, piuttosto che sul suo valore simbolico quale luogo di culto cristiano, senza dimenticare che la “Vergine” non è collegata, nell’iscrizione, al nome “Maria”, inequivocabile allusione alla Madre di Gesù.

Questa “Vergine” era forse l’omonima costellazione o una divinità antica quale Diana o Minerva, note per la loro castità? Sottigliezze formali da sofisti o credi gnostici dissimulati? Difficile affermarlo con sicurezza! Non dimentichiamo che Marsilio Ficino, traduttore del “Corpus Hermeticum” affermò che “L’astrologia non è altro che la traduzione in un linguaggio celeste della realtà, una proiezione figurata ed ingrandita dei moti della psiche, dell’agitarsi degli affetti. Leggere gli astri significa leggere in noi; leggere nel nostro spirito significa leggere nell’Universo; e l’Universo non è che un grande vivente”. Marsilio ebbe anche a dire: “Nel tempo in cui nacque Mosè, fioriva l’astrologo Atlante, fratello del fisico Prometeo e zio materno di Mercurio il vecchio, il cui nipote fu Ermete Trismegisto”.

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Anche se lo stesso Marsilio riteneva, peraltro, che Mosè ed Ermete Trismegisto fossero la stessa persona: “Non dobbiamo meravigliarci che costui (Ermete Trismegisto) sapesse tutto, se Mercurio altri non era che lo stesso Mosè”.

La tarsia di Ermete Trismegisto del Duomo di Siena, a detta di molti autori, sembra essere una sorta di crittografia, quasi una specie di “tarsia” enigmistica, che mostra certi simboli e altri ne lascia decrittare al visitatore, più che mai invitato ad essere fine “osservatore” di ciò che si presenti ai suoi occhi.

L’iscrizione sul libro aperto che Ermete dona all’allievo, posto alla sinistra dell’osservatore, mostra questa frase sulla pagina di sinistra: “Suscipite o licteras”; e, su quella di destra, “et leges egiptii”. Se noi verifichiamo il senso di lettura tradizionale, pienamente ispirato al “Corpus Hermeticum”, abbiamo questa traduzione: “Fate proprie la letteratura e le leggi di un egizio”.

Vediamo come vi sia un invito ad acquisire, da parte dell’eventuale osservatore, il patrimonio culturale lasciatoci dall’“egizio” Ermete Trismegisto. Tuttavia, come afferma Mario Luccarelli (Nei Giardini di Toth, pag. 126), e possibile attribuire al termine “licteras” la valenza di “geroglifici” figurati, a funzione alchemica o iniziatica: “ll ben noto Ermete Trismegisto in Duomo che invita chi entra a leggere, osservare, interpretare come legge etica i “geroglifici” ben presenti nel Tempio pagano/cristiano. Questa – a mio giudizio – l’esatta lettura del ter maximus: “Orsù, voi che entrate, suscipite (accogliete) licteras (i geroglifici, il linguaggio sacro, misterico) dell’Egizio, posti in questo luogo sacro e osservateli come norma di vita (leses).

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Se, tuttavia, ammettiamo che vi sia, all’interno dell’iscrizione della tarsia, un significato criptato, non a caso definito ‘ermetico’, è possibile verificare, sfruttando le variabilita di significato dei vari vocaboli latini, e approfittando della mancanza dell’articolo, propria della lingua di Cicerone, che consente traduzioni ‘nascoste’, se qualche parola dell’iscrizione si presti a duplici significati.

La parola chiave dell’iscrizione, in questo caso, è “leges”, “leggi”, che, oltre ad essere il plurale di “lex”, è la seconda persona singolare del tempo futuro del verbo “lego”. Questo verbo, contrariamente a quello che si può abitualmente pensare, ha il significato di “raccogliere, cogliere, scegliere, nominare” e solo secondariamente di “leggere”, nel senso di “raccogliere le lettere”, le quali, guarda caso, sono contenute nell’iscrizione stessa (licteras). La frase dell’iscrizione, pertanto, potrebbe vedere nel “suscipite” un generico monito, simile ad un “memento”, per poi proseguire con “et leges o lictera egiptii”: “Fate attenzione!… e tu (visitatore) raccoglierai le lettere (del nome) di un egizio”.

Verrebbe quindi suggerito all’eventuale ‘investigatore’ del mistero di ricercare lettere che compongono il nome di un egizio. Ma dove? L’unico luogo, nella tarsia, che fa ipotizzare un possibile ‘codice’ nascosto, è il titolo posto ai piedi di Ermete Trismegisto, che contiene alcune stranezze e, soprattutto, una informazione che non ci aspetteremmo di trovare in un’opera di fine Quattrocento.

L’iscrizione del titolo nella parte bassa della tarsia reca la seguente dizione: HERMIS MERCURlUS TRIMEGISTUS CONTEMPORANEUS MOYSI che, tradotta in italiano, diviene. “Ermete Mercurio Trismegisto, contemporaneo di Mosè”.

Emergono alcune stranezze linguistiche: la prima è l’uso di “Herm-i-s”, in luogo di “Herm-e-s”, la seconda è l’utilizzo della dizione “Trimegistus” al posto di “Tris- megistus”, latinizzazione del greco τρισμεγιστοσ. Altro particolare inconsueto è la ridondanza dell’uso “Mercurius”, quando già si era utilizzato il termine “Hermes”.

Ma il fatto davvero interessante, tuttavia, è la frase che riporta come Ermete Trimegisto fosse “contemporaneo di Mosè”.

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Il “Corpus Hermeticum”, pur risalendo al I-II secolo a.C. nella sua matrice formativa, poi estesa, nella sua divulgazione, fino al II-III secolo d.C., si riferisce ad un passato estremamente lontano rispetto a questa epoca, ma non localizzato con precisione.

Schwaller de Lubicz collocava le “Tabule Smaragdine”, donate da Ermete Trimegisto, in un periodo compreso tra l’Antico ed il Medio Regno, mentre C.R.S. Mead (Thrice greatest Hermes) ritiene che l’espressione “Trismegisto” sia per lo meno contemporanea a Tolomeo Epifane che, infatti, definisce Hermes con l’appellativo di “grande e grande”.

Sul fatto che Ermete fosse definito “Trismegistus” c’e una varietà di interpretazioni. Secondo alcuni il “tre volte grande” sarebbe un semplice superlativo di stima; secondo altri, invece, si tratterebbe di una figura che si sarebbe incarnata, secondo i dettami della metempsicosi, impregnata, quindi, di sentori pitagorici, per tre volte. Secondo altri ancora, poi, vi sarebbero state tre ‘persone’ diverse che, nel corso del tempo, avrebbero portato questo nome; di cui il terzo, sarebbe stato quello dotato di maggiore “carisma” e spessore morale e filosofico. Quest’ultimo avrebbe raccolto e condensato un patrimonio di conoscenze molto piu antiche della sua epoca, probabilmente perse nella notte dei tempi. Egli stesso avrebbe poi favorito, presso saggi e sacerdoti, l’ulteriore coagulazione e fusione di conoscenze dalla sua epoca fino al periodo tolemaico, quando il “Corpus Hermeticum” prese la sua forma sostanziale. La contemporaneità tra Ermete e Mosè, espressa dall’iscrizione, indica, invece, un’epoca – seppure non esattamente localizzata, a tutt’oggi – con una connotazione più precisa.

La “querelle” sull’epoca e, di conseguenza, sul Faraone che sarebbe vissuto ai tempi di Mosè, spazia (dal piu recente al piu antico), fra Merenptah e Ramses II, della XIX Dinastia, ed Amenhotep IV, alias Akhenaton, fino a Tuthmosi III, della XVlll Dinastia, contemplando un periodo che si estende tra il 1212 ed il 1480 a.C. circa.

Sono però diversi gli autori che affermano o una contemporaneita tra Mosè e Tuthmosi III, o una sostanziale sovrapposizione delle due figure storiche. D’altro canto nella Bibbia vediamo Dio che invita Mosè a “costruire un serpente di bronzo ed a porlo intorno ad una verga”, con specifica funzione apotropaica curativa, in pratica un “caduceo”, tipico della futura iconografia (anche medica) di Mercurio, ma anche delle rappresentazioni egizie del dio Thot. La stessa prestigiosa Encyclopedia Britannica propone, per la datazione dell’Esodo di Mosè dall’Egitto, una data che cadrebbe durante il regno di Tuthmosis III; ipotesi condivisa, peraltro, anche da Ian Wilson (The Exodus enigma) e da J.I. Packer, Merril C. Tenney, William White jr (The Bible almanac).

La tradizione esoterica, ma di tipo occultista, fece propria la contemporaneità tra Mose ed Ermete, ovvero il Thot egizio, creando il nome di Toth-Moses, forse senza sapere che questo era anche il nome di un importante Faraone.

Antiche leggende vogliono poi che Ermete Trismegisto fosse stato il nome simbolico di una “Scuola esoterica dei misteri dell’Antico Egitto”; curiosamente la stessa idea fu introdotta dall’AMORC di Spencer-Lewis, che vi poneva invece a capo Tuthmosi III.

La creazione di una realtà leggendaria intorno alla figura di Ermete Trismegisto, è possibile anche in virtù del vistoso lasso di tempo trascorso tra la formazione del “Corpus Hermeticum” e l’epoca di Tuthmosi III. Tra la comparsa della leggenda di Ermete Trismegisto ed il periodo in cui visse Mosè e, di conseguenza, l’Ermete storico, vi sarebbero, infatti, 10-12 secoli. Per fare un esempio moderno, tale lasso di tempo sarebbe la differenza cronologica esistente fra i nostri tempi e quelli di Carlo Magno; non a caso, figura molto romanzata e resa leggendaria per le sue vicende, proprio come accadde al mitico Ermete.

Se ora noi torniamo all’iscrizione del titolo della tarsia, alla luce del suggerimento preliminare nel “libro” che Ermete dona all’adepto, aggiunte alla seconda parte dell’iscrizione stessa, abbiamo questa crittografia riguardante la vera identità di Ermete: “Fate attenzione!… e tu raccoglierai le lettere (del nome) di un egizio, contemporaneo di Mosè”.

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Applicandola alla prima parte della frase: “HERMIS MERCURIUS TRIMEGISTUS”, otteniamo alcune ulteriori considerazioni. “Mercurio” è il dio latino che corrisponde all’Ερμησ greco, derivato dal dio egizio Thot. Non è infatti un caso che l’identificazione “Mercurius-Thot” sia stata già proposta e sottolineata da Mario Ascheri e da Vinicio Serino, tanto da dare il titolo alla loro opera (Nei giardini di Thot).

“Trimegisto” e una latinizzazione del greco μηγιστοσ, che significa “grandissimo”. Ora, poiché l’etimologia del nome “Faraone”, introdotta, guarda caso, proprio ai tempi di Tuthmosi III, era “Per Aa”, “grande casa”, sottolineando l’aggettivo “grande”, μεγαλοσ in greco, non si può davvero escludere che, in questo senso, “Megistus”, corrispettivo di μεγιστοσ ellenico, sia un appellativo di “Re”, “Faraone”.

Nella tarsia del Duomo di Siena il numerale “Tri”, senza la “s”, che di solito separa “tri” da “megistus”, potrebbe, pertanto, essere correlato al nostro “Terzo”. L’uso del termine “Her-mes”, se noi lo interpretiamo in senso geroglifico o di “lettere egizie”, come chiedeva l’iscrizione, contiene la parte iniziale che compone la parola “Her”, la fonetica egizia di “Horus”, il dio Falco figlio di Osiride ed Iside, di cui il Faraone costituiva l’incarnazione, tant’è vero che nella titolatura reale ben 2 dei 5 nomi del re lo contenevano (nome Horo, nome Horo d’Oro).

Il suffisso “mes”, parte finale di “Her-mes”, in geroglifico egizio corrisponde al termine “nascita, origine”.

Riarrangiando, quindi, in base a questi nostri procedimenti di analisi, l’intera decrittazione della frase, secondo la lingua egizia, dalla frase HERMIS MERCURIUS TRl(S)MEGISTUS otteniamo così un incredibile “Horus Mes Thot 3° Faraone”, vale a dire il “Faraone Horus Tuthmosi III” Ma un altro dettaglio, apparentemente insignificante, depone a favore di questa interpretazione.

Nell’opera “Aegyptiaca” dello scriba Manetone da Sebennito, (che prese il “la” proprio quando stava per cominciare a farsi strada la leggenda di Ermete Trismegisto), elaborata su commissione della dinastia dei Tolomei, per porre ordine nella plurimillenaria storia della terra del Nilo, vi erano citati molti Faraoni.

Pur essendo andata perduta nel suo originale, l’opera di Manetone è citata da molti autori successivi, che l’avevano letta di persona. Il nome che Manetone riservava nelle sue cronologie a Tuthmosi III era “Misafris”. Sarà un caso, ma, senza nessuna ragione apparente, nell’iscrizione della tarsia del Duomo di Siena, invece del corretto “Hermes”, troviamo la dizione “Herm-is, dove “Mis” è proprio la sillaba iniziale con cui era noto Tuthmosi III (Misafris); proprio ai tempi, come detto poc’anzi, della nascita del mito di Ermete Trimegisto. Inoltre lo storico di Sebennito afferma che l’Esodo degli Ebrei dall’Egitto sarebbe avvenuto durante la parte iniziale della XVlll Dinastia, non molto distante dal regno di Tuthmosi III. D’altro canto già lo storico Artapanus (II – I secolo a.C.) correlava Mosè ad Ermete Trismegisto Il fatto che può far storcere il naso di fronte a questa mia interpretazione non è tanto l’utilizzo di un codice di crittazione figurato che mostra una buona conoscenza della struttura della lingua egizia, rimasta apparentemente sepolta nel suo mistero fino a Champollion, ovvero fino ai primi decenni del XIX secolo, ma soprattutto il fatto che ci si trovi alla fine del XV secolo, a Siena, quando la diffusione della cultura e della letteratura classica era limitata da molteplici cause, anche logistiche. Tutto però potrebbe essere riconsiderato, se pensiamo a chi ha voluto le tarsie all’interno del Duomo della sua città, ovvero quell’Alberto Aringhieri che, essendo cavaliere di Rodi, come si evince dal dipinto che lo ritrae nella Cappella di San Giovanni, apparteneva all’Ordine degli Ospitalieri.

Questi antichi cavalieri, al pari dei cavalieri Templari, erano venuti in contatto con il mondo arabo in Terrasanta e, sicuramente, con quello copto-egizio, durante alcune campagne militari, nella parte dell’Egitto prospiciente Alessandria d’Egitto e nelle zone limitrofe.

Come sostenuto da molti autori, questi cavalieri potrebbero aver assimilato un certo bagaglio di conoscenze, non disgiunte da documenti rinvenuti in loco o da antichi manoscritti copti, eredi dell’antica tradizione degli Egizi, facendoli poi propri. Grazie all’intuizione preziosa, innovativa e, forse, un po’ temeraria per l’epoca, Aringhieri decise così di trasmetterla e confidarla, in ambito iniziatico, semicriptato, a coloro che fossero stati disposti ad approfondire tale tematica in tutte le epoche, presenti e future.

Il binomio Ermete Trimegisto-Mosè che emerge dalla tarsia del Duomo di Siena, doveva, infatti, essere stato la chiave di conoscenze segrete di ispirazione gnostica che Alberto Aringhieri poteva aver plasmato e forgiato nel suo cenacolo culturale; e di cui, come afferma Vinicio Serino, è probabile che facesse parte lo stesso pittore Bernardino di Betto, meglio conosciuto come “il Pinto(u)ricchio”. Bernardino aveva già effettuato il ritratto di Alberto Aringhieri, che era stato posto nella Cappella di S. Giovanni Battista. Vinicio Serino riporta come il quadro fosse al centro di uno strano gioco di luce, foriero di una sacralità cattolica cristiana di indubbio spessore ed impatto emotivo; ma che riproduceva fenomeni analoghi dei maggiori templi Egizi, vivificati dal raggio di sole all’alba, che raggiungeva il ‘Sancta Sanctorum’. Il 13 giugno 2005 che, in conseguenza della riforma del calendario gregoriano, corrisponde al 24 giugno, festa di San Giovanni, patrono dell’Ordine degli Ospitalieri, è stato osservato un raggio di luce che, proveniente da una piccola apertura della parte di fondo della Cappella, porta una piccola luce sul ritratto di Aringhieri. Questo fascio di luce “centra” la croce patente color argento, posta sul mantello del Cavaliere di Rodi, risalendo ancora sul “cielo” del ritratto, formando strane figure, in forma, evidentemente, del tutto intenzionale. Il Pinto(u)ricchio prima di aver, peraltro, realizzato per Alberto Aringhieri la splendida tarsia del “Colle della Conoscenza” sul pavimento del Duomo di Siena, datata al 1505, decora tra il 1492 ed il 1494 le stanze dell’appartamento Borgia di Papa Alessandro Vl a Roma, con affreschi del ciclo delle Storie di Iside ed Osiride.

Uno di questi affreschi mostra, guarda caso, proprio Ermete Trismegisto e Mosè posti ai lati di una figura femminile, che potrebbe benissimo essere un’ipostasi apparente della Madonna, ma che il contesto “gnostico” dei due personaggi fa identificare come Io-Iside.

Mentre la figura di Mosè, a destra, ha un normale atteggiamento plastico, testimone di una piena vitalità, la postura di Ermete Trimegisto, a sinistra, ad onta di un aspetto estremamente giovanile del volto, con guance paffute ed un incarnato giovanile, presenta una certa staticità ma, soprattutto, una particolare postura delle mani e dei polsi, incrociati e conserti al petto. Le dita delle mani, inoltre, sono estremamente ossute e magre, quasi scheletriche, e di colorito biancastro, molto diverse da un vitale incarnato roseo. Perché il Pinto(u)ricchio ha scelto questa modalità raffigurativa per Ermete? È un dato di fatto come la postura con le braccia incrociate sul petto sia tipica dei Faraoni egizi che, sia in vita che dopo morti, impugnavano i due scettri, emblemi peculiari della regalità sulla terra del Nilo: il pastorale (Hega in egizio) e lo ‘scacciamosche’ (Nekhekh in egizio). L’aspetto delle mani di Ermete Trismegisto, nel dipinto del Pinto(u)ricchio, fa pensare a dita esangui, ossute e scheletriche, tipiche di un morto, ovvero di un corpo mummificato, come sono i Faraoni sepolti all’interno dei loro preziosi sarcofagi.

Al di là del comune valore simbolico abitualmente attribuito ad Ermete Trismegisto, sembrerebbe che il Pinto(u)ricchio, con questa scelta raffigurativa iconografica per le mani, attribuisca valori criptici di Faraone semi-mummificato al creatore del “Corpus Hermeticum”.

Anche il Pinto(u)ricchio sapeva, forse, grazie al suo mentore Alberto Aringhieri, che esisteva una tradizione esoterica ricollegante Ermete Trimegisto a Tuthmosi III, il più importante Faraone della XVIII Dinastia e, forse, dell’intera storia dell’Antico Egitto. Secondo Vinicio Serino è infatti, del tutto verosimile che Bernardino di Betto fosse stato “iniziato” e reso membro del cenacolo culturale di Alberto Aringhieri, uomo dalla conoscenze culturali ed esoteriche rare per l’epoca.

Il Pinto(u)ricchio avrebbe poi fatto tesoro delle conoscenze acquisite a Siena, ponendo in atto una sorta di messaggio criptato, per iniziati, imperniato sulla figura di Ermete Trismegisto, una volta giunto a Roma per decorare l’appartamento del Papa Alessandro VI Borgia.

Abbiamo così dimostrato, nel corso di questo articolato studio, come vi fosse una tradizione culturale, di cui i Rosa Croce e la Massoneria saranno tardivi movimenti culturali ed associazioni di ricerche a sfondo esoterico, che custodiva, nobilitandolo, il bagaglio culturale di epoche davvero lontane, all’ombra delle Piramidi, nella Terra bagnata dal Nilo. Questa tradizione ‘rinascimentale’ preservava, al pari delle due più recenti ed a noi note, un patrimonio di conoscenze, incentrato sulle figure di Ermete Tri(s)megisto e di Mosè, usualmente mitizzate e tra loro dissociate cronologicamente, ma che potrebbero, invece, essere tra loro connesse sia in senso storico che cronologico, essendo focalizzate, sia pure in forma criptata, sulla figura del più grande faraone dell’Antico Egitto: Tuthmosi III.

Winston Churcill

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