Filippo Caleri e la “Macchina del Tempo” brevettata Leo Rugens

Debacle

Oggi scrivo un post dedicato al giornalista Filippo Caleri. Con la tradizionale sfrontatezza, non solo glielo mando in copia ma, pubblico, sul blog, di averglielo mandato. Non si potrà dire che l’ombra elettronica non si stagli con chiarezza.

Filippo Caleri è un consolidato giornalista (in realtà, beato lui, è ancora giovane) che spesso interviene, da una testata giornalistica “minore” quale sembra essere Il Tempo di Roma, su argomenti e inchieste di grande spessore. E lo fa sempre, coraggiosamente, con un atteggiamento libero da stereotipi e luoghi comuni. In queste ore, ad esempio, Caleri, avendo avuto l’opportunità di consultare un report (in realtà sono stati più di uno) della nostra intelligence, a proposito della gravissima situazione che si addensava intorno al “trogolo dell’EXPO 2015”, dedica una intera pagina del giornale per cui scrive proprio all’allarme inascoltato della nostra intelligence (vedi articolo in fondo al post). Dando, così, a Cesare quel che è di Cesare.
Questa volta, è giusto ribadirlo, la “politica” era stata avvertita, in tutti i modi e Filippo Caleri ci tiene a ricordarlo. Anch’io, nella semplicità di Leo Rugens, mi unisco alla sottolineatura su chi ha a fatto cosa e su chi non ne ha tenuto conto. Riproduco l’articolo ricordando alla rete (a proposito di attendibilità delle fonti) che fu proprio Filippo Caleri che, nelle ore in cui tragicamente moriva Adamo Bove, segnalava, con un documentato articolo, le complessità retrostanti il problema delle intercettazioni telefoniche e degli interessi accertati, nel settore di tali tecnologie, della piemontese Finanziaria CO.FI.TO, bene giuridico dei “Segre”, da sempre famiglia amica e socia di capitale dell’Ing. Carlo De Benedetti.

La guerra segreta De Benedetti-Tronchetti Provera

di Filippo Caleri, Il Tempo 29.7.06

Le intercettazioni telefoniche oltre che generare veleni, sospetti e intrighi possono essere anche un buon business.

Ci sono centinaia di aziende che in Italia se ne occupano per conto delle Procure italiane e che si spartiscono una torta di circa 300 milioni di euro. Nel 2003, però, un’azienda, la Monitoring Italia srl propose al ministro della Giustizia, Roberto Castelli, l’idea di un sistema unico per tutti i palazzi di giustizia. Una soluzione che consentiva di applicare tecnologie standardizzate e dunque più economiche per il bilancio dello Stato. Il progetto andò avanti e la Monitoring vinse anche due appalti in materia nei tribunali di Campobasso e di Catanzaro con l’apporto logistico della Telecom Italia. Una partecipazione che l’ex monopolista ha smentito. Ma, secondo quanto risulta a Il Tempo, il business, quello della partnership solo tecnologica nel settore, il gruppo guidato da Marco Tronchetti Provera lo aveva messo nel conto. Allora il comparto era sicuramente uno dei tanti rami d’affari da utilizzare per fare profitti e non era neppure lontanamente inquinato dai veleni che lo attraversano questi giorni. Poi all’improvviso il dietro front. La Telecom Italia mollò tutto. Ripose nel cassetto le velleità di partecipare a qualsivoglia progetto nel settore. Una scelta strategica sicuramente legittima, ma senza un motivo apparentemente valido. Le spiegazioni possono rimanere solo nel campo delle illazioni. Forse la considerazione dei troppi rischi da affrontare nella gestione di un affare in cui, come la storia successiva dimostra, sono troppi gli interessi da assecondare. La saggezza probabilmente consigliò di chiudere tutto, così come chiaramente raccontato in un articolo del Sole 24 Ore del 20 luglio scorso in cui si legge testualmente: «Al momento di stringere, però, il progetto fu bloccato. Troppo rischioso buttarsi in quel settore». Ma è in quel momento che la storia della Monitoring srl continua. Sì perché il proprietario della Monitoring srl – l’imprenditore lombardo Marco Traverso – cedette successivamente una parte della quota societaria, il 20%, alla Cofito, la Compagnia finanziaria torinese. Una semplice cessione di azioni per avere l’appoggio di un istituto finanziario forte alle spalle. La stessa Cofito è, infatti, la principale azionista della Banca Intermobiliare, un istituto di credito torinese nel cui capitale sociale figurano oltre alla Cofito stessa, anche nomi illustri della finanza e dell’imprenditoria italiana. Come Luca Cordero di Montezemolo che ne possiede una quota del 2%, ma anche il gruppo Pininfarina, la Premafin dei Ligresti e la Cofide spa, l’acronimo di Compagnia Finanziaria De Benedetti. Il proprietario del gruppo editoriale L’Espresso, tra l’altro, è direttamente cointeressato nella gestione della banca visto che figura tra i componenti del consiglio di amministrazione. Insomma le intercettazioni telefoniche, uno dei principali motivi che in questi giorni d’estate crea tensioni e disagi in molte delle partite politiche e finanziarie ancora aperte, uscite dalla porta di Telecom hanno fatto capolino negli interessi dell’Ingegnere.

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Filippo Caleri fu il primo giornalista italiano a fare, opportunamente, il nome di Mario Traverso e della Monitoring Italia Srl (alias Carro Srl) come persone e luoghi giuridici “nodali” nella questione (ancora irrisolta nella sua interezza) relativa al così detto scandalo delle intercettazioni telefoniche (TELECOM) mentre altri professionisti (Gomez, Rinaldi…) proprio del Gruppo editoriale “De Benedetti” (La Repubblica, L’Espresso), in perfetta buona fede, indirizzavano i lettori verso racconti fuorvianti la sostanza della complessa vicenda, perdendosi dietro nomi di fantasia quali “Super Amanda” o responsabilità complottistiche dei troppo semplici “Giuliano Tavaroli” ed altri. Così facendo (mi riferisco a Gomez e colleghi) allontanando forse per sempre la comprensione delle reali responsabilità e di quale groviglio bituminoso fosse sottostante al progetto di un “sistema centralizzato per le intercettazioni telefoniche denominato Enigma”. “Enigma” e non, gentile Peter Gomez, “Super Amanda”, sistema che, non è mai esistito neanche come nome in codice. Così facendo e utilizzando un nome di fantasia (chissà cosa pensa di un tale “Doppio Livello” la specialista di cose complesse, Stefania Limiti?) allontanando di fatto, involontariamente, la necessaria verità su un terreno che, ancora oggi (forse, addirittura, popolato dagli stessi protagonisti di quei giorni), è, all’ordine del giorno (fra le tante gatte da pelare), sul tavolo, a Via Arenula, di chi di dovere. Comunque, grazie ancora a Filippo Caleri per aver provato, rischiando (come vedi, non dimentichiamo nulla), in quegli anni difficili, a fare luce su… Mario Traverso, Marcello Antonello Caruti, Edmondo Monda, Alberto Dell’Utri (chi si rivede!), Carmelo Sparacino detto Manuel, la CarroSrl (alias Monitoring Italia) e le “quote societarie” passate, da alcuni di loro, alla CO.FI.TO. SPA, bene della già citata Famiglia Segre.
Un grazie ulteriore, oggi, per porre, in ore altrettanto difficili per la vita della Repubblica, con serietà, il problema della comprensione di cosa, di positivo, cominciano a fare l’AISE e l’AISI per la sicurezza degli Italiani.

Todo cambia. O meglio, così voglio continuare a credere fino all’ultimo giorno della mia vita.
Oreste Grani

mis

Expo, l’allarme inascoltato della nostra intelligence

L’intelligence italiana non era rimasta alla finestra sulla gestione di Expo 2015, l’esposizione universale dedicata alla nutrizione che aprirà i battenti a Milano tra meno di un anno. In un report che Il Tempo ha potuto consultare, infatti, erano state messe in evidenza già un anno fa le «storture» (testuale ndr) dei meccanismi di governo e di controllo dell’intero evento, a causa delle ingerenze della politica nelle decisioni amministrative degli addetti ai lavori. Una pressione che si è tradotta in una divisione di aree di influenza tra soggetti pubblici, Regione e Comune di Milano in primis, «che hanno fatto scelte imprenditoriali e nomine non basate sulla logica del risultato e del merito bensì su quella della fedeltà e del tornaconto».

IL PRIMO ALLARME

Un «sos» reiterato quello dei servizi italiani. Già in un dossier del giugno 2013, dunque quasi un anno fa rispetto alle inchieste di questi giorni, era stato messo in evidenza come uno dei principali collaboratori dell’ad Luigi Sala, Angelo Paris, (arrestato qualche giorno fa dalla Procura di Milano) non era in possesso di adeguata esperienza nel settore e perciò non idoneo a gestire processi complessi come quello relativo all’evento di Milano. Della sua inidoneità se n’era accorto anche lo stesso Sala che aveva manifestato l’intenzione di chiederne la sostituzione.

SETTEMBRE 2013

Anche in un secondo rapporto, qualche mese dopo, l’occhio dell’intelligence aveva messo a fuoco una serie di criticità sui soggetti cardine per la realizzazione delle opere. In particolare era stato segnalato che i responsabili della Infrastrutture lombarde Spa avevano suggerito alla stazione appaltante Expo spa alcuni correttivi. Tra questi la sostituzione del responsabile unico del procedimento (la figura individuata dal codice degli appalti per garantire la regolarità delle gare) a quel tempo l’ingegnere Carlo Chiesa proprio con Angelo Paris. Un cambio motivato con la necessità di avere un soggetto «più disponibile ad assumere adeguate decisioni in tempi compatibili con le necessità operative» benché privo di adeguata esperienza in materia. Insomma – secondo il ragionamento degli 007 – meno puntiglioso del rispetto delle procedure. Insieme a questo, i servizi avevano anche messo in evidenza la mancanza di esperienza del management di Expo nel gestire il ruolo di stazione appaltante e l’architettura troppo orizzontale delle varie direzioni in cui è articolato che non consente una gestione efficiente delle decisioni.

MANAGER INADEGUATI

L’analisi degli 007 si è prolungata anche agli inizi di quest’anno. In un rapporto del gennaio 2014 avevano, infatti, segnalato che il modello organizzativo adottato per l’Expo era molto vulnerabile, così come concepito, rispetto alla possibile inadeguatezza del management. Segnalata anche la situazione di tensione, non propizia alla prosecuzione dei lavori, che si era intanto creata tra Antonio Rognoni, dimissionario dal ruolo di dg di Infrastrutture lombarde, e l’entourage del presidente della regione Lombardia.

L’EMERGENZA

La situazione attuale tra ritardi e crisi economica non favorisce di certo la normale prosecuzione di Expo. La necessità di fare presto, per recuperare il tempo necessario al completamento delle opere, e dunque l’ovvio ricorso a interventi di emergenza può aprire, infatti, le porte «all’infiltrazione criminale, alla corruzione e alla sicurezza dei sistemi strategici» spiegano gli 007 nella loro relazione. Che indicano la potenziale soluzione correttiva nel coordinamento dei controlli, per farli diventare più efficaci e sistemici, evitando dunque interventi polverizzati che spesso creano solo ulteriori ritardi.

LE CRITICITÀ

Le cose per Expo continuano a non essere semplici. I servizi italiani puntualizzano le difficoltà che permangono. Tra queste la mancanza a oggi, nonostante l’annuncio del governo, di una struttura che consenta un agevole rapporto con l’esecutivo. La task force annunciata ancora non c’è.

Tra le criticità restano, poi, le conseguenze sul rispetto dei tempi di consegna delle indagini in corso e degli arresti effettuati lo scorso 7 maggio. Oltre alla difficoltà di coordinamento tra i diversi attori coinvolti in un sistema sempre più complesso che potrebbero mettere a dura prova il management di Expo.

I PAESI OSPITI

Tra gli elementi che rischiano di far collassare l’evento c’è anche, secondo il rapporto dei servizi, un’inerzia «sospetta» da parte di molti paesi partecipanti. Tra questi ben cinque (Arabia Saudita, India, Ucraina, Turchia e Olanda) sarebbero intenzionati a ritirarsi dalla manifestazione. Un gesto che potrebbe innescare fenomeni di emulazione e inficiarne la buona riuscita. Non è una boutade perché fino a oggi solo 27 paesi dei 62 partecipanti hanno presentato un progetto preliminare. Nel dettaglio mentre il «no» dell’Arabia Saudita starebbe rientrando, sono le «incomprensioni diplomatiche» a motivare quello di India, Turchia e Arabia Saudita, le «criticità interne» per l’Ucraina e lo «scarso interesse» per l’Olanda.

FONDI INCERTI

A minare l’equilibrio della macchina Expo sono anche le incertezze su alcune fonti di finanziamento. In particolare, aggiunge il dossier, sarebbe ancora indeterminato un contributo di 60 milioni da parte della provincia di Milano, comunque garantito dal Governo, e altri 60 promessi dalla Camera di Commercio di Milano che avrebbe dovuto erogarli come corrispettivo dell’acquisizione di Palazzo Italia. L’ente rifiuterebbe il pagamento per un’ipoteca che graverebbe sul terreno edificato messo a garanzia dei fidi bancari a suo tempo ottenuti dalla società di gestione e richiederebbe differenti garanzie.

CONTROLLI E MOSCHEA

Situazione critica anche per le troppe ispezioni non coordinate degli operatori di Polizia e degli organi ispettivi sui cantieri che rallentano e a volte bloccano i lavori generando dinamiche incompatibili con la continuità necessaria a garantire i tempi prestabiliti. Ultimo aspetto segnalato a margine anche la questione della costruzione della moschea di Milano la cui apertura è richiesta dalle associazioni islamiche in contemporanea con l’avvio di Expo.

Filippo Caleri, Il Tempo, 15.5.1