Matteo Renzi prova a scopiazzare (malissimo), 469 giorni dopo, Beppe Grillo sulla “crisi” valoriale del “sindacato”

Chi_lavora_dice_NO

Matteo Renzi prova a scopiazzare (malissimo), 469 giorni dopo, Beppe Grillo sulla “crisi” valoriale del “sindacato”. Venghino signori, venghino: in questa pubblica piazza per la prima volta vedrete un cavallo (Attanasio Cavallo Vanesio Matteo Renzi) che si mette a scimmiottare un umano intelligente (Beppe Grillo).

Il 24 gennaio 2013 (sono passati 469 giorni), Leo Rugens pubblicava un post che le donne e gli uomini onesti devono leggere (o rileggere) e trarne le dovute conseguenze. Prima è prima; dopo è dopo!

IL SINDACALISMO È UNA COSA, BONANNI RAFFAELE UN’ALTRA. È UN NEOCATECUMENALE

Beppe Grillo, quasi sempre, da molti anni, ha ragione come anche  l’UFO Mario Monti, infatti ha cominciato a capire.

Monti, ben consigliato da chi ne sa più di lui di comunicazione politica e di che vento tira in Italia in questo momento David Axelrod consulente inviato dalla Casa Bianca a salvare il salvabile, ha affermato che Grillo, in molte cose ha molto ragione. Poi aggiunge: “Io sono meglio, votate me”.

Anche a noi piace Grillo da molti anni e non ce lo siamo fatto consigliare da nessuno. In particolare ci piace il grande ligure quando dichiara: “La triplice sindacale è responsabile esattamente come i partiti della situazione economica attuale. Dirlo fa scandalo? Affermare che i maggiori sindacati sono allineati ai partiti di riferimento è come gridare “il re è nudo”: lo sanno tutti tranne Gargamella Bersani. I sindacati minori e la Fiom hanno cercato come hanno potuto, sbertucciati, emarginati dai tavoli di discussione, di rappresentare i diritti dei lavoratori che oggi di diritti non ne hanno più. Sono gli unici che si possono salvare. Si può sussurrare che se la difesa dei lavoratori era l’obiettivo della triplice, allora la triplice ha clamorosamente fallito? Oggi rappresenta solo un baraccone, un interlocutore privilegiato dei governi che hanno massacrato la dignità, la sicurezza, i diritti sociali, la salute acquisiti a caro prezzo da lotte che sono durate decenni“.

A conferma di questi giudizi, gli arriva in soccorso il neocatecumenale Raffaele Bonanni, segretario della CISL, che in queste ore si spertica in difesa di Giuseppe Mussari.

Bonanni soccorre l’indifendibile calabrese senza essere suo conterraneo, senza avere le stesse abitudini sessuali, senza avere pari titolo di studio, senza condividere lo stesso dio, senza sapere cosa sia una contrada. Mi chiedo: perché lo puntella?

Le tracce elettroniche indelebili e i conti correnti della CISL nei prossimi tempi ce lo spiegheranno, e non saremmo sorpresi di trovare un conto del Cammino neocatecumenale in qualche filiale del Monte dei Paschi.

Oreste Grani

Boom dei neocatecumenali In Italia 5.000 comunità Bonanni: io canto e suono

di Gian Guido Vecchi

in “Corriere della Sera” del 15 dicembre 2010

Raffaele Bonanni non lo nasconde né lo ostenta. Nel suo ultimo libro intervista («Il tempo della semina») vi dedica sobriamente quattro righe su 142 pagine, quando ricorda d’essere «cresciuto nella fede e nell’esperienza religiosa con grande attenzione alla “Parola”» e spiega che «la lettura e i commenti collettivi di testi biblici fanno parte dei doveri della comunità Cammino neocatecumenale fondata dallo spagnolo Kiko Argüello, di cui faccio parte dal 1987» . Tutto qui, in fondo è una scelta personale della quale ha parlato di rado: tornava da un viaggio in Argentina e sua moglie Teresa, anima gemella «da una vita: lei aveva quattordici anni e io sedici» , propiziò la svolta interiore, «mi disse che dovevo assolutamente conoscere delle persone e mi portò a una celebrazione». Gli piacque, poco ma sicuro: due anni fa, con sprezzo del raffinato orecchio musicale di Benedetto XVI, il leader della Cisl confessava candido a Vittorio Zincone, sul magazine del Corriere, che non avrebbe avuto dubbi tra un canto gregoriano e una bella schitarrata in chiesa, «scherziamo?, messa con chitarra: ogni istante del rito neocatecumenale deve coinvolgerti completamente. Tra l’altro io suono durante le cerimonie. E sono un cantore» . Perché i neocatecumenali sono fatti così. Rimase memorabile la scena notturna in piazza San Pietro, tra l’ 1 e il 2 aprile 2005, mentre una quantità di ragazzi pregava a fior di labbra, i lumi accesi sotto le finestre di Giovanni Paolo II e d’improvviso la veglia silente per il Papa che moriva fu lacerata da sincopi di tamburelli e una raffica d’accordi di chitarra, «il Signore abbatte cavalli e cavalieri!» . Un monsignore non apprezzò l’interpretazione del salmo e accorse per sibilare al gruppetto avvilito: «È stato raccomandato il si-len-zio!». Eppure non si tratta solo di tamburelli e chitarre, per quanto si facciano sentire. Il «cammino» ne ha fatta, di strada. Tutto era cominciato all’inizio degli anni Sessanta, da un giovane pittore diplomato alla Reale Accademia San Fernando di Madrid che non sapeva più che fare, «il mondo aveva per me il sapore della cenere, mi dicevo: perché vivere? Per dipingere? E perché dipingere?». Francisco «Kiko» Argüello — oggi ha quasi 72 anni, ben portati — andò a vivere tra i baraccati di Palomeras Altas, a Madrid, per «fare comunità come la Sacra Famiglia di Nazareth» e «annunciare il Vangelo» . Fu lì che incontrò Carmen Hernández e con lei fondò il «cammino », quattro anni dopo erano già a Roma. L’idea di un itinerario «post battesimale» che riprenda la prassi dei primi cristiani ha dato i suoi frutti: fedeli, nuove vocazioni. In Vaticano sono vicine ai catecumenali personalità come l’arcivescovo Fernando Filoni, numero due della Segreteria di Stato, o il cardinale Paul Cordes. Del resto la progressione è continua, le ultime statistiche elencano una presenza in 197 Paesi nei cinque continenti, 60 seminari e oltre ventimila comunità, più di mezzo milione di aderenti. L’Italia è il primo Paese, cinquemila comunità e oltre centomila persone. E queste sono le stime prudenti. Senza mostrarsi troppo né cercare personalità note: Bonanni è un’eccezione discreta, come un’eccezione fu la partecipazione al Family Day. Il «cammino», tuttavia, non è stato senza ostacoli. Voci, accuse: celebrano la messa il sabato sera e da soli, fanno la comunione seduti con vino e «focacce», seguono riti strani, sono una setta… E la Chiesa li ha tenuti d’occhio: il rischio classico è che i movimenti si chiudano in se stessi. Lo «statuto» neocatecumenale fu approvato «in via sperimentale» nel 2002. Quattro anni più tardi Benedetto XVI raccomandava la «totale sintonia» con «le direttive» della Chiesa. E nel 2008 arrivò il sì definitivo allo statuto, con qualche modifica: la comunione si riceve «in piedi», le messe «sono aperte anche ad altri fedeli», si devono seguire «i libri liturgici del Rito Romano» e «le disposizioni del vescovo» e così via. Tanto per evitare che il «cammino» deragli e insieme custodire l’essenziale della missione di «Kiko» : «Un cristianesimo radicale, pronto a correre il rischio del rifiuto». 

Come avete letto quanto Matteo Renzi ora dice dei sindacati, lo aveva già detto Giuseppe (Beppe) Grillo da Genova. Punto! Il resto sono maldestri tentativi del “figlioccio” di Licio Gelli di scimmiottare il grande comico genovese, lungimirante fondatore del M5S. Per raccattare voti.

Oreste Grani