L’andreottiano Totò Riina incomincia a fare i conti con i traditori di Stato

Giuliano Guazzelli

Giuliano Guazzelli

La differenza tra me – Oreste Grani – e Totò Riina è che lui è andreottiano, io no.

Veniamo al dunque sforzandoci di non fare di tutta l’erba un fascio, rimandando al mittente l’insinuazione che Totò Riina sia un pazzo. Le parole che riporto pronunciate dall’uomo di Corleone dicono chiaramente che a fianco di servitori onesti dello Stato – Giuliano Guazzelli per esempio –  hanno lavorato anche molti traditori… di Stato.

Io non cercavo nessuno, erano loro che cercavano me“.

Mi hanno fatto arrestare Provenzano e Ciancimino, non come dicono i carabinieri

Di questo papello non ne sono niente

Il pentito Giovanni Brusca non ha fatto tutto da solo, c’è la mano dei servizi segreti. La stessa cosa vale anche per l’agenda rossa. Ha visto cosa hanno fatto? Perchè non vanno da quello che aveva in mano la borsa e si fanno consegnare l’agenda. In via D’Amelio c’erano i servizi“.

Io sono stato 25 anni latitante in campagna senza che nessuno mi cercasse. Com’è possibile che sono responsabile di tutte queste cose?”. E aggiunge: “La vera mafia sono i magistrati e i politici che si sono coperti tra di loro. Loro scaricano ogni responsabilità  sui mafiosi. La mafia quando inizia una cosa la porta a termine. Io sto bene. Mi sento carico e riesco a vedere oltre queste mura“.

Appuntato, lei mi vede che possa baciare Andreotti? Le posso dire che era un galantuomo e che io sono stato dell’area andreottiana da sempre“.

Gli agenti [del carcere milanese di Opera] hanno confermato il contenuto della loro relazione. Spiegando: “Quel giorno Riina era assolutamente lucido, cosciente, padrone di sé e ha scandito quelle frasi perché noi le sentissimo chiaramente”. Qualche riserva l’ha espressa invece il direttore del carcere di Opera, Giacinto Siciliano. Anche lui ha scritto una nota alla Procura di Palermo: “La loquacità di Riina potrebbe avere un preciso significato quanto essere riconducibile a un deterioramento cognitivo legato all’età.

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Veniamo ora a Giuliano Guazzelli (Gallicano, 6 aprile 1933 – Agrigento, 4 aprile 1992) detto il mastino, ucciso perché i Servizi non potessero avvalersi delle sue capacità investigative e della sua conoscenza della mafia. Ne riporto una breve considerazione contenuta in un libro – Il cuore nero dei Servizi di Piero Messina – che, a mia conoscenza, non ha ricevuto ancora alcuna querela, tale è la scandalosa verità che contiene: i Servizi italiani sono frequentati e gestiti da veri e propri traditori, affaristi e delinquenti. Il che non sarebbe una sorpresa qualora i suddetti operino o avessero operato in nome e per conto della Repubblica; il che non è e che per ciò li qualifica, appunto, come delinquenti e traditori del giuramento.

Piero Messina, Il cuore nero dei Servizi, BUR 2012, pag. 18

Riavvolgiamo ancora il nastro del tempo e ricordiamo il maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli, ucciso da sicari mafiosi il 4 aprile del 1992, mentre percorreva in auto la strada che collega Agrigento a Porto Empedocle. Guazzelli aveva «schedato» le famiglie mafiose della Sicilia occidentale e centrale, svelando il loro ruolo nel traffico internazionale di stupefacenti. Venne assassinato mentre era in procinto di passare di ruolo al Sisde, la struttura di intelligence civile con la quale collaborava già da alcuni anni.

Di lui mi parla l’ex funzionario del servizio segreto civile Paolo Fortese. Il nome di Guazzelli spunta all’improvviso, mentre stiamo camminando nel centro storico di Palermo.

Il 2011 è agli sgoccioli. Tra qualche giorno sarà Natale, ma la crisi economica e la bolla dello spread spengono la voglia di comprare. A Fortese, che per anni ha lavorato nel settore dell’intelligence che contrasta le mafie, chiedo di aprire il libro dei ricordi e di parlarmi delle «occasioni perdute». E il nome del maresciallo è il primo a riaffiorare nella sua mente. «Guazzelli» ricorda Fortese «era la memoria storica della mafia e avrebbe potuto dare un eccezionale impulso alle attività dei servizi segreti in termini di contrasto. Con lui ero in contatto e stavo lavorando affinché la sua collaborazione con il Sisde diventasse un rapporto strutturato formalmente. La mafia l’ha ucciso poco prima che entrasse di ruolo nella nostra agenzia.»

A mo’ di conclusione, giacché Guazzelli aveva indagato verso la fine della sua vita Calogero Mannino, riporto una interessante intervista di Augusto Minzolini a Mannino, nella quale trovate interessanti (!) spunti di riflessione e di disinformazione.

Oreste Grani

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Mannino: ma quali boss

«Il complotto viene dall’Est Riina non ne avrebbe le capacità»

ROMA. «E adesso non mi vengano a dire che questa bomba l’ha messa la mafia di Toto Riina. Anzi, a questo punto dubito anche sulla matrice mafiosa degli omicidi di Lima, Falcone e Borsellino». Seduto su una poltrona di Montecitorio, Calogero Mannino, ex-ministro dell’Agricoltura e primo attore della DC siciliana, si lascia andare ad un serie di congetture sulla bomba di Firenze. Sarà l’emozione per quello che è avvenuto, o, il fatto, di aver tenuto in corpo per tanti mesi questo sfogo, ma Mannino parla senza pausa e dalla sua bocca, come da un fiume in piena, esce di tutto.

Lei ha davvero dubbi sul fatto che non c’entri la mafia?

«Io dietro alla bomba di Firenze vedo ben altro. E, se non sbaglio, tra le minacce ricevute all’epoca da Falcone c’era anche quella della falange armata. La verità è che gli assassinii che ci sono stati in Sicilia hanno messo in ginocchio la DC o il sistema di potere andreottiano. E non è cosa da poco conto: in Italia quello che è avvenuto può essere paragonato alla caduta del muro nei Paesi comunisti. Quindi chi l’ha fatto deve avere degli obiettivi ben più grandi di quelli della mafia. Solo che dopo aver fatto fuori i partiti di governo, nessuno si è fatto avanti per prenderne il posto».

E allora?

«Proprio per questo si possono fare solo delle ipotesi su chi muove i fili dell’intera vicenda. Può esserci in atto, ad esempio, un’utilizzazione di servizi segretti deviati, ad opera di altri Paesi. O, ancora, bisogna vedere chi si muove dietro alla Serbia. Ed ancora, si dice che in Russia i comunisti si stanno riorganizzando e la stessa cosa sta facendo l’esercito. Infine bisogna fare un discorso un po’ più complesso sulla mafia…».

Si spieghi.

«Ma lei crede davvero che un personaggio come Toto Riina possa stare dietro a tutto questo? Suvvia, al massimo quello può fare ridere o, come succede a me, può far girare le scatole. La verità, secondo me, è che esiste un apparato militare molto efficiente e, poi, una mente politico-finanziaria, che non si trova certo in Italia. E questi due livelli si incontrano raramente: o meglio, nei momenti importanti la mente finanziaria ordina all’apparato militare quello che deve fare».

Ma lei crede davvero a queste sue ipotesi, non le paiono un po’ azzardate?

«Senta, le faccio una domanda: perché Giuliano i carabinieri lo hanno trovato morto, mentre Riina è stato trovato vivo? La verità è che Riina si è sganciato. Fatto il lavoro che gli era stato commissionato si è sganciato».

Ma quale interesse potrebbe avere quell’«entità» che, secondo lei, starebbe dietro a tutto questo?

«Non vogliono avere a che fare con un governo degno di questo nome. Quello attuale è come se non ci fosse. Sono passate due settimane e vedete, non esiste. E non avere a che fare con un governo significa tante cose: ad esempio da la possibilità di comprare i beni dello Stato a pochi soldi. E se, poi, si arrivasse a provocare una divisione dell’Italia in due, qualcuno potrebbe ricavarne altri vantaggi. Potrebbe, ad esempio, disporre senza problemi, di basi militari dell’Italia meridionale di grande importanza strategica, come Fontanarossa e Comiso. Sì, potrebbe usarle come vuole, a proprio piacimento, senza rischiare incidenti diplomatici con il governo italiano come è avvenuto a Sigonella. Le mie, comunque, sono solo ipotesi che partono, però, da una convinzione».

Quale?

«Tutto quello che sta avvenendo pone una questione: qualcuno insidia la nostra sovranità nazionale».

Secondo lei siamo a questo punto?

«Ci siamo e nessuno se ne rende conto. Ad esempio, i giudici hanno fatto il loro lavoro, diciamo che la loro è stata un’operazione chirurgica, ma adesso dovrebbero lasciare di nuovo il posto alla politica. E lo stesso problema dovrebbero porsi anche i pidiessini, insieme a noi devono porsi il problema di salvare il Paese. Fatto questo potrebbero governare loro».

Ma senta non è che le sue supposizioni nascono solo dalla voglia di far dimenticare quello che è avvenuto in questi mesi? Insomma, un tentativo di azzerare il tutto nel nome dell’emergenza?

«Non scherziamo. Io la politica la lascio. Guardi io ho già fatto un patto con mia moglie: io lascio, ma lei deve accettare di lasciare la Sicilia. Io non posso rimanere lì, perché so quello che ho fatto contro la mafia. Voglio andarmene, non all’estero, magari a Roma».

Augusto Minzolini

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L’auto nella quale fu ucciso Giuliano Guazzelli