Franco Quadri: «il PCI viene tranquillamente incamerato nella lista dei sepolti». Giuseppe Grillo, 1990

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In the mid-1940s, Seagram’s advertised its VO Canadian whiskey with a series of extremely manly magazine ads about “Men Who Plan Beyond Tomorrow”–unspecified futuristic thinkers who liked the fact that Seagram’s was patient enough to age VO for six years.

Lo spettacolo di Giusepe Grillo “Buone notizie”, prodotto da Giorgio Gaber con testi di Michele Serra e Arnaldo Bagnasco fu recensito, con un certo fastidio ma con preveggente acume, anche dal critico teatrale Franco Quadri.

«Più che un attore, il nostro sembra volerci apparire un opinion leader, che nella sua rassegna sull’universo mondo non trascura di fare le pulci agli opinion leader» intuisce Quadri, meglio non si poteva dire.

Quadri non ama questo spettacolo e non ama Grillo, per il semplice motivo che quello non era né teatro né recitazione, come oggi tutti abbiamo compreso. E devo confessare che, interrogandomi in questi giorni sul perché non sia mai andata a uno spettacolo di Giuseppe Grillo, è in questa recensione che ho trovato la ragione.

Dionisia

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ATTENTI A GRILLO, UN PO’ MARZIANO UN PO’ PREDICATORE

L’ENTERTAINER non appartiene alla nostra tradizione, e infatti non esiste una parola italiana in grado di designare quel particolare tipo di cantastorie che allieta i pubblici anglosassoni, un giullare capace di coniugare cabaret e preparazione classica nel fare spettacolo di se stesso; e quando investe la sfera politica, di trasformarsi da guitto in profeta, fino a scuotere certe volte il sistema. Ma neanche in Beppe Grillo abbiamo scoperto il nostro Lenny Bruce. La discesa in teatro del comico genovese a presentare Buone notizie in una soirée tutta sua, lo ridimensiona nei termini di una valanga incontenibile di parole e di una carica di simpatia con una forza nell’estraneità al contesto: per citare Flaiano, un marziano al Carcano, con tutti i chiaroscuri del riferimento. Grillo non recita, a differenza di quanto fanno i nostri più tipici one-man-show nelle loro rispettive gamme espressive, da Dario Fo a Giorgio Gaber, a Walter Chiari. Piuttosto si può ricollegarlo alla figura di predicatore omologata dalle televisioni americane, e imitata dal Celentano di Fantastico. Ma il passaggio di mezzo implica per chi lo pratica se il carisma non basta il rischio di un cambio di ruolo, dall’opposizione alla convenzionalità, dalla trasgressione a un brontolante consenso: la voce che appariva diversa in tv, perché venuta da lontano e non soggetta agli ipercontrolli degli interni, può manifestarsi in teatro per il suo contrario; un referente televisivo, tanto più se la televisione è oggetto ossessivo di citazioni; e il palco vi contribuisca con la delega di uomo forte riversata su chi lo calca al fine di istruire una platea accorsa appunto per farsi strattonare dal birichino. In effetti, il meglio è venuto prima del suo ingresso nella parte e dell’inizio vero e proprio, quando Grillo si è incarnato nel debuttante ansioso che non conosce le regole di comportamento e oltrepassa ogni misura, ricevendo gl’invitati alla cassa con un cappellaccio nero da moschettiere sopra l’abito di scena nero, vagando come un esagitato spettro pirandelliano per il ridotto, mettendosi sul piatto nei modi di una performance anni Sessanta, anche quando correva a salutare Gaber, sponsor dell’operazione e con Michele Serra e Arnaldo Bagnasco anche supervisore dei testi (peraltro a quanto sembra non troppo rispettati). Pur straripando da tutte le parti, una volta sulla scena Grillo in un copione c’è entrato, o perlomeno in una scaletta di temi, che nelle due ore gli consentiva largo spazio di divagazioni. A schiacciarlo è rimasta la tv e non solo come ingombrante e costante punto di riferimento. Anche visivamente ecco il monumentale schermo troneggiare come unica scenografia; a tratti non resiste a insinuarvi egli stesso la sua ombra, e scorrono gli annunciati programmi in diretta, ma semplicemente per provocare dei cambi di canale, mentre l’atteso rapporto dialettico si limita a qualche battuta precotta, mettiamo su Corrado Augias, primo in campo con Telefono giallo. A venire effettivamente coinvolti nel discorso sono però gl’inserti già preparati in una sorta di blob (non a caso al referimento del repertorio provvede Enrico Ghezzi), disorganica fiera degli orrori e stura di commenti per il discorso di base. I prevedibili capitoli toccano innanzitutto la Milano dei fratelli Armani (Giorgio e Emporio) e del sindaco-cognato, e l’Europa dell’ecu, incorporating ormai i paesi orientali, data la voglia di Coca di Gorbaciov: luoghi comuni e felici intuizioni al servizio di un corposo buon senso, mai sfiorato da un brivido surreale, e moralisticamente alle prese con una rassegna delle cose che non vanno (l’informazione d’abord), mentre la colpa dello sfascio trascorre da una personale assunzione di responsabilità a un’inedita, ma timida chiamata del pubblico a vero imputato. Per le lamentazioni di cittadino disperato scatta il rifugio nella tragedia con recupero del teatro invaso e negato: il tormentone è una battuta sconsolata del Macbeth prima che un’apparizione di Strehler sul video consenta lo snocciolarsi di scontati e poco informati qualunquismi sulla nostra scena, e che il comico si cavi in extremis la voglia di dire un po’ di Essere o non essere. Ma non di recitarlo: in tutta la serata Grillo recita solo una volta, interpretando qualche divertito minuto di vita di un galletto amburghese. E se non lo fa, è solo perché non vuole, o non ha tempo; gli accenni mimici che illustrano di sfuggita qualche battuta sono rari ma felici. Più che un attore, il nostro sembra volerci apparire un opinion leader, che nella sua rassegna sull’universo mondo non trascura di fare le pulci agli opinion leader. E se qualcuno di loro avesse almeno l’aureola e la grinta per il ruolo? Se peraltro interessasse sapere da che pulpito viene la predica, noterei una diminuzione forse occasionale degli attacchi ai socialisti, rimpiazzati da una massiccia sparatoria antiberlusconi, mentre non ne esce bene qualche notabile dc (da Andreotti paragonato a Ceausescu, a Donat Cattin identificato come virus) e il Pci viene tranquillamente incamerato nella lista dei sepolti. L’eccesso di bordate e di obiettivi e la generosità scontrollata dell’offerta possono ingenerare qualche fase di stanchezza, puntualmente registrata nella sala gremita e costellata di ospiti d’onore. Atmosfera comunque effervescente scandita da raffiche di applausi e ilarità, con giovanissime fans pronte a ridere proprio di tutto e anche a lanciare gridolini isterici. al Teatro Carcano di Milano

di FRANCO QUADRI 18 gennaio 1990

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