In un vortice di pensieri contrastanti e in una tempesta emotiva scrivo a mio figlio

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Mio figlio Michelangelo domani compie 41 anni.

Sua madre ed io scegliemmo il suo nome attratti dalla straordinarietà del talento del grande artista rinascimentale. Io, in segreto, fui veramente felice di quella scelta che ritenevo fosse di per se capace di suggerire al battezzato “un dualismo di spirito e materia, di anima cosmica e mondo sotterraneo, in cui solo le virtù morali e teologiche permettono di sfuggire all’immutabile fato.”

La vita e i miei comportamenti non mi hanno consentito di vivere, da troppo tempo, con Michelangelo e il suo divenire. Recupero un manufatto intellettuale di quegli anni felici in cui ci frequentavamo quotidianamente scritto dalla professoressa, amica cara di entrambi, Miriam Mirolla e lo pubblico oggi, nella rete soccorritrice, perché arrivi domani, messaggio affettuoso, come unico regalo riparatore che posso permettermi.

Oreste Grani

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Michelangelo, un irrequieto neoplatonico

Un giovane apprendista entra, a Firenze, alla corte dei Medici, e si immerge  in un clima influenzato dal sommo filosofo greco

Negli stessi mesi in cui Cristoforo Colombo solca gli oceani, convinto di raggiungere le Indie, un giovane e scontroso diciassettenne di nome Michelangelo Buonarroti entra nel “Giardino” dei Medici in Piazza San Marco a Firenze, desideroso di studiare i capolavori d’arte collezionati da Lorenzo De’ Medici il Magnifico; con sguardo rapido assorbe e cattura tutte le regole della tradizione, preparandosi a infrangerle, e il biografo Giorgio Vasari, che di artisti se ne intende, lo descrive come dotato di “tenace e profonda memoria, nel vedere le cose altrui una sol volta, l’ha ritenute sì fattamente, e servitosene in una maniera, che nessuno se n’è quasi mai accorto”.

Per il suo evidente talento, Michelangelo viene trattato come un figlio adottivo dal Magnifico, che, entusiasta, lo avvicina a filosofi, teologi e medici del calibro di Pico della Mirandola, Marsilio Ficino, Angelo Poliziano, Cristoforo Landino, e altri neoplatonici della cerchia medicea. In quel magico circolo culturale a metà tra il sapere accademico e la setta religiosa, si teorizza l’amore come “desiderio di bellezza”, l’universo come “divinum animal”, si definisce l’uomo come “il legame che connette Dio e il mondo”; e l’opera di Michelangelo rifletterà in pieno le teorie neoplatoniche, non soltanto nella forma e nei motivi, ma anche nell’iconografia e nel contenuto simbolico di ogni scultura. Un dualismo di spirito e materia, di anima cosmica e mondo sotterraneo, in cui solo le virtù morali e teologiche permettono di sfuggire all’immutabile fato.

Ecco, allora, delinearsi i tratti essenziali di un artista nei suoi anni formativi più burrascosi: la contraddizione, l’inversione, l’accentuazione direzionale, il conflitto di forze, costituiranno la maestosa firma michelangiolesca, soprattutto nel corpus di opere realizzate nella Firenze neoplatonica, colta ed elitaria, di fine Quattrocento, oscillante tra la raffinatezza dei Medici e l’eresia del Savonarola.

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Già nella Madonna della Scala, scolpita con la tecnica dello “stiacciato” tra il 1489 e il 1492, il delicatissimo tema della maternità emerge attraverso un nuovo doppio ruolo: dolce e intimo nell’allattamento del Bambino, vigile e difensivo nel rapporto con la realtà esterna; ma poiché sullo sfondo i putti reggono il lenzuolo funebre che allude alla futura morte del Cristo, la Madonna diventa, allora, un archetipo di donna creatrice della vita e insieme custode della morte: una vera e propria inversione temporale vede posto in primo piano il passato (la nascita), mentre sullo sfondo si allunga lo spettro della futura morte.

Mentre Lorenzo il Magnifico muore, le Indie-Americhe sono raggiunte. Mentre l’intrepido navigatore genovese riunisce due mondi distanti, Michelangelo realizza il Crocifisso ligneo per la Chiesa di S. Spirito, compiendo a suo modo un audacissimo accostamento, un vero e proprio ibrido: innesta una testa di uomo adulto su un corpo sinuoso di adolescente, forse a voler dire che la spiritualità matura e austera del Cristo, la sua consapevolezza tragica, può calarsi perfino nel corpo di un quattordicenne, tanto bello quanto inadeguato al dolore.

Anche il David è portatore di una grande contraddizione: come uccisore del gigante, dovrebbe essere rappresentato in proporzioni normali, invece Michelangelo costruisce un David gigantesco e, di conseguenza, l’avversario Golia dovrebbe essere in proporzione ancora più immenso. Il David gigantesco è quindi un’operazione di “blow up” che rompe il rapporto tradizionalmente ammesso tra i due personaggi, proponendo un’inversione di gerarchie. Scopo di questa operazione dovrebbe essere quello di dimostrare la superiorità dell’ingegno sulla forza bruta, ma se David ottiene sul suo antagonista un successo che lo porta ad assumere le proporzioni fisiche e simboliche del suo stesso rivale, allora colui che uccide il tiranno diviene egli stesso un tiranno, come in un gioco di specchi deformanti.

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La Cappella Medicea nella Sagrestia Nuova di San Lorenzo viene iniziata nel 1520 e lasciata incompiuta nel 1534, quando Michelangelo, a cinquantanove anni, abbandona per sempre Firenze per stabilirsi a Roma. La Cappella è pensata per ospitare ben quattro personaggi: Lorenzo il Magnifico, Giuliano il Magnifico, Lorenzo Duca di Urbino e Giuliano il Giovane Duca di Nemours; in questo progetto, l’architettura si lega indissolubilmente alla scultura nel rappresentare l’ascensione delle anime attraverso le gerarchie dell’universo neoplatonico e nell’illustrare un concetto preciso: il Tempo che consuma il Tutto, sia nella vita attiva, sia nella vita contemplativa. Il Tempo è tradotto in quattro figure allegoriche: l’Aurora, che si sveglia con disgusto profondo per la vita, il Giorno, che appare avvolto in una furia impotente e senza ragione; il Crepuscolo, esausto per una fatica indicibile; e persino la Notte, dagli occhi non del tutto chiusi, non riesce a trovare vero riposo. I personaggi michelangioleschi quasi mai trasmettono serenità ai loro osservatori, semmai li trascinano deliberatamente in un vortice di pensieri contrastanti, in una tempesta emotiva alla quale non seguirà mai nessuna quiete.

M.M.