A proposito del “compleanno” della Polizia di Stato e della guerra civile strisciante che ritengo sia in essere

polizia di stato

 

Oggi è il “compleanno” della Polizia di Stato e voglio rendere omaggio a tutte le donne e gli uomini in servizio che portano il peso della fase storica e dei conflitti sociali che in questo contesto si generano. Mi allontano volutamente dagli ultimi tragedie “imbarazzanti”, figlie tutte di inadeguatezze culturali e di un Paese “senza scuola”, di ogni genere e grado. La Pubblica Istruzione è veramente la nostra permanente “Caporetto” e sono troppo amareggiato per questa sequenza di episodi violenti in cui poliziotti e cittadini continuano ad avvitarsi.

Torniamo sempre lì: che tipo di “reclutamento, selezione, formazione” si debba attuare per chi (donne e uomini) si prepara a divenire professionista in divisa, al servizio dello Stato e per la sicurezza dei cittadini.Il resto sono questioni che esplodono dopo ogni episodio relativo a gravi/gravissimi/mostruosi/naturali/naturalissimi (non giustifico niente e nessuno) comportamenti tenuti dalle “forze dell’ordine” o durante servizio di ordine pubblico o durante ordinario controllo sul territorio. Storie le più diverse, tutte irrisolvibili se non dentro un bagno di indignazione o di ipocrite dichiarazioni. Con l’immagine/testo che pubblico di seguito colgo l’occasione per dire la mia sulle condizioni “ingiuste” (non esiste un “protocollo di intervento” per casi complessi come quelli che continuano ad accadere) in cui operano le Forze dell’Ordine. Soprattutto, prendete atto di cosa pensano i “poliziotti” della classe dirigente politica del Paese.

Tenete conto che Giuseppe Brugnano, quando rilasciava quelle dichiarazioni, era, oltre che “poliziotto”, responsabile dell’Ufficio Stampa del Sindacato Co.I.S.P. ovvero, “Coordinamento per l’indipendenza sindacale delle forze di polizia”. Quelli di Brugnano e di suo figlio, sono stati d’animo legittimi di cui, un Ministro dell’Interno attento a quanto potrebbe, da un momento all’altro, accadere, dovrebbe – doverosamente – tenere conto. Più che esercitare l’arte del non sapere mai bene come siano andate le cose (ad esempio, il passaporto della Shalabayeva era autentico e per questo  la signora non poteva essere espulsa o, la trattativa allo Stadio Olimpico è certamente avvenuta), prima durante o dopo i “conflitti”, Angelino Alfano è bene che si cominci ad immaginare, quando cadrà questo governo, nuovamente a fare l’avvocato. La “guerra civile” tra chi ha troppo (soprattutto senza averne merito), tra chi non è rispettato per il ruolo che svolge nella comunità, tra chi è disperato perché non possiede più nulla (tanto meno un futuro), è dietro l’angolo. Chi pretende di guidare il Paese (e Alfano è uno di questi), ci deve dimostrare, non solo che è cosciente di quanto potrebbe accadere ma che, se dovesse scoppiare una qualche “forma di guerra civile”, negli stadi o fuori di essi, sa esattamente cosa fare. Forse è ora di cominciare a parlare del divario tra ricchi e poveri “prima” che comincino i Mondiali di Calcio. Dopo, anche se li dovessimo vincere, sarà troppo tardi.

Leo Rugens

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