Primo Greganti è solo un avido mediatore d’affari illeciti o opera, da sempre, al “servizio” di un Paese terzo?

Fiat

Il 5 marzo del 1993, il quotidiano La Repubblica, a pagina 8, pubblicava una notizia che oggi va riletta alla luce di quanto accade intorno agli appalti per l’Expò 2015. Come sicuramente sapete, Milano riuscì ad aggiudicarsi la manifestazione “contro” Smirne (Turchia) grazie ad un intervento “autorevolissimo” (così, si disse all’epoca) di Massimo D’Alema, ex PCI, ex DS ora PD. Io, senza tema di smentite, mi tolgo lo sfizio di affermare che il signor Primo Greganti, in quel di Torino (città importante, come nessun altra, fino alla fine del “secolo scorso” e, vivi gli Agnelli, per gli equilibri politici ed economici del Paese e in particolare del P.C.I.), era figura tutt’uno con personaggi tipo Renato Pollini (già segretario amministrativo nazionale del P.C.I.) e tutta la dirigenza del “Partito” e delle “società import-export” Italia – URSS che facevano capo, senza possibilità di essere autonome in alcun modo, a via delle Botteghe Oscure. Le società di cui parlo spesso tessevano le loro attività all’ombra della Mole e della FIAT versione “Togliattigrad”. Erano interessi economici quelli che si “coltivavano” a Torino, certamente con riflessi politici macroscopici per l’Italia. Forse, a Torino, si tessevano, trame “oscure” (come le Botteghe) ai limiti della Sicurezza Nazionale.

Smettiamola di fare i “fessi” e, partendo da questo importantissimo episodio investigativo (le tangenti per Expò 2015), scoperchiamo le tombe. Giornalisticamente basterebbe andare ad intervistare il “compagno” Giuliano Ferrara e chiedere a lui l’etimologia di questa vicenda. Peccato che non sia più possibile chiederlo a Saverio Vertone o a Diego Novelli perché, sono morti. Ma, non sono morti Piero Fassino e Giusi La Ganga. Oltre a loro, sia pur “mezzo morto”, colpito per una questione minore (la menzogna sulla laurea), sia pur giovane all’epoca (ma non tanto da non essere passato anche lui da Mosca, ospite del Governo sovietico, proprio negli anni in cui era operativo il “compagno Primo Greganti”), del groviglio “bituminoso” della politica torinese dovrebbe addirittura avere un certo ricordo, il “repubblicano” Oscar Giannino. Quello eccentrico, nel vestire.

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È ora di rileggere chi sia stato e, forse, ancora è Primo Greganti. Solo così, a cerchi concentrici, passo dopo passo, capiremo da quanto lontano parte la perdita della nostra sovranità nazionale. I tipi alla Greganti sembrano dei faccendieri ma, in realtà, in troppi, sono stati (o ancora sono) agenti al servizio di altri Stati. Rileggere chi sia veramente il “silente” compagno “G” e perché il P.C.I. (poi P.D.S./D.S./P.D.) non abbia mai voluto chiarire la vicenda del conto “Gabbietta”, potrebbe aiutare la derelitta Italia a capire come è andata la sua travagliata “storia” dal dopoguerra ad oggi. I ruoli, le metodologie operative, le catene di comando, i legami internazionali del “funzionario di partito”, Primo Greganti potrebbero essere uno spaccato rivelatore della morsa “sovranazionale” che, proprio partendo da Torino, con la complicità della Famiglia Agnelli, ha venduto l’Italia, per un piatto di lenticchie. Chi sia in realtà il “compagno” Primo Greganti potrebbe, ad esempio, saperlo Achille Occhetto che ereditò i grovigli societari della Soficom, dell’Italimpex. Parlo di cose che , anche dopo molti anni, potrebbero riguardare il “compagno” Primo Greganti e i suoi doverosi racconti. Ad esempio, esiste un documento Urss (Protocollo II 136/53 del 5 maggio 1974. Classificato: SEGRETISSIMO e, da quelle parti, una classificazione, a quei tempi, era una cosa SERISSIMA) di quando, i tipi alla “G”, erano già iscritti al P.C.I. Con la risoluzione 136/53, il Cremlino dava via libera al finanziamento di un apparato clandestino del PCI fornendo tutta l’assistenza tecnica necessaria alla sua realizzazione.Un nuovo organigramma di agenti di penetrazione; non quello, per intendersi, storico del “dopoguerra”.

A seguito del “Documento/Risoluzione”, 19 militanti italiani furono accolti a Mosca a spese del Cremlino per essere addestrati nelle scuole del KGB. Nove furono preparati alle “questioni dell’approvvigionamento tecnico”.

Nel linguaggio esoterico dell’apparato comunista sovietico, l’espressione comprende l’abc di un’organizzazione clandestina: fabbricazione di documenti falsi (non solo di identità personale  ma in generale “documentazioni”), modi per ricevere o consegnare somme di denaro (ma guarda un po’!), perfino, tecniche dell’abbigliamento. La parte più clamorosa del documento – venuta alla luce nel maggio del 1992 a seguito delle dichiarazioni del vice-premier russo Michail Poltoranin – fu la notizia dei 600 passaporti falsi/veri (500 italiani in bianco, 50 nominali più altri 50 sempre nominali francesi) che avrebbero dovuto garantire la sopravvivenza del gruppo dirigente del PCI in caso di passaggio alla clandestinità. Ripeto: il documento porta la data del 5 maggio 1974. Le Brigate Rosse già si affacciavano e dopo solo 4 anni, veniva ucciso Aldo Moro. Quattro anni, non “quaranta”. Basta continuare a fare i fessi e a credere alle storie “elaborate” a via delle Botteghe Oscure che provarono a descrivere il “compagno” Greganti come un millantatore e “raggiratore” del povero Lorenzo Panzavolta, amministratore, all’epoca della “Calcestruzzi” che versò, per avere appalti Enel, 621 milioni di vecchie lire. Non ho certezza (non era certamente mio compito appurarlo, all’epoca) che Primo Greganti sia stato addestrato a cura del ISTITUTO n° 100, sito presso gli Studi Cinematografici Gorkij, alla periferia nord di Mosca, ma non mi meraviglierei se si scoprisse che lo sia stato. Ancora adesso, sia pur con i segni evidenti di chi, per l’età o per subentrata arroganza, si sente al sicuro, opera come un “agente segreto”. Luoghi degli appuntamenti, modalità per consegnare denaro lo descrivono come un vecchio arnese d’ambiente. Invecchiando male, il “compagno G”, ignora le nuove frontiere delle tecnologie “ambientali”. Ripeto: Primo Greganti, sia pur vecchio e stanco, mi appare, appartenere a “qualcosa” che, sarebbe opportuno, scoprire.

A questo proposito, azzardo anche (e gli amici potrebbero dirmi che mi vado a cercare guai) che, un altro agente di influenza, Ignazio Moncada, stanziale a Torino, pur essendo di origine siciliana, potrebbe dare un contributo significativo a girare pagina su tutto quanto è accaduto in Piemonte, quindi in Italia, negli ultimi quarant’anni. Un agente di influenza (e Ignazio Moncada, potrebbe esserlo) non è un espressione minimamente offensiva. Anzi. E così vorrei che Moncada, che non mi conosce, la interpretasse. Un agente di influenza (deve avere, tra l’altro, conoscenze antropologiche, religiose, sociali, ideologiche)  è colui che, lavorando (legittimamente) alle dipendenze di un servizio di intelligence, cerca di influenzare una realtà politica o sociale a favore dell’agenzia per la quale opera. Torino e il Piemonte, devono essere capiti, nella loro complessità e influenza sul resto delle vicende italiane, approfittando di questa occasione. Ci vogliono le giuste capacità interpretative degli esperti alla Moncada. Altro che Arezzo, Siena e la Toscana di Loris Verdini. Stiamo parlando dell’Italia della FIAT, del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, della Famiglia Reviglio della Veneria, delle Brigate Rosse, dei “quarantamila” che marciano, dei Roberto Marmugi che vanno avanti e indietro tra l’Italia e l’URSS, del “Salone del Libro”, dei Giuliano Ferrara, dei Guido Cappelloni che ricevevano “milioni di dollari (1976!) oltre a quelli relativi a società controllate dal PCI (le attività spaziavano dall’importazione di petrolio sovietico alla ricostruzione – santa edilizia – di alberghi  direttamente in Unione Sovietica), di Potere Operaio, di Lotta Continua, di Prima Linea, della FATA che realizza, per miliardi/milioni di lire/rubli/dollari i sistemi di automazione nelle fabbriche a Togliattigrad, dei Giuseppe Quagliotti, dei Biffi-Gentili, della Fata (ancora lei) che riesce ad aprire uffici a Teheran (all’epoca, sotto embargo) nonostante sia un’azienda, proprio in quel periodo, associata con la Zust Ambrosetti per il trasporto di pezzi di ricambio di aerei militari da caccia (italiani), dei Gustavo Roll, dei mille e mille Camurri Edmondo, o del “graziato” dal Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, “compagno” Dimitriev Victor. Perché, a Torino, succedeva anche questo. E non a Berlino. Torniamo al “compagno” Primo Greganti.

In questi anni di “reciproci silenzi” (tra lui e il mondo “comunista”) ha, evidentemente, organizzato il suo “sostentamento”, proteggendo, se stesso e le proprie attività illecite, con un “effetto alone” che gli derivava dalle modalità omertose (bolsceviche?) con cui si era risolta la questione della “tangentopoli rossa”. Per capire cosa accade oggi in un’Italia, paese ancora, da allora, senza sovranità, si deve interrogare, a fondo, con pazienza investigativa, senza atteggiamenti superficiali o riduttivi, il “compagno” Primo Greganti. Che dica, finalmente, alla Repubblica Italiana, ciò che, a suo tempo, non volle dire.

Leo Rugens