L’Italia, nonostante si trovi in una eterna emergenza, deve trovare, modi e tempo, per ragionare su “ragion di stato” e “interesse nazionale”

Baskerville

Poco prima del Natale 2013 (era il 15 dicembre) abbiamo postato l’articolo “QUANTO SI GUADAGNA NEI SERVIZI SEGRETI?” VI DO UN CONSIGLIO: NON È QUESTA L’ORA DI PROVARE AD ESSERE ASSUNTI. STANNO PER ESSERE MANDATI “TUTTI A CASA”.

Oggi è Pasqua 2014 e, come abbiamo scritto l’8 aprile u.s., documentando la nostra affermazione, se un cittadino, oggi, chiede alla rete “Quanto si guadagna nei Servizi Segreti?”, nelle pagine Google, Yahoo, Bing compaiono, al 1° posto,  i testi dei nostri ragionamenti in risposta alle domante citate. In generale, in nostri scritti vengono indicati, dalle “macchine intelligenti”, “primi” per “page rank” (è la classifica che tiene conto di più parametri e tra gli altri, a detta di Google, affidabilità e autorevolezza)  quando vengono formulate richieste sulla materia “intelligence” e “ambiente lavorativo” annesso. Di tutte le risposte che abbiamo dato, ci assumiamo la piena responsabilità. Responsabilità che sentiamo venata da una “punta” (non di più) di orgoglio per aver, alla veneranda eta di 67 anni, saputo capire il “labirinto elettronico e le sue correnti ascensionali” meglio di molti altri più giovani ed esperti di noi. Veniamo al concetto di responsabilità, avendo raggiunto, in solo 4 mesi, questo primato.

Quando abbiamo intrapreso la strada che ci avrebbe portato, dal noto all’ignoto, nel mondo “invisibile” della rete, abbiamo applicato tutte le regole di prudenza che si devono tenere a mente quando ci si inoltra in territori (quale è la “rete”), popolati di doppiogiochisti e provocatori. La rete (è bene sottolinearlo) ci è apparsa “pericolosa” come mai ci era capitato di osservare fenomeni, anche complessi (terrorismo, corruzione, agenti consapevoli o inconsapevoli al servizio di Paesi terzi), in mezzo secolo di esperienze,negli altri ambienti “studiati” o “frequentati”. Forse erano altri anni ma, come la rete e il mondo delle  “fonti aperte”, nulla mi era sembrato  tanto infido.

La responsabilità è stata grande e, speriamo, durante il percorso, di non aver mai tradito il nostro amore per l’Italia e l’antico “giuramento” fatto alla “bandiera”.

Uno dei fini di un’azione così complessa e delicata è stato quello di arrivare, posizionandoci al primo posto e con modalità culturali che riteniamo essere state atipiche, a dare un contributo al tema, trascurato, da sempre, nel nostro Paese, di nozione di “interesse nazionale” e di “ragion di stato”.

Come altre volte ho dichiarato, stimo Rosario Priore come uno dei massimi esperti di complessità implicite negli “intrighi Internazionali”. In questa sede “minore” (quindi per quel poco che vale), tengo a richiamare l’attenzione su un dato incontrovertibile che qualifica l’operato di un magistrato inquirente: non uno solo (è sono stati centinaia e centinaia) dei mandati di cattura emessi da Priore non ha retto alla prova dibattimentale di più gradi di corti. Non uno! Per questo, tra l’altro, anni addietro, lo avrei visto bene in un ruolo di coordinamento dei nostri “servizi”. Furono scelti altri e ne paghiamo ancora le conseguenze. Ritengo che, anche lui, mi abbia in “simpatia”. Pertanto mi sento autorizzato a saccheggiare i sui ultimi scritti intorno alle problematiche implicite nei concetti di “ragion di stato”, “salute pubblica e di “interesse nazionale” appena menzionati.

Oreste Grani

BASTA! COMINCIATE A CHIEDERE AL WEB, OLTRE A “QUANTO SI GUADAGNA”, “COSA” SI DOVREBBE FARE NEI SERVIZI SEGRETI E SOPRATTUTTO “COME” SI PUÒ SERVIRE L’ITALIA

Gillo Pontecorvo

Come riferisco da tempo, non passa giorno che qualcuno non chieda, al disponibile web, “quanto si guadagna nei servizi segreti”. Da mesi do il mio contributo a questa ossessiva e interessata curiosità, argomentando sulla complessità della materia e degli ambienti che la gestiscono. Oggi provo a porre il problema, sperando così di aiutare tanta ingenuità a trovare risposte necessarie prima di provare a candidarsi a tale missione, di cosa sia necessario elaborare, nel proprio inconscio, prima di “fare domanda”. Ad esempio, ai miei superficiali “disoccupati”, suggerisco di chiedersi, oltre “quanto potrò guadagnare”, “cosa” sperano di andare a fare e, soprattutto, “perché”. Partiamo da delle considerazioni legate al “perché” e all’interesse nazionale, elaborate dal giudice Rosario Priore, di cui vi ho, tante volte, dichiarato la mia profonda stima. In una articolata intervista rilasciata e raccolta da  Giovanni Fasanella perché divenisse un libro (Intrigo Internazionale di Giovanni Fasanella e Rosario Priore, edizione Chiarelettere), Priore, a proposito di “interesse nazionale” e “ragion di stato”, ci offre questi stimoli:

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“…Ma che cos’è in realtà la «ragion di stato»? Può darmene una definizione?

La definizione più sintetica ed efficace resta quella dei Romani: la salvezza della Repubblica, la salus rei publicae che genera la legge suprema, ovvero suprema lex esto. Si tratta di una norma metagiuridica che pone a suo fondamento e suo fine un bene che è condizione sine qua non per l’esistenza e la fruizione di tutti gli altri. Del resto, in una recente sentenza della Corte costituzionale, chiamata a pronunciarsi su un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato – tra la presidenza del Consiglio e la magistratura milanese -, si afferma, con estrema chiarezza, proprio questo antico, ma sempre valido principio romano: tutto quanto tocca la salus rei publicae è escluso da qualsiasi sindacato giurisdizionale. 

Però, mi scusi, il concetto di «salute pubblica», in Italia, non è proprio chiarissimo.

Giusto. Perché in Italia appare un concetto molto relativo, di durata effimera, dipende dai regimi e dalle maggioranze politiche. A differenza di quello che succede in altri paesi democratici dell’Occidente. Negli Stati Uniti, per esempio, il concetto di «salute pubblica» dura dalla proclamazione dell’indipendenza. In Francia, Gran Bretagna e Spagna forse da qualche secolo in più, dalla nascita dei rispettivi stati unitari nazionali o di forti confederazioni nazionali.

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Essendo il nostro un paese più giovane, con una struttura statuale più fragile, il concetto di «salute pubblica» è assai più relativo?

Direi addirittura sfuggente. È il segno di un paese incompiuto perché dal 1861 non ha ancora raggiunto gli obiettivi primari di una comunità nazionale, quali la creazione di una classe dirigente omogenea e preparata ad affrontare le realtà del mondo contemporaneo, la saldatura degli interessi economici, una durevole politica estera basata sulle costanti di geopolitica della nostra penisola. In altre parole, siamo ancora tremendamente provinciali. Lo Stato è purtroppo lo specchio di una comunità arretrata che ha sempre ispirato i suoi comportamenti a una moralirà – anzi, amoralità che spesso travalica nell’immoralità e nell’illegalità – di partito, di fazione, di contrada, di «famiglia», di clan anche criminali. Da noi non si comprende il significato di cittadino, tanto meno scorgiamo bons citoyens, come si vedono in tutti i paesi d’Europa e da secoli.

E allora su che cosa si fondano la «ragion di stato» e la nozione di «interesse nazionale» in un paese come il nostro?

È difficile dirlo, perché essendo il nostro un paese giovane, «a recente democrazia», e quindi più immaturo e fragile di altri, e per di più non autosufficiente quanto a risorse, il contenuto del concetto di «interesse nazionale» è determinato dalle necessità economiche (e dai capricci dei detentori delle ricchezze), dagli schieramenti e dalle alleanze sovranazionali. Quindi è un concetto mutevole, soggetto a frequenti variazioni. Di conseguenza, anche quello di «ragion di stato», dal momento che non è altro che la tutela dell’interesse nazionale.

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Ma necessità economiche e alleanze politico-militari, come abbiamo visto, nella storia italiana anche recente sono due elementi molto spesso in conflitto tra loro.

È proprio questo il punto. Qui si determinano le rotte di collisione. La definizione del concetto di «ragion di stato» e di «interesse nazionale», che negli altri paesi – lo ribadisco – è ancorata a costanti storiche geopoliriche e quindi a grandi disegni strategici, da noi dipende dal mutare degli uomini di governo e dalle condizioni politiche del momento. Per cui, spesso, a determinarlo è persino il prevalere di interessi di correnti o di consorterie o di lobby. Quindi il nostro interesse nazionale appare di natura effimera, quasi caduca, tanto da non meritare di essere considerato dalla storia, bensì solo dalle cronache.

Ma nonostante la loro mutevolezza, «ragion di stato» e «interesse nazionale» restano concetti metagiuridici, al di là del diritto?

Certo, sono concetti squisitamente politici e quindi metagiuridici, non deducibili dal corso di un affare giudiziario. Lei si immagina un magistrato nell’esercizio delle sue funzioni che si permettesse di valutare le linee di politica estera, finanziaria e militare del proprio paese? O addiritrura di uno stato estero?

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 Però può farlo quando quelle linee generano reati. O no?

Questo è il punto dolente, che il legislatore dell’ultima riforma dei servizi di informazione, quella entrata in vigore nel 2008, ha tentato di risolvere, elencando una serie di condotte «non punibili» se opera di uomini dei servizi nell’esercizio delle proprie funzioni. Per sua natura, un servizio di informazione agisce, deve agire anche in un ambito di illiceità: sottrarre un documento, falsificarne altri, violare domicili privati, sedi diplomatiche di altri stati, intercettare comunicazioni telefoniche e radio, corrompere fonti a tutti i livelli per ottenere informazioni e via elencando. Sono tutte operazioni «non bagnate», in cui non scorre il sangue, che ogni servizio segreto che si rispetti deve necessariamente eseguire. Ma non dimentichiamo che ci sono paesi occidentali di antica tradizione democratica, più antica e solida della nostra, che ammettono, tra le attività dei propri servizi, anche «operazioni bagnate», in cui è consentito mettere a rischio, in casi estremi, l’incolumità e la vita delle persone.

Fino a qui, Rosario Priore.

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Più modestamente, ribadisco  che, senza aver chiaro il fine ultimo (servire il Paese e non il dio denaro!), è inopportuno avvicinarsi “all’arte del saper dire di no“, ovvero, l’intelligence culturale. Perché, di questo si tratterà (saper dire di no!), nei prossimi anni, nell’ambito della necessaria ricostruzione del Servizio: rinunce, rinunce e ancora rinunce. Un servizio che dobbiamo augurarci, sempre meno segreto, sempre più “intelligente e colto” e, soprattutto, meritocratico. Ma, come diceva quel genio del ministro Tremonti, con la cultura non si fanno i soldi. Per questo, lui, i suoi frequentatori e stretti collaboratori, con i “servizi segreti” si davano da fare, poco per l’interesse nazionale, la ragion di stato e molto per i “cazzi propri”.

Oreste Grani