Il Ministero è cosa nostra. I miliardi li hanno dati a me, e non ti dico come li spendo, e perché!

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In questi giorni abbiamo assistito da cittadini ignari e un po’ imbarazzati, ad uno scambio violento di dichiarazioni tra il nostro mito Ilda Boccassini e l’onesto e coraggioso magistrato sceso/salito in politica Giuseppe Ingroia.

Oggetto della loro questione erano i criteri valutativi dell’opera e della statura di Giovanni Falcone e di chi fosse la sua eredità morale. Senza entrare nel merito, a me rimane solo da riportare, nel blog, alcune pagine che descrivono il clima in cui fu costretto a operare l’eroico servitore dello Stato caduto con il suo amore e i suoi fedelissimi – sacrificati in un inutile tentativo di proteggerli – a Capaci.

Clima e meschini calcoli di guadagno – frutto di piccoli ladrocini esercitati intorno all’ufficio approvigionamenti del Ministero di Grazia e Giustizia di via Arenula – responsabili della fine di Giovanni Falcone quasi come l’azione militare mafiosa.

Oreste Grani

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Renzo Lombardi, Contro la giustizia, Pironti editore, 1993

POSCRITTO

Il l° febbraio 1993, quando il manoscritto era già stato licenziato per la stampa, il ministro Claudio Martelli ha risposto alle interrogazioni parlamentari sul “caso Lombardi” (Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, XI legislatura, Discussioni, seduta del l° febbraio 1993). Il lettore che, dopo questo libro, avesse l’occasione di esaminare il verbale della seduta (documento estremamente interessante, in altra parte, anche per chi segue le indagini sull’assassinio di Giovanni Falcone) non potrebbe che allarmarsi ancora di più. Egli avrebbe una prova ulteriore del completo appiattimento di una persona intelligente come Martelli su tesi false e banali, oltre che scorrette, che sono proprio le tesi ed i trucchi della “lobby” ministeriale. L’abitudine immorale della quale è anche quella di strumentalizzare in modo vergognoso il nome del povero – e disgraziatamente ignaro – Falcone. Da questo fatto ogni persona onesta trarrebbe vieppiù il timore che la “lobby” abbia risucchiato gradualmente un ministro della Repubblica, esponendolo oltretutto alla “gaffe” di dichiarare in Parlamento che, insomma, l’aver chiamato Lombardi ad un importante incarico ministeriale è stato un errore. I ministri hanno il compito e la responsabilità di ben soppesare le scelte prima di farle, e non dopo: e se non sono capaci di ponderare le iniziative, non devono fare i ministri. Appena una settimana dopo la seduta alla Camera, l’onorevole Claudio Martelli ha riconosciuto che non poteva continuare a fare il ministro, ed ha rassegnato le dimissioni (10 febbraio 1993). Altre persone, però, sono rimaste al posto loro, ed hanno già iniziato a condurre il nuovo ministro Conso verso un altro bel giro di valzer. Nuovo turno, stesso imbroglio! Il sottogoverno della gestione Martelli è rimasto sottogoverno di Conso, e questi probabilmente non sa che si tratta delle persone che hanno condotto e vinto una lotta per il mantenimento del potere interno. Oggi sono più forti di ieri. Il sottogoverno lancia ampi sorrisi, ed invita a cena l’apprezzato tecnico del diritto, dandogli del Ministero un’immagine di freschezza, di efficienza, di pulizia. Il ministro non si permetterà certo di sindacare tutte le scelte fatte (e fatte fare) dal suo predecessore, non conterà le persone che, pagate dai peones, figurano in servizio nel suo gabinetto. Non chiederà a costoro chi è il loro vero padrone, e perché si trovano lì anche facendo parte, talvolta, di altre amministrazioni. E se vedesse che qualcuno s’intrufola in affari che non gli competono, il ministro sarebbe portato a pensare che questo è dovuto unicamente all’amore per la giustizia. Ma io, partito dalle stesse premesse, ho poi conosciuto sulla mia pelle quei polli, ed ho ragione di pensare che i polli devono difendere qualche gallo, o devono spennare qualche gallina: in quell’ambiente l’amore per la giustizia c’entra come i cavoli a merenda. Chissà se il professor Conso si è chiesto, per esempio, perché mai il capo dell’Ufficio Legislativo del Ministero(che è l’ufficio competente a supportare il ministro nella sua attività di propulsione di decreti legge o di disegni di legge), perché mai il capo dell’ufficio competente si è messo in ferie proprio mentre si andavano preparando i decreti su Tangentopoli, che sarebbero stati poi violentemente attaccati dall’opinione pubblica, e rifiutati dal capo dello Stato. Le ferie in questione sono venute fuori da un’impellente necessità di riposo, oppure si è trattato di una ribellione al fatto che alle costole di Conso si è intrufolata la compagnia della Direzione Generale degli Affari Penali? Il capo dell’Ufficio Legislativo aveva motivo di ritenere che da quella collaborazione non sarebbe venuto fuori nulla di buono? Davanti ai compiacenti schermi della televisione di partito, alcune persone molto distinte, altissimi magistrati che però siedono da anni dietro comode scrivanie ministeriali (pelle curata, abiti delle migliori griffe, occhiali con montatura di fine tartaruga, linguaggi e sorrisi tipici della nobiltà della cultura) direbbero che una collaborazione si rende per aiutare il nuovo ministro ad orientarsi in tutti i percorsi che un professore universitario non può conoscere, e che, invece, i ministeriali praticano come fumate di sigaretta. Un nuovo ministro ha sempre bisogno di molte cose, e chi nel Ministero è più disponibile e generoso, glie le offre subito su un piatto d’argento. Soltanto, beninteso, per amore della giustizia.

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Che poi dagli antri ministeriali possano uscire aborti come i decreti che sottraggono i politici amici al magistrato indipendente, per affidarli alle mani delicate di funzionari dipendenti, questo è affare che è uscito una volta tanto alla luce del sole soltanto perché era troppo sfacciato. Vuol dire che la prossima volta ne faranno uno più sgusciante e silenzioso. Nuovo giro, stesso imbroglio anche in questo senso. Infatti, già nel settembre ’92 la stessa direzione Affari Penali aveva elaborato per conto di Claudio Martelli il decreto legge 19 settembre 1992 n. 385, scavalcando, anche allora, l’Ufficio Legislativo del Ministero di Grazia e Giustizia. Con l’intento dichiarato di far rientrare nelle casse del popolo i patrimoni di chi ha rubato allo Stato sotto forma di tangenti, il decreto sarebbe riuscito a tappare finalmente la bocca a tutti coloro che stavano parlando, e a tutti quelli che avrebbero potuto parlare in futuro. Anche a chi potrebbe parlare su eventuali, malaugurate, tangenti ministeriali. Il decreto, infatti, colpiva indiscriminatamente sia i corrotti che i corruttori, sia i concussi che i concussori, si agli impuniti che i pentiti. E li colpiva fortemente: finalmente la “giustizia giusta” predicata da certi personaggi a diciotto carati. Gli stessi che, quando sponsorizzarono il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, sapevano di aver già rubato per anni, ed erano quindi interessati ad intimidire tutta una categoria di potenziali “nemici”. Ma chi cercava di segnalare questo pericolo fu tacciato di dietrologia sfascista. Il referendum fu propagandato come segnale, appunto, di una “giustizia giusta”. La giustizia, sarà bene ripeterlo, c’entra come i cavoli a merenda. La giustizia si deve occupare dei peones, e lasciar stare i beones: questo è l’evidente messaggio e il chiaro filo conduttore che segna le iniziative di taluni politici e dei loro vecchissimi supporti ministeriali. Anche con il ministro Conso, a quanto pare, ci saranno le solite facce, con i soliti ritornelli. Se verranno figure nuove, quelle vecchie comunque non scompariranno, e, dunque, i nuovi arrivati potranno servire – anche senza loro consapevolezza iniziale – a dare un cognome diverso allo stesso potere, mantenendolo incorsa. Nei pochi mesi di permanenza in quegli oscuri corridoi ho imparato a memoria una canzone che ho sentito fischiettare tante volte, e che suona pressappoco così:«Il Ministero è casa nostra. I miliardi per le forniture li hanno dati a me, e non ti dico neanche come li spendo, e perché. Se rinforzo un ufficio di pretura, piuttosto che uno di procura, sono fatti che non riguardano te. E poi, visto che parli tanto, ti sbatto fuori senza rimpianto. Al posto tuo ci metto chi mi pare: uno, s’intende, che mi è compare, e che legge il giornale che piace a me. Il Ministero è casa nostra. Son passati ministri di vari colori. Li abbiamo prima o poi fatti fuori. Alti, bassi, belli, brutti. Se qualcosa non ci va, resta sempre lo Zio Sam, che da fuori il Ministero guida tutto col pensiero». Di recente ho saputo che gli autori dello stornello stanno aggiungendo alla canzone una nuova strofa, ancora da limare. Pare che il senso sarà: «È venuto il nuovo ministro e ci ha confermato la fiducia. Il nuovo ministro ha trovato che lavoriamo così bene che ha confermato anche tutti i nostri pupilli, anzi ne abbiamo chiamati degli altri. Conso è una persona squisita: ci parliamo quando ci pare, gli diciamo quello che ci pare, e, se non lo convinciamo, gli facciamo parlare anche a lui dallo Zio. Lo Zio ci ha garantito che non ci sarà nessuna novità: qualche iniziativa per dare fumo negli occhi, e basta. Il Ministero è casa nostra, e tale rimarrà» [Che minchia centrava Falcone con questa bada, questo grumo di potere?]. E così, in questo Paese si continua a far finta di ignorare che il rinnovamento che cambi il nome di un ministro, e che non azzeri d’un colpo tutti i vertici della Pubblica Amministrazione, è patetico, o volutamente fittizio. I vertici della Pubblica Amministrazione sono corresponsabili dello sfascio, e forse più, perché i poteri occulti sono sempre più subdoli di quelli palesi. Essi sono tra i frutti peggiori della partitocrazia tangentista. Creati per servire, hanno raggiunto forte ed autonomo potere, tanto da condizionare nei corridoi i loro stessi padri. Occorrendo, con l’aiuto del tranquillo Zio esterno. Vi sta bene così, cari peones?

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