Giuseppe Grillo: è arrivato il momento per Giorgio Napolitano di farsi da parte. O sarà “impeachment”

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Il 25 ottobre u.s. ho postato, sotto il titolo “OGGI A TE, DOMANI A ME … OVVERO L’IMPEACHMENT DEL PRESIDENTE È UNA QUESTIONE COMPLESSA” un richiamo alla complessità della procedura con la quale è lecito mettere in stato di accusa il Presidente della Repubblica. Il post serviva ai più giovani per ricordare gli avvenimenti che vedevano coinvolti Francesco Cossiga e gli attaccanti organizzati nel PCI/DS o come all’epoca si chiamassero. Interessante e anomala, come al solito, la posizione di quei giorni di Giorgio Napolitano. Ieri, l’Italia ha sentito  il leader del M5S, Giuseppe Grillo, annunciare la decisione (presa!) di mettere in moto la richiesta drammatica di rimozione di Giorgio Napolitano. La volontà è stata espressa davanti a 200.000 cittadini/elettori convenuti, sulle proprie spese, a Genova, in “carne ed ossa” e, ad alcuni milioni in “presenza elettronica recondita”, distribuiti tra La7 (con l’onesto e “attento” Enrico Mentana a commentare l’avvenimento ad alto contenuto politico) e l’amica “rete” con “La Cosa”. Difficile tornare indietro.

Era il 1991, di questi giorni (i primi di Dicembre) quando alcuni parlamentari (PDS, finalmente mi sono ricordato come si chiamavano) ritennero che “… singoli comportamenti di Cossiga assumono rilievo perché rivelano “nell’insieme” l’esistenza di un progetto per mutare la forma di governo in forme non consentite.” Fu, addirittura, considerato “atto sedizioso” l’occupazione (mediatica) a senso unico dei mezzi di comunicazione. I parlamentari (PDS) per questo, ritennero l’impeachment la via corretta per rimuovere “un fattore decisivo di confusione istituzionale temendo che si possano consolidare prassi  di prevaricazione e di interferenza.” Prassi di interferenza? Bastò all’epoca per chiedere impeachment di Cossiga.

Vi ripropongo, quindi, quanto già pubblicato, non per vanità da “grillo parlante”(!) ma, perché la gravità dell’ora obbliga a fare ciò che già suggerivo il 25 ottobre: meditate gente, meditate! E oggi, aggiungo, pronti all’azione.

Meditate gente, meditate.

Oreste Grani

 

OGGI A TE, DOMANI A ME … OVVERO L’IMPEACHMENT DEL PRESIDENTE È UNA QUESTIONE COMPLESSA

Francesco Cossiga

Francesco Cossiga

Secoli fa, proprio in Italia, qualcuno “mancò di rispetto” al Capo dello Stato, organizzandosi politicamente per chiederne l’impeachment. Leggete e ricordate. Leggete, ricordate e meditate. Soprattutto, meditate.

Oreste Grani

IL PDS VOTA L’IMPEACHMENT DI COSSIGA

ROMA – Occhetto ha avuto il via libera. A maggioranza, riproponendo gli stessi schieramenti che si erano fronteggiati a Botteghe Oscure, i gruppi parlamentari del Pds hanno approvato la richiesta di impeachment del capo dello Stato. Con i sì di 104 deputati e di 44 senatori, e i no, nel complesso, di 37 parlamentari dell’ area riformista. Astenuta la senatrice Gianna Schelotto, mentre Francesco Macis, presidente del comitato per i procedimenti d’ accusa, non ha partecipato alla votazione “per motivi di opportunità”. Un voto scontato dopo una discussione sofferta. E segnato al Senato dal sospetto di un clamoroso caso di spionaggio. A dispetto della segretezza della riunione, infatti, i cronisti in sala stampa hanno potuto ascoltare “in diretta” il succedersi degli interventi pro e contro la messa in stato d’ accusa del presidente della Repubblica. E questo, nonostante che i tecnici del Senato non avessero attivato i meccanismi che regolano gli apparati di ascolto a circuito chiuso. Un mistero, che a tarda sera, nell’ ambito dell’ inchiesta subito disposta da Giovanni Spadolini su richiesta del gruppo Pds, avrebbe trovato la sua soluzione nella scoperta di un congegno elettronico in grado di trasmettere il dibattito scavalcando la centralina rimasta inattiva e chiusa a chiave in un apposito armadio. E’ un motivo di tensione in più nel giorno che ha visto il Pds varcare il Rubicone dello scontro con il Quirinale. E già oggi, al comitato per i procedimenti d’accusa, i commissari della Quercia preannunceranno l’arrivo della denuncia: le 40 cartelle che dopo una “ripulitura giuridico-linguistica” – spiegano a Montecitorio – verranno presentate ai presidenti di Camera e Senato, illustrando la “concatenazione logica e temporale” di atti e comportamenti di Francesco Cossiga “volti intenzionalmente” a modificare la forma di governo. E che nel suo insieme configura – conclude il documento – il reato di attentato alla Costituzione. Non è stata, e non poteva esserlo, una scelta indolore. E per questo Achille Occhetto è andato di persona a difenderne le ragioni all’assemblea dei deputati della Quercia, ribadendo la necessità, per Botteghe Oscure, di assumersi le proprie responsabilità. Prima di lui, era toccato a Giulio Quercini illustrare ai colleghi di gruppo il testo messo a punto poche ore prima. Un dispositivo molto articolato, segnato dall’ affermazione che “il presidente della Repubblica ha violato il dovere costituzionale dell’ imparzialità e ha teso ad estendere le proprie prerogative a danno di quelle di altri poteri costituzionali”. Il “senatore Cossiga” – ha detto Quercini – ha aperto “una crisi istituzionale gravissima, dominata dal pericolo di cambiamento della forma di governo con mezzi non consentiti dalla Costituzione”. E per questo il Pds ha imboccato “la via prevista dal nostro ordinamento per affrontare tali situazioni di pericolo, il ricorso all’ articolo 90 della Costituzione”. Emerge, nel documento presentato da Quercini e Pecchioli, la preoccupazione di sfuggire alla contestazione dell’illegalità dei singoli atti di Cossiga, che è il cuore degli attacchi di questi giorni al Pds, ma anche delle contestazioni di merito dei riformisti di Napolitano. Così la ricostruzione puntigliosa degli atti di Cossiga si intreccia con la sottolineatura che è stato lo stesso capo dello Stato a inquadrare i suoi comportamenti in una strategia, nel disegno esplicitato di preparare un cambio di regime, di aprire anche a colpi di piccone la strada ad un’altra repubblica. In un modo tanto irrituale da spingere lo stesso presidente ad affermare – ricorda il documento, citando un passo di “Cossiga uomo solo” – che “in un paese normale mi avrebbero da tempo mandato a quel paese”. Non è bastato questo a convincere i deputati riformisti. La “destra” ha riproposto i suoi dubbi giuridici, ma ha insistito soprattutto sulla portata politica dell’ “errore” attribuito ad Occhetto. Non si tratta – ha ammonito Napolitano – di denunciare i rischi di isolamento, su cui farebbe comunque premio la certezza di aver imboccato la strada giusta. Per metter fine davvero ai “comportamenti inaccettabili” del capo dello Stato, sarebbe stato più efficace sforzarsi di costruire anzitutto un arco di forze parlamentari in grado di indurre Cossiga a prendere atto dell’inevitabilità delle sue dimissioni. Alla prova del voto, il no dei riformisti è rimasto tale. Ma Occhetto non ha nascosto di aver “apprezzato” l’intervento di Napolitano, che è tornato a mettere la sordina alle voci su possibili gesti clamorosi della sua area al momento del confronto parlamentare. Il leader del Pds ha sottolineato l’unità di fondo del suo partito, e ha fatto suo l’appello di Napolitano alla “sensibilità” delle forze politiche democratiche “perché si possa risolvere questo problema prima che si entri nella fase decisionale della procedura di messa in stato d’accusa. Chi dice che c’è un’altra via – ha concluso – batta un colpo: ci dica qual è”. Mentre alla Camera ci si contava già, a Palazzo Madama l’attenzione era ancora sul “mistero” che ha permesso ai cronisti di sentire Ferdinando Imposimato imputare a Cossiga il rifiuto di testimoniare su Gladio, e Luciano Lama giustificare il suo no avvertendo che Cossiga meriterebbe comunque l’impeachment “non una, ma dieci volte”. In sala stampa, girando le manopole delle loro scrivanie, i giornalisti si sono accorti che uno dei sei canali del circuito audio interno trasmetteva, a sorpresa, la discussione “segreta” su Cossiga: una vera “diretta”, ma a basso volume, come per effetto di un contatto con un canale attivo. Mentre i coleghi riempivano i taccuini, un giornalista della Dire ha avvisato Tonino Tatò, di quello che stava succedendo, e il direttore dell’agenzia del Pds ha telefonato a sua moglie, la vicepresidente del Senato Giglia Tedesco, che la riunione “segreta” non lo era più. Immediatamente, il capogruppo Ugo Pecchioli ha chiesto a Spadolini l’ apertura di un’ inchiesta. E a fine riunione, i tecnici hanno compiuto un primo sopralluogo nell’aula della commissione Difesa, prestata nell’occasione al Pds. Di lì a poco, la scoperta della microspia. Chi c’era ad ascoltare? E’ difficile dirlo. Ma a Palazzo Madama il dubbio è che in linea ci fosse il Grande Fratello.

STEFANO MARRONI

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PARTE L’IMPEACHMENT ‘COSSIGA, TI ACCUSIAMO’

ROMA – Il timer dell’impeachment è partito. Le 19 cartelle della denuncia del Pds contro il capo dello Stato sono state trasmesse ieri al comitato parlamentare per i procedimenti di accusa. E’ la rassegna degli elementi di fatto che configurano, secondo Botteghe Oscure, il reato di attentato alla Costituzione. Ma è anche l’innesco di un nuovo meccanismo di pressione sul Quirinale. Perché rende più difficile – almeno sul piano dell’ opportunità – la decisione di sciogliere a gennaio un Parlamento ormai in procinto di votare sul capo dello Stato. La previsione corrente al comitato – che ha ricevuto ieri anche una nuova denuncia del senatore Pierluigi Onorato – è infatti che prima di Natale i commissari decideranno l’archiviazione della richiesta di impeachment. Ma è certo che entro 10 giorni i gruppi parlamentari della Quercia raccoglieranno le 239 firme necessarie per sottoporre la questione al voto delle Camere. Ed è altamente probabile che se anche – presumibilmente a fine gennaio – il Parlamento ratificherà le decisioni del comitato, il Pds tornerà a raccogliere le firme per sollecitare comunque un nuovo voto sull’ apertura o meno dell’ istruttoria. In questo scenario, la decisione autonoma di “mandare tutti a casa” darebbe l’ impressione di un colpo di mano interessato da parte del Quirinale. E dunque, sottolineano alla Camera, proprio la richiesta di impeachment potrebbe rendere più agevole il tentativo di far stare Cossiga nei “limiti” invocati ieri anche dal Psi. Per il Pds, quei limiti sono stati da tempo superati. Anzi: la tesi centrale della denuncia – messa a punto e sottoscritta dalle presidenze dei gruppi di Camera e Senato sulla base della bozza stilata da Luciano Violante – è che Francesco Cossiga li abbia “intenzionalmente” varcati per “modificare la forma di governo”. E questo, estendendo “le proprie funzioni e prerogative” ben oltre quelle assegnate dalla Costituzione al capo dello Stato, con una “concatenazione logica e temporale” di atti e comportamenti. Le ragioni della denuncia. Il presidente viene accusato di aver “interferito illegalmente nelle attività del Legislativo, dell’Esecutivo e del Giudiziario”, e di aver avviato “l’esercizio di una propria funzione governante”: che è “inammissibile”, “autoritaria” perché non regolata, e “altamente pericolosa perché non sostenuta da alcuna responsabilità politica”. Cossiga, sostiene il Pds, ha aperto un “incostituzionale circuito tra partiti e presidente”, e assunto comportamenti da “capo di un partito” violando “un inderogabile dovere di imparzialità”. Il tutto, avverte il documento, nella “piena consapevolezza” di essere “al di fuori dell’ ordinamento costituzionale”. Con la “strumentalizzazione” dei media “per conquistarsi una parte dominante nei conflitti da lui stesso aperti”. E con uno schema fondato sull’ “ambiguità”, fatto di dure accuse e poi della denuncia delle reazioni come “persecuzioni”. Per questo, l’impeachment è la via “corretta” per rimuovere “un fattore decisivo di confusione istituzionale” e impedire che “possano consolidarsi prassi di prevaricazione e di interferenza”. Il cambiamento della forma di governo. Dopo aver riassunto le funzioni e i poteri legittimi del presidente della Repubblica, la denuncia replica alle critiche di chi scorge nel tentativo di colpo di Stato l’unico possibile “attentato alla Costituzione”. Il golpe, ammette il documento, è la “massima forma” di attentato alla Costituzione. Ma in realtà, proprio per i poteri di cui dispone il capo dello Stato, il reato “di regola non si consumerà con un colpo di Stato nelle forme classiche”. E si concretizza, invece, in “ogni atto seriamente diretto, non a compiere un ‘semplice’ abuso, ma ad alterare illegittimamente i rapporti tra i poteri dello Stato”. L’attentato alla Costituzione. E’ questo ciò che la quarta parte della denuncia tenta di dimostrare, affermando che Cossiga “si è fatto portatore di un personale disegno per la soluzione della crisi italiana che prevede lo scavalcamento delle regole fissate dalla Costituzione per modificare la forma di governo e la stessa Costituzione”. Di qui, il riferimento alle norme del codice penale che integrano l’articolo 90. A cominciare dall’articolo 283, che indica in chi commette “fatti diretti a mutare la Costituzione o la forma del governo con mezzi non consentiti” l’autore di un attentato alla Costituzione. Usurpazione di potere politico. A norma dell’ articolo 287, Cossiga ha “usurpato un potere politico” di pertinenza del Parlamento quando ha minacciato di non firmare, e di fatto non ha ancora firmato, la proroga della Commissione stragi; condizionando il confronto sul disegno di legge Mancino (nulla di nuovo sotto il sole. ndr) sul Csm; minacciando lo scioglimento delle Camere “con un atteggiamento sanzionatorio”, e come se la decisione dipendesse solo da lui. Attentato contro organi costituzionali. Il presidente ha “gravemente interferito nell’attività di governo”. Nel novembre ‘ 90 bloccò la creazione del comitato di saggi su Gladio, già decisa dal Consiglio di gabinetto, minacciando l’ “autosospensione” (che non ha “fondamento costituzionale”) propria e di l’ “autosospensione” (che non ha “fondamento costituzionale”) propria e di Andreotti. Nella primavera scorsa, si oppose all’ ingresso del Pri nell’ esecutivo in base al “singolare principio” dell’ omogeneità di giudizi tra governanti e Quirinale. E poi impedì la risposta a quattro interpellanze del Pds sui suoi comportamenti. Secondo il Pds, Cossiga ha tentato di “condizionare procedimenti penali in corso”. Ha offeso il procuratore aggiunto di Roma Coiro per la sua richiesta di archiviazione (ancora non decisa dal giudice) per Ruggero Orfei, accusato di spionaggio, e – “ripetutamente” – il giudice Casson, che indagava su Gladio: un tentativo di “delegittimare i magistrati che prendono decisioni a lui sgradite, con l’aggravante, nel secondo caso, che la decisione lo riguarda direttamente”. E ha usurpato un “potere di risoluzione di conflitti che non gli compete”, quando ha convocato i procuratori generali della Sicilia per “ricevere informazioni” coperte dal segreto istruttorio sulle accuse di Orlando alla magistratura. Violenza o minaccia a un’ autorità pubblica riunita in collegio. E’ il caso Csm. Anziché sollevare il conflitto dinanzi alla Consulta, il capo dello Stato ha impedito la seduta del Consiglio, minacciando in caso contrario l’ intervento della forza pubblica. E ha comunque inviato “un elevato contingente di forze dell’ ordine” alla seduta successiva, seguita in “diretta” radiofonica. Si tratta di poteri che non poteva esercitare “da presidente di un collegio contro gli stessi componenti dell’ organo collegiale”. I dossier. Il documento ricorda che la letteratura giudica “tipico” attentato alla Costituzione “la minaccia di notizie scandalistiche ai danni del deputato in dissidio con il fine di modificazione della Costituzione”: che è ciò che Cossiga ha fatto minacciando di rivelare “pretesi rapporti con l’Est” del Pds all’ indomani dell’annuncio della richiesta di impeachment. I media, il Cocer e la P2. Singoli comportamenti di Cossiga assumono rilievo perché rivelano “nell’insieme” l’esistenza di un progetto per mutare la forma di governo in forme non consentite. Ne fanno parte l’ occupazione a senso unico dei mezzi di informazione; l’appello ai carabinieri, con l’esito del documento “sedizioso” del Cocer, che prefigura “un circuito privilegiato con settori delle forze armate”; l’atteggiamento “ambiguo” sulla P2 nonostante le conclusioni delle indagini parlamentari”.

di STEFANO MARRONI