Dopo l’elezione di Stefano Bisi e la pubblicazione del miei liberi pensieri, mi perviene una lettera che ritengo opportuno rendere pubblica

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In queste ore ricevo “lettere” elettroniche che mi obbligano a pensieri complessi e ad assumere decisioni che hanno implicito il rischio di ingrossare sensibilmente le fila delle persone che, diciamo così, mi “odiano” o mi considerano un “tipo pericoloso”. Così dicendo, non mi lamento perché, questo infinito travaglio, l’ho liberamente scelto, avendo fatto, della mia vita, un tutt’uno con ciò che penso sia bene per l’Italia e servizio alla verità. Se mi guardo indietro, tranne una infanzia felice, sono cresciuto senza adolescenza, portatami via dalla “droga” della passione civile e, in particolare, dall’incontro con quel gigante del pensiero politico e della dedizione alla Patria che fu Randolfo Pacciardi. E, alla mia età, so per certo, che l’esperienza personale rientra in modo inscindibile, nel processo conoscitivo. Dopo di lui, dopo il “colonnello”, eroe della guerra civile spagnola, mi sono sembrati tutti, nella vita professionale e politica, dei nanerottoli, senza arte ne parte. Oltre che con l’esempio virtuoso (in realtà, fumava e, fumando, sapeva “espirare” degli affascinanti cerchi di fumo!), Pacciardi mi ha rovinato la vita trasferendomi il suo amore per Giuseppe Mazzini e lasciandomi in eredità l’idea che aveva del Maestro come un uomo puro, senza macchia, incapace di fare la minima cosa, non solo ingiusta o vile, ma neppure generalmente permessa per soddisfazione sia dei propri interessi, sia della propria personale ambizione. Così valutava e descriveva Mazzini, Michele Bakounine; così lo stimava e lo “raccontava”, Randolfo Pacciardi. Altro che indossare ipocriti “guanti bianchi”.

Potete immaginare l’imbarazzo che provo quando ricevo lettere come quella che pubblico di seguito, se penso che un Gustavo Raffi aveva avuto il privilegio di conoscere, quando era giovane studente universitario, personalmente, Randolfo Pacciardi ma che, da quella conoscenza e da quell’incontro, evidentemente, non ne ha saputo trarre alcun vantaggio nel suo percorso formativo, etico e morale. Deve essere andata così, se un massone, in modi civili e sofferti, può scrivere di lui ciò che è scritto nella lettera che mi è pervenuta. Non mi sbagliavo, quindi, da anni, a sostenere che l’asse Ravenna – Siena avrebbe continuato la sua “privatizzazione” dell’Istituzione elevando al vertice uno “Stefano Bisi”, persona, da sempre, accucciata all’ombra del Gran (Occasione Mancata) Maestro, Gustavo Raffi. Tutti e due, da anni, al servizio del MPS. Tutta qui la loro “elevazione”. Si è trattato, in soldoni (!) della “levitazione” degli appannaggi, delle “pratiche legali” affidate dal servizio contenziosi del Monte, della copertura all’affarismo più devastante (però, l’autorizzazione all’utilizzo delle intercettazioni del grande tessitore Denis Verdini potrebbe riservare le opportune sorprese) e del controllo dei beni, mobiliari e non, dell’Istituzione. Tutto qui!

Parliamo di gentarella che con gli scopi che trascendono le individualità e le culture di appartenenza per dare agli uomini energie per costruire un più ampio bene comune, nulla hanno a che spartire. Gentarella  certamente non avvezza all’umiltà metodologica necessaria all’adesione ai principi etici che, in questo grave momento della vita dell’Uomo, milioni di profani, presenti nella società civile, sollecitano perché “qualcuno che più di altri dovrebbe sapere”, recuperi il proprio ruolo critico e, assuma, la guida verso la saggezza del vivere insieme. Altro che connivenze con i materialisti allevati nel pollaio dogmatico del PCI e arrivati dopo quella nefasta esperienza all’adorazione del “Dio Denaro”. Lo stile di vita è tutto, se uno, nella vita, ritiene di poter essere maestro di qualcosa. Viceversa parliamo di gentarella che conosce solo “la parte contro il tutto”: la propria banda contro chiunque altro da se. Gentarella che da decenni lavora solo per favorire la frammentazione dell’umano, ignorando tutto della necessaria cultura “transdisciplinare”. Gentarella senza metodo, incapace di svolgere la funzione “meta-punto di vista” tipica di chi ritiene di essere maestro di qualcosa. Per ora, mi fermo. L’autore della laica e gentile lettera che mi è pervenuta, fratello deluso ed amareggiato, chiude prevedendo “la calata delle tenebre“.

Qui sbaglia: le Tenebre, impenetrabili alla Luce, avvolgevano Raffi e i suoi sodali, da anni. Il loro agire, prevedibile e previsto da alcuni, è stato complice, se non l’ispiratore, dell’amoralità che ha devastato la Patria e le Istituzioni ad essa devote. È la periferia avida e autoreferenziale (Siena per prima) che ha infettato l’intero tessuto connettivo del Paese. Non a caso, le metastasi del cancro si “organizzano”, nella loro azione mortifera, attaccando e facendo degenerare la “tripletta genetica”. Nel Bene e nel Male, è sempre il tre, con i suoi multipli, che ha la responsabilità del divenire delle cose. Il “sonno”, gentile Majoli, non può bastare a lenire la sofferenza. Rimane il dovere dell’azione. Come hanno lasciato detto, Giuseppe Mazzini e Randolfo Pacciardi.

Oreste Grani

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