Una risata ti asfalterà

Renzi-De Mita-Pistelli (mentore cornuto e mazziato dal sindaco di Firenze)

Renzi-De Mita-Pistelli (mentore cornuto e mazziato dal sindaco di Firenze)

Di Matteo Renzi e della sua pochezza intellettuale ho già detto la mia, utilizzando il giudizio  che ha di lui il direttore del “Il Sole 24 Ore” Roberto Napoletano fino a prova contraria, dirige il giornale della Confindustria:  “Renzi è un ignorante. Sono rimasto sorpreso che non sapesse chi fosse Donato Menichella. Mi dite come uno senza le basi culturali della storia economica italiana può guidare questo Paese in una fase così complessa?”. Non che la Confindustria sia una cosa seria (pensate solo a tutte le corbellerie che la signora Marcegaglia diceva quando rassicurava gli imprenditori sulla inesistenza di un fenomeno mondiale recessivo) ma, certamente, il Paese non riparte nel migliore dei modi se vince un ignorantone, paraculetto , furbacchione, quale,  è Matteo Renzi. Dopo la citazione inconsapevole (rottamazione) del romanzo di Upton Sinclair, Giungla ora, parlando di voler asfaltare gli avversari (si fa per dire, state tutti tranquilli!) in realtà cita un altro classico che non gli porterà buona sorte: “Giungla d’asfalto”, film con la regia di John Huston, del 1950, con attoroni e, soprattutto, l’esordio di Marilyn Monroe. È la storia di una rapina perpetuata ai danni di una gioielleria. Il colpo ha successo, ma al momento della divisione del bottino sorgono contrasti che si risolvono a colpi di pistola: un bandito viene ucciso; un altro, ferito, morirà dissanguato: l’avvocato incaricato dello smercio (mirabilmente interpretato da Louis Calhern) si suicida; l’unico sopravvissuto viene catturato e messo in galera. Dopo aver usato il termine “rottamare” che nel libro di Sinclair viene usato per evocare l’orrore dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e in modo particolare nei meccanismi produttivi imposti dalle catene di montaggio, il paraculetto che dovrebbe guidarci nell’attraversamento del deserto , se ne esce con questa altra cazzata dell’asfaltare. Il consiglio/augurio per gli Italiani e di mandare, subito, Renzi a provare, finalmente e per la prima volta, a lavorare. Potrebbe, a 60 gradi sotto il sole, asfaltare un po’ di buche delle strade romane. Viceversa, potrebbe tentare una rapina alle casse esauste dello Stato. Maldestro come mi appare, potrebbe andargli male e, senza commettere l’errore che hanno commesso le forze dell’ordine con Berlusconi Silvio,  potrebbero abbatterlo subito, senza doverlo sopportare venti anni.

Leo Rugens

P.S. Le immagini sono a cura della redazione

Scemo più scemo 1

Scemo più scemo 1

Renzi, politica e incultura

Claudio Giunta, Il Sole 24 Ore, 12 agosto 2012

Stil novo. La rivoluzione della bellezza da Dante a Twitter è un libro così complesso e sfaccettato che si fa fatica a credere che Matteo Renzi abbia potuto scriverlo tutto da solo, senza neanche un aiuto, qualcuno da ringraziare. Eppure è così: persino la scherzosa cronologia fiorentina che chiude il libro, dal 59 a.C. (nascita di Firenze) al 2012 (cinquecentenario della morte di Vespucci), sembra essere farina del suo sacco. Sindaco di Firenze, padre di tre figli, presenza ormai famigliare nei talk-show televisivi – uno si domanda, tra ammirato e perplesso, di quante ore sia fatta la giornata di Matteo Renzi.

Stil novo è complesso perché Renzi si muove su due piani. Da un lato, illustra episodi eroici della storia fiorentina – i guelfi e i ghibellini, il tumulto dei Ciompi, i banchieri medievali che finanziano i re inglesi – e soprattutto ragguaglia su personaggi esemplari come Dante, Michelangelo, Brunelleschi. Dall’altro, mostra al lettore come un’adeguata riflessione su quegli eventi e su quei personaggi lo abbia guidato nella sua attività politica, e possa tutti guidarci verso un avvenire prospero e felice. Un nodo virtuoso stringe insieme il passato e il futuro, basta saperlo vedere: «L’uomo può ciò che vuole, scriveva Leon Battista Alberti, in una frase citata anche da Steve Jobs mentre si accingeva a rivoluzionare il mondo presentando l’iPhone». Nella visione di Renzi, la storia è maestra di vita non nel senso che se uno la conosce sarà poi meno propenso a dire o a fare delle sciocchezze, e che insomma non essere ignoranti è sempre meglio che esserlo, ma nel senso preciso secondo cui la virtù degli antichi è la pietra di paragone a cui va saggiata l’esperienza dei moderni. Questa ingenuità un po’ scolastica porta a idealizzare il passato, e l’idealizzazione produce simpatici sfondoni del tipo: «Secondo i Medici, la qualità dei governanti si misura dalla cultura dei cittadini … Il Rinascimento si sviluppa a Firenze anche perché i trovatelli degli Innocenti ricevono la stessa educazione dei figli delle famiglie ricche». E siamo solo a pagina 14. Per il migliore bisogna arrivare a pagina 138: «Allora il sistema delle borse di studio premiava il merito davvero». A commento delle idee di Renzi circa la dialettica tra passato e presente si potrebbero citare le pagine di Guicciardini sui Discorsi di Machiavelli, quelle in cui Guicciardini dice che, per capire quel che ci succede intorno, la «lezione delle cose antiche» non serve poi a molto. Oppure, più breve e icastico, questo dialogo tra la dottoressa Melfi, analista, e il suo paziente, e capomafia, Tony Soprano. Melfi: «So, you want to be a better gang leader? Read Sun Tzu!». Tony Soprano: «You know what? Fuck you».

Scemo più scemo 2

Scemo più scemo 2

Renzi è un politico, non un uomo di pensiero. Perciò, tutta l’intelligenza degli uomini del passato si presenta ai suoi occhi sotto forma di cose: la cupola di Santa Maria del Fiore, la flotta di Vespucci, il David di Michelangelo. E lo stupore, l’ammirazione che è giusto nutrire di fronte a queste cose si traduce non – per ipotesi – nell’esortazione a coltivare silenziosamente lo studio che ha prodotto quelle opere, bensì in un impulso ad agire. Il pensiero va bene, ma quella che conta davvero è l’azione. Ne deriva che chi riflette, chi indugia, chi ritarda l’azione con obiezioni dettate dalla prudenza, chi semplicemente difende lo stato di cose esistente è, ipso facto, l’Avversario: «c’è chi deve dire di no a prescindere perché bisogna difendere la malinconia dello status quo». L’Avversario, come si sa, ha tanti nomi. C’è il Burocrate con le sue scartoffie; c’è l’Alto Dirigentone Romano (testuale), col suo mega-stipendio; c’è il Politico, che fa l’interesse del suo partito e non quello del Paese; ma ci sono soprattutto i loro omologhi nel campo della cultura, e cioè gli Specialisti («certe cose si devono tacere, altrimenti gli specialisti si arrabbiano»), i «Custodi dell’ortodossia», i «Sacerdoti delle soprintendenze» e, soprattutto, i «Professoroni». Ora, mentre il mondo per il quale Renzi si batte è un mondo a colori, aperto alla curiosità, alla ricerca e alla sorpresa (i tre termini sono, di fatto, intercambiabili, perché alonati dello stesso senso di novità: vedi l’impressionante pagina 85), questi baluardi del Vecchio, questi settari al soldo delle élites (sempre l’incredibile pagina 85) si aggirano con «le loro cravatte d’ordinanza» in un mondo grigio, malinconico, soporifero: «Dimenticano, lorsignori, che fosse stato per loro il genio sarebbe stato sempre tarpato» (sempre la vertiginosa pagina 85).

Questo livore nei confronti degli Avversari rispecchia una piega del carattere di Renzi, della sua Weltanschauung diciamo, ma reagisce anche a vicende recenti, come la caccia alla Battaglia di Anghiari di Leonardo dietro gli affreschi del Salone dei Cinquecento o la proposta di costruire finalmente una facciata alla chiesa di San Lorenzo: «si indice un nuovo concorso tra gli architetti contemporanei più tosti». In queste e altre circostanze, Renzi si è «scontrato con la chiusura degli addetti ai lavori» (in prima fila, e per lungo tratto da solo, Tomaso Montanari), e questo per il triste motivo che «in Italia, e a Firenze in particolar modo, le volontà dei sindaci non sono progetti. Sono più o meno suggerimenti, banali idee da sottoporre a scrupoloso vaglio della burocrazia». Scandaloso, non è vero?

Questo interventismo culturale si associa a una visione politica anch’essa dinamica, fattiva, ma dalla quale è bandita ogni idea di conflitto o, se è per questo, ogni idea di complessità. Le opinioni che Renzi difende sono quelle su cui chiunque esprimerebbe un accordo di massima durante una conversazione in spiaggia, al taglio dell’anguria. Ma certo, c’è una burocrazia terrificante, bisognerebbe snellire tutte le procedure. Ma certo, bisognerebbe licenziare i professori fannulloni e premiare quelli bravi. Ma certo, tutti devono avere le stesse possibilità, poi però è chiaro che il chirurgo bravo opera, e l’incapace no. La conversazione agostana s’incarta di solito sul come. Come fare? Qualsiasi persona seria trema di fronte a questa domanda. Come evitare, infatti, che la soppressione della burocrazia dia via libera all’arbitrio? (Ovvero: come evitare che Matteo Renzi, laureato in Scienze politiche, uno che pensa che la battaglia di Gavinana abbia avuto luogo nel quartiere di Firenze che porta quel nome, decida di cambiare la facciata di San Lorenzo?) Chi stabilisce chi sono i professori da licenziare? Quelli che non piacciono agli studenti? Quelli che non piacciono ai genitori? Oppure queste cose «si sanno»?

Pagina 2 di 2 Renzi non trema. Ha un’illimitata fiducia in sé, nei fiorentini e negli esseri umani: in quest’ordine. A giudicare da Stil novo, questa fiducia si fonda soprattutto sulle parole d’ordine dell’infantilismo corrente – Emozioni, Sogni, Eventi – e su slogan farlocchi come (poteva mancare?) Stay hungry, stay foolish. «La vera distinzione per il futuro dell’Italia – scrive – è quella tra coraggiosi e vili». La mia opinione è invece che la vera distinzione – anche questa trasversale e prepolitica, proprio come quella tra coraggiosi e vili – sia tra adulti e bambini: intendendo per adulti quelle persone che meditano su quello che dicono e scrivono, diffidano della società dello spettacolo e dei suoi cascami (gli eventi, la Commedia di Dante «proclamata» nelle piazze), delegano a persone competenti, rifiutano di credere che esista un mondo di buoni da una parte (se stessi e i propri amici) e, dall’altra, un mondo di reazionari con la desinenza in -one. E intendendo per bambini quelle persone che hanno un’opinione su tutto, non ascoltano quelle degli altri e si affidano a scorciatoie demenziali come «la distinzione tra coraggiosi e vili».

Ciò detto sulle idee che contiene, va solo aggiunto che anche il linguaggio di Stil novo è il linguaggio medio della conversazione da spiaggia, con quel tono da «si fa pe’ scherza’», quella toscanità caricaturale che anche nei comici veri, come Benigni, suona spesso imbarazzante (un encomio agli sceneggiatori di Boris, che hanno saputo fermare l’attimo: «… perché con quella c aspirata e quel senso dell’umorismo da quattro soldi, i toscani hanno devastato questo Paese»). Non si finirebbe più di citare, ma ecco per esempio che «Dante era uno ganzo» (e non il parruccone che ci ha descritto la «pubblica istruzione», facendocelo odiare); ecco, in dittico con Dante, l’arzillo «Ginettaccio Bartali» e il suo «Gli è tutto sbagliato, gli è tutto da rifare»; ecco il detto popolare sempre calzante: «Senza lilleri non si lallera»; ecco la definizione spiccia, antilibresca: «Ma Cellini era uno sparaballe mica da ridere»; ecco, vera perla da bar, lo Stato personificato: «Bene. Io, Stato, ti vengo incontro». Prevedibilmente, Il rovescio di questo registro basso-colloquiale è il sublime, o il sublime andato storto, cioè il kitsch: «Firenze è anche questo. Un insieme di attimi che si fanno eternità».

Stil novo contiene i pensieri di un italiano come tanti, articolati nel modo in cui tanti li articolerebbero, e non ci sarebbe niente di male, in questa media sociologica, se Matteo Renzi non aspirasse a dirigere il maggiore partito italiano e, coll’occasione, l’Italia. Se l’impresa gli riuscirà, si realizzerà questo interessante paradosso: andrà al governo, sotto le insegne di un partito di sinistra, un uomo che – come la tradizione della sinistra vuole – fa della cultura uno dei pilastri del suo programma politico, ma che, per le cose che scrive e per il modo in cui le scrive, non sembra avere alcuna dimestichezza coi libri, né con ciò che i libri insegnano veramente. Ben scavato, vecchia talpa.

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Matteo Renzi, Stil novo. La rivoluzione della bellezza tra Dante e Twitter, Rizzoli, Milano, pagg. 192, € 15,00