Il buon uso del tradimento

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Martedì 5 novembre, Rai News 24 manda in onda una intervista a Giulio Giorello dedicata al suo Il tradimento – in politica, in amore e non solo (Longanesi, aprile 2012).

Il tema del saggio – il tradimento nella sua declinazione politica – era stato ripreso da Dionisia, autrice ospite del blog, già il 4 febbraio (Vanitas vanitatum et omnia vanitosa). Da allora, innumerevoli tradimenti sono stati consumati e molti, presto, lo saranno. Uno degli ultimi, quello che la famiglia Ligresti attribuisce a Piergiorgio Peluso, figlio della Ministro Anna Maria Cancellieri (leggi articolo). Del resto, il Peluso, un passato in Unicredit, non poteva non ricordare i dispiaceri che i Ligresti avevano lasciato presso la grande banca e la telefonata della Ministro, intervento incluso, paiono più espressione di un senso di colpa che un favore.

Sia come sia, ripetiamo da tempo che è giunto il momento di tradire e di farlo anche a rischio della vita, della carriera forse pure dell’onore. Tradire, in nome della Repubblica, quanti la Repubblica hanno tradito: rubando, inquinando, corrompendo  e facendosi corrompere, lavorando per altre bandiere, evadendo le tasse senza necessità, prevaricando, lasciando affogare migliaia di migranti, distruggendo la scuola, le aziende, il lavoro e calpestando la dignità di milioni di cittadini che hanno espresso o meno un legittimo voto di protesta, nascondendo loro la Verità sui conti dello Stato, sullo scempio del territorio, sullo sfruttamento delle risorse del sottosuolo italiano (la Basilicata e il petrolio), sulla commistione politica-mafie e soprattutto ostinandosi a celare dietro il “segreto di Stato” le responsabilità di oltre quarant’anni di stragi.

Così, autocitandoci:

Tradire non è un’azione qualunque. Tradire richiede che il soggetto sia consapevole di operare contro un patto, una norma o una promessa, con il fine di interrompere lo svolgimento di una impresa, di una storia in atto. “È l’aspetto bifronte della libertà dischiusa dal tradimento: chiunque ne sia coinvolto – per passione politica, per trasporto amoroso o magari per il semplice gusto di farlo – valuta i vantaggi che procura un dato corso di azioni contro gli svantaggi che arrecherà la punizione, se la macchinazione viene alla luce: la sua mente non pare più una singola entità individuale, ma una più o meno inquieta assemblea che deve deliberare la propria linea generale”. Per decidere una azione rischiosa ci vuole dunque coraggio “Si tratta di un gioco mortale. Come dice lo Hegel della Fenomenologia dello Spirito, «è soltanto rischiando la vita che si mette a prova la libertà». Solo così si dimostra che l’individuo è qualcosa di più del suo «rimanere sommerso nell’espandersi della vita». Non basta essere una persona; il traditore deve essere anche un coraggioso: per quanto siano subdole le sue azioni, infami i suoi scopi, deve almeno avere l’audacia di tradire – tutti e tutto, comprese le sue più radicate convinzioni: solo a questo prezzo diventa davvero l’angelo (cioè il messaggero) della libertà del soggetto” (Il tradimento, pagg. 199-201).

La redazione