Leo Rugens è già in possesso della macchina “sapiente” che da anni, inutilmente, la NSA cerca di mettere a punto

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Chi segue, con attenzione e, speriamo, di interesse le “chiacchiere” di questo blog, avrà più volte letto che “affermiamo” di possedere una “Macchina del Tempo” e, con essa, essere in grado di avere indicazioni sui modi possibili di agire attuale, esplorando ed estrapolando le azioni del passato. Alla NSA cercano (inutilmente) da anni, di costruire (con un consumo di denaro di difficile computo) questa stessa macchina che noi, già possediamo. Affermazione vera, falsa o, autentica? A voi il piacere di scegliere la risposta. Passiamo oltre.
Come tutti sapete, Jorge Luis Borges, nel suo racconto, scritto nel lontano 1941, “La biblioteca di Babele”, immaginò una collezione che, conteneva tutto il sapere del Mondo ma, dalla quale, non era possibile cavare frasi “fornite di senso”. Il giorno 31 marzo 2014 abbiamo pubblicato il post “Lo Utah Data Center della NSA e la visita di Barack Obama a Roma”, dedicato, tra l’altro, al progetto che la NSA, con estrema caparbietà, continua a “disegnare” e inutilmente, a perseguire. Nonostante gli “Assange”, nonostante gli “Snowden”. La finalità del “Manhattan Project” dei tempi odierni che gli USA continuano a finanziare, è quella di dotarsi di un computer, talmente veloce, da essere in grado di “perfezionare l’inseguimento” dello scibile umano (arrivare cioè a memorizzare tutto ciò che è già accaduto) e poi, da quel momento, “essere tutt’uno con il divenire delle cose”. Si tratta, semplicemente (si fa per dire!) di sapere, in tempo reale, cosa fanno (quando “liberamente” usano un qualunque mezzo elettronico) “tutti gli esseri umani” (e le macchine intelligenti nelle loro disponibilità), dove si trovano, con chi parlano “de visu”, di cosa si alimentano, quando decidono di morire, quando nascono, quando comunicano qualunque cosa in modo libero o cifrato. Il problema per gli USA, è dotarsi di una macchina capace di rompere gli eventuali testi cifrati e riuscire a farlo senza “perdere” tempo eccessivo dietro a una “spallata” o “intrusione”. Cioè, in modo, “istantaneo”. Si tratta di non lasciare a nessuno la possibilità di avere un “segreto”, anche per poco tempo; la ricerca va fatta anche se, apparentemente, ininfluente per la sicurezza nazionale. Progetto ambizioso e, soprattutto, imbarazzante per il “cretinismo implicito”. “Petaflop” (è un’unità di misura della nuova frontiera dell’informatica) suona (onomatopeicamente) già, senza speranza di successo, a qualunque fantasmagorica velocità di calcolo, faccia riferimento. Un “flop” è un fiasco; un peta/o flop vi lascio la libertà di decidere cosa evoca. Così come chiamare qualcosa “Titan” (il super-super calcolatore) ci sembra una semplificazione tipica dei nostri “amici” statunitensi che, forse, ignorano che i “titani” erano la seconda generazione degli dei (fino a qui, come computer, ci siamo), che erano dodici, rigorosamente sei maschi e sei femmine e che, del loro accoppiarsi, stiamo ancora pagando le conseguenze. Questa è mitologia greco – romana.

 

Un po’ come dire, “Enrico Fermi, Ettore Majorana, Emilio Segré, Bruno Pontecorvo, Orso Maria Corbino, Franco Rasetti, Edoardo Amaldi, Giulio Cesare Trabacchi, Oscar D’Agostino” e non sapere che da loro si è scatenata “l’ira di Dio” che ancora è in essere e che ci minaccia. Una volta perché sono i nord coreani guidati da uno psicopatico (vero); una volta perché sono gli iraniani che vogliono radere al suolo Israele ( a volte vero e a volte, no!). La scienza e la ricerca scientifica hanno, da sempre, bisogno di alti livelli di consapevolezza e di attenzioni etico – morali.
Questo dei “segreti” e dei grovigli impliciti, fatti di tanti “terroristi” che tramano ma anche di tanti umani che affidano all’elettronica “spiata”, espressioni, non codificabili e che possono rimanere oscure, del tipo, “amico mio, senti a me, fatti li cazzi tua“, è un problema squisitamente culturale e su cui cercherei, ad oggi, con più umiltà, di attenermi al tema e ai limiti ben posti, a suo tempo, da Borges. Non a caso era il 1941, lo stesso anno in cui, altri intellettuali, intorno all’ipotesi di possedere l’arma risolutiva, ponevano il problema del necessario “dominio” delle forze della natura, della potenza degli elementi, dell’energia primitiva. Scienziati che, pur mostrando la strada della “scoperta”, ne indicavano implicitamente i limiti e la drammatica pericolosità. I “Titani”, nella mitologia a cui ho fatto riferimento, sono la personificazione di tutte queste “forze” tra loro interagenti. Cose complesse. Certamente difficili anche per i cervelloni (umani) chiusi nel “Utah Data Center” di Bluffdale. Altro nome che non”suona” di buon auspicio. Soprattutto se si ricorda che, nella storia della conquista della libertà e di spazi vitali legati alla “frontiera americana”, molto si deve ai giocatori di “poker”. A quei tavoli, il “bluff”, non sempre, riusciva.
Alla fine di questi pensieri, vi mostriamo uno degli “algoritmi” atipici che usiamo in Leo Rugens.
Buono studio e … buona fortuna.
Leo Rugens

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P.S. “La macchina del tempo“, in realtà, è banalmente quella “cosa” che noi chiamiamo, “Intelligence culturale“, e, come il Presidente Obama, durante la recente visita a Roma ci ha fatto l’onore di ricordare, da queste parti, di “cultura” potremmo, largamente, tutti campare. Anche le Istituzioni repubblicane adibite alla Sicurezza dello Stato.