Il Presidente Barack Obama è in Israele. Tre giorni per cambiare il Mondo?

Hang

Ho visto le reti del nemico tese sulla terra e mi sono chiesto, gemendo: “Chi dunque riuscirà a passare attraverso?”

E ho sentito una voce dirmi: “L’umiltà”

Il Presidente Barck Obama è arrivato in Israele per una visita di tre giorni. È la prima volta da quando è presidente. Prima incontrerà le autorità israeliane, quindi toccherà a quelle palestinesi, Hamas esclusa.

La prima buona notizia è che Obama non è ben visto né dagli israeliani né dai palestinesi, il che lo pone un po’ più super partes rispetto allo storico alleato.

I temi che affronterà con il neo premier Benyamin Netanyahu sono il programma nucleare iraniano, l’aumento della tensione al confine con la Siria, lo stallo dei negoziati di pace con i palestinesi e i rapporti con la Turchia e l’Egitto. Questa dovrebbe anche essere l’occasione perché i due leader, Obama e Netanyahu, gettino le basi per un rinnovamento del loro rapporto personale, guastatosi per l’ostilità del secondo dimostrata durante la campagna che ha portato alla rielezione del primo.

Non sappiamo se durante il dialogo, Obama giocherà la carta della pace offertagli dal premiatissimo documentario The Gatekeepers del quale abbiamo parlato il 26 febbraio. In sintesi, il documentario raccoglie le opinioni dei sei ex capi viventi dello Shin Bet – il servizio segreto militare israeliano – i quali sono concordi nel sostenere che Israele sia obbligato a percorrere la via della risoluzione del conflitto – la pace – se vuole sopravvivere (in fondo al post, ritrovate il commento di Antonio de Martini a The Gatekeepers).

Obama concluderà il soggiorno con alcune visite culturali e, auspichiamo, ripartendo con rassicurazioni di pace, che riteniamo, oltre che necessarie, possibili e probabili.

Oreste Grani

In Israele i militari e l’intelligence chiedono la pace e dicono di meritare una leadership migliore con un documentario che vince il primo premio in Israele

di Antonio de Martini

L’Academy Award di Israele ha premiato il documentario ”The Gatekeepers” (i guardiani). si tratta di un documentario diretto dal regista Dror Moreh che racconta la storia del servizio segreto militare – lo Shin Bet –  il braccio armato del Mossad.

È una storia di ebrei che parla di arabi.

Il nome si scrive sin bet, ma la pronunzia è shin, perché gli Israeliani hanno problemi a pronunziare la s.

La parola pace in entrambe le lingue ha identica radice salam, ma pronunzia differente in yddish: shalom.  Troppo poco per uccidersi a vicenda.

Per tracciare la storia di questa organizzazione, il regista ha intervistato i sei capi del servizio ancora viventi tenendoli sotto interrogatorio  filmato per una media di quindici ore ciascuno, in turni di cinque ore ed estrapolando le risposte più significative.

Il quadro che ne esce è un inno ragionato alla imperativa necessità di pace che attanaglia il paese.

Uno degli intervistati ammette  francamente di essere stato egli stesso un terrorista, nessuno critica l’organizzazione e nessuno piagnucola sui misfatti compiuti, ma tutti all’unisono dicono che :

a) una guerra non può essere vinta coi soli mezzi militari

b) che hanno vinto tutte le battaglie ma rischiano di perdere la guerra e ne sono consapevoli

c) che serve una nuova leadership capace di cogliere l’occasione che si presenta e potrebbe non presentarsi più.

“Solo la guerra, solo battaglie, solo disinformazione, non porteranno la pace tra le nazioni ”  (Yakov Peri capo dello shin bet dal 1988 al 1994); Meir Dagandimissionario da capo del Mossad per essersi pubblicamente opposto all’attacco contro l’Iran (”non si può vincere contro tutto il Medio Oriente”);

Yuval Diskin – da poco ritiratosi da capo dello Shin Bet, ha accusato Netanyahu di non aver colto più di una occasione di pace che gli veniva offerta, aggiungendo che dozzine dei suoi colleghi erano dello stesso avviso. Amy Ayalon, ammiraglio  ” abbiamo vinto tutte le battaglie, ma stiamo perdendo la guerra”;

Danny Yatom ex capo del Mossad anche lui ha invece detto a proposito di Netanyahu  e dei suoi ministri ha dichiarato ” non  hanno  tratto partito da questo periodo di calma e non hanno fatto niente” e ancora ” dobbiamo reagire con  tutta la nostra forza al terrorismo, ma l’azione militare può solo sopprimere il terrore. Non lo si può sconfiggere senza ricorrere ad una opzione diplomatica.”

A questi capi spia, si aggiungono molti capi militari militari (Ammon Lipkin Shahak, Shaul Mofaz, Yzhak Rabin, Dayan)  ad eccezione di uno che attualmente fa il vice primo ministro.

Bradley Burstain, brillante columnist israeliano, ha scritto a Barak Obama una lettera aperta, invitandolo a vedere il film prima di venire in Israele ” sullo schermo più grande che ha a disposizione”.

C’è in lizza per un secondo premio un altro documentario sul muro che divide i territori palestinesi si chiama ”five broken cameras”. anche questo è da vedere.

Il viaggio di Obama non poteva essere meglio preparato.

Stanley Armour Dunham (1918 – 1992) was the maternal grandfather of U.S. President Barack Obama. He and his wife Madelyn Payne Dunham raised Obama from the age of 10 in Honolulu, Hawaii

Stanley Armour Dunham (1918 – 1992) was the maternal grandfather of U.S. President Barack Obama. He and his wife Madelyn Payne Dunham raised Obama from the age of 10 in Honolulu, Hawaii