L’Angolano

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Caro lettore Manuel Anselmi,

prendo atto che dopo l’estemporanea incursione nel nostro poco “intelligente” e informato  blog, lei è sparito. Lo ha fatto dopo averci professato (lei che è professore alla Luiss) fede in capacità di analisi di terzi (speriamo ignari del suo tifo sfegatato) e, soprattutto, dopo averci invitato “a prendere un caffè”. Per quanto riguarda la sua analisi rispetto al nostro dilettantismo in “intelligence”, ricordiamo di averla invitata ad approfondire chi in realtà io (Leo Rugens/Oreste Grani) sia stato, chiedendo di me al direttore dell’Università in cui lei risulta insegnare. Rimango in divertita attesa dell’esito della domanda (chi io sia, in realtà) se avrà avuto l’ardire di porla a Piero Celli. Lei, come ci informa nella rete, è un grande ammiratore del “chavismo” e, proprio per questo, le ho consigliato di chiedere a Celli che per anni, per guadagnarsi da vivere, fu costretto a frequentare i “castristi” combattenti in Angola. Piero Celli era da me (a sua insaputa) soprannominato, appunto, l’Angolano per le trasferte professionali che lo stesso era costretto a fare in quella pericolosa terra  dove c’era la guerra e dove i “castristi”, uomini e bellissime donne, dettavano legge. Celli si guadagnava da vivere, quando era un giovane e intraprendente dipendente della Comerint , azienda operativa del Gruppo ENI, rischiando la pelle recandosi sul campo a seguire il personale altamente specializzato che l’Italia di quei tempi formava e inviava a lavorare per formare maestranze locali. Ed io lo “attenzionavo”. Ma, questa è un’altra storia e, soprattutto, sono altre “ere” professionali. Se ben ricordo, Piero si beccò anche la malaria, oltre che il frutto degli “abboccamenti” con i terroristi italiani latitanti, miracolosamente pervenuti a servire l’internazionalismo proletario dopo, ad esempio, aver, eroicamente, “bruciati vivi” i fratelli Mattei, nel famoso e macabro rogo di Primavalle, a Roma. Quei sorci in fuga, si conquistavano i gradi e la “mercede”, combattendo nelle fila dei “castristi” senza aver fatto un giorno di carcere per i loro scellerati delitti. In realtà stavano solo testando percorsi e complicità che poi indicarono la strada al vigliacco pluriomicida Cesare Battisti. La vita è complessa, mio caro esegeta del cocainomane “Chavez”. Come vede, improvvidamente, lei è andato proprio a sfottere e a provare ad intimidire l’uomo che riceveva le lettere autografe di quei latitanti, proprio dalle mani di quel Celli che oggi la “dirige” alla Luiss. Spero che ora le sia chiaro che già allora, ero “sufficiente” (me lo da un sei?), in “intelligence” e “Grande Gioco”. Ormai sono un vecchio rottame e non ho certo bisogno di modelli. Per quanto riguarda l’invito a prendere un caffè e il significato che “nell’ambiente” questa espressione assume, le segnalo che anche il personale di coordinamento dei COGER, in chiusura di un durissimo comunicato a proposito della fase convulsa che il nostro Paese vive, ha invitato i superiori dello Stato Maggiore “a prendersi un caffè”. Prudenza, mio giovane e disinformato lettore.

Oreste Grani

P.S. perché dopo aver lanciato il sasso è sparito?

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