“Tutti gli uomini muoiono, ma la morte di alcuni ha più peso del Monte Tai, e la morte di altri è più leggera di una piuma”

Nel 99 a.C., Sima QianSsu-ma chen o Ssi-ma chen (145 a.C. circa – 86 a.C. circa) fu coinvolto nella vicenda Li Ling: i generali Li Ling e Li Guangli, comandanti di una grande spedizione militare contro la tribù degli Xiongnu a nord, furono circondati, sconfitti e lo stesso Li Ling preso prigioniero. La grave sconfitta ebbe una grande risonanza in tutta la Cina e l’imperatore avviò un processo pubblico per punire i colpevoli. Al termine del processo l’imperatore Wudi attribuì la colpa della sconfitta al tradimento del generale Li Ling, che nel frattempo aveva chiesto asilo presso gli Xiongnu, e lo condannò a morte con tutti i suoi collaboratori. Sima fu l’unico ufficiale di corte a difendere Li Ling, di cui non era mai stato amico ma che rispettava. L’imperatore Wudi interpretò la difesa di Sima come un attacco contro Li Guangli di cui era cognato e condannò Sima a morte. A quei tempi la condanna a morte poteva essere riscattata o con una pesante multa o con la castrazione. Non avendo Sima abbastanza denaro per riscattare la sua vita dovette scegliere la seconda. Fu così castrato e rinchiuso in carcere, dove rimase tre anni. Egli descrive così le sue sofferenze: “Quando vedi il carceriere ti inginocchi e pieghi il capo vergognosamente fino a terra. Alla sola vista dei suoi subalterni sei preso dal terrore… Una simile ignominia non può essere più cancellata”. Nel 96 a.C., alla sua liberazione dalla prigione, Sima scelse di vivere a corte come eunuco in modo da terminare le sue storie, piuttosto che suicidarsi come prescriveva l’etichetta per un Ufficiale di Corte caduto in disgrazia.

Monte Tai-Cina

Monte Tai-Cina

Se anche il più infimo schiavo o sguattero può riuscire a suicidarsi, perché uno come me non sarebbe stato in grado di fare ciò che doveva essere fatto? Ma la ragione per cui io rifiutai di sopportare questo dovere e continuai a vivere, nella viltà e nella disgrazia senza congedarmi dalla vita è che mi addolora pensare che ho cose nel mio cuore che non sono ancora stato in grado di esprimere pienamente, e sono oppresso dall’idea che dopo la mia morte i miei scritti non possano essere conosciuti dai posteri.

2000 anni dopo, per l’esattezza l’8 settembre del 1944, Mao rende immortale e noto al mondo lo storico scrittore Sima Qian,  citandolo in un’orazione funebre proferita in occasione della morte del soldato-compagno Chang Szu-teh arruolato nel Reggimento della Guardie del Comitato centrale del Partito comunista cinese. Membro del Partito comunista, servì fedelmente gli interessi del popolo; partecipò alla rivoluzione del 1933, prese parte alla Lunga Marcia e fu ferito in servizio. Il 5 settembre 1944, mentre era intento a fare il carbone di legna nelle montagne del distretto di Ansai, nello Shensi settentrionale, morì per il crollo della carbonaia.

Sima Qian

Sima Qian

È di Sima Qian la frase che in molti conosciamo “Tutti gli uomini muoiono, ma la morte di alcuni ha più peso del Monte Tai, e la morte di altri è più leggera di una piuma”. È di Mao il pensiero che segue

La morte di chi si sacrifica per gli interessi del popolo ha più peso del Monte Tai, ma la morte di chi serve i fascisti, di chi serve gli sfruttatori e gli oppressori, è più leggera di una piuma. Il compagno Chang Szu-teh è morto per gli interessi del popolo; la sua morte ha più peso del Monte Tai.

Da qui parto per dire la mia sul suicidio di David Rossi ribadendo quanto già affermato nel post A UN PASSO DALLA VITTORIA DEL M5S NON POSSIAMO DIMENTICARE LE VITTIME DELLA PARTITOCRAZIA”.

Giorni addietro vi parlavo di Dionisia (la giovane collaboratrice di Leo Rugens) definendola bella ed intelligente. Ora, dopo il pezzo da lei scritto sul suicidio di David Rossi …, devo aggiungere, sensibile. È sensibile perché giovane? È sensibile perché intelligente? Certamente la sacralità della vita è tra i valori che Dionisia più rispetta e chiede che siano rispettati. Il vecchio Leone Ruggente, viceversa, reso eburneo dalle mille stagioni vissute e dalle troppe pulsioni di morte, a fatica, respinte, scrive ciò che sta per scrivere, certo di attirare su di se feroci critiche. “Tutti gli uomini muoiono, ma la morte di alcuni ha più peso del Monte Tai, e la morte di altri è più leggera di una piuma

Inoltre, mentre apprendo del gesto di David Rossi non posso non andare, con il pensiero sofferente, a quegli imprenditori che in Italia si sono suicidati, in modo anche atroce, abbandonando le proprie famiglie sul lastrico. Ho chiesto che di loro non venga rimosso il ricordo e anzi, che si provvedesse, con mezzi pubblici, agli eredi rimasti senza nulla. Alcuni dei suicidi, forse, erano solo uomini stanchi. Ma, i più, erano uomini vessati dalle banche e a cui era stato rifiutato un vitale soccorso finanziario dopo che erano stati fatti oggetto di raggiri e promesse ingannevoli. Oltre 300 sono i morti degli ultimi anni ascrivibili a questi comportamenti da parte di inadeguati e cinici rappresentanti del credito. È quello di David Rossi un kanshi? È un suicidio di protesta alla Mishima? O è il topo dell’apologo del “Angelo in decomposizione” che preferisce annegarsi piuttosto che subire il suo destino di preda? O è l’ultima affermazione di se con la quale ci si distrugge per esistere? Solo chi sapesse mostrare il rovescio dello spirito e della carne di David Rossi, delicatamente, come si deve fare con i petali della rosa, coglierebbe il senso del suo gesto. Ma tanta maestria, non c’è data.

Oreste Grani