È sempre stato difficile, nello spionaggio, individuare i doppiogiochisti. Figurarsi in Italia dove, in troppi, si dilettano in questo sport

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Tengo a precisare, ai pochi e attenti lettori del blog che, quando insinuo che alcuni comportamenti gravemente lesivi degli interessi nazionali tenuti da componenti della  classe dirigente italiana potrebbero celare moventi più complessi di quelli che si vogliono far credere   (il tale è un corrotto, il talaltro è un corruttore), non voglio spargere benzina sul fuoco ma, banalmente, provo a non dimenticare cose studiate, relative al mondo dei doppiogiochisti e di come siano capaci di agire nell’ambito di strategie d’intelligence altamente sofisticate.

Quelle che, per intendersi, mettono in atto quasi tutti i paesi del mondo, tranne il nostro. A proposito di meccanismi mentali e operativi concepiti per indurre “il nemico” in errore e di questo errore approfittare per sopraffarlo, recupero un esempio storico tra i più illuminanti di come sia difficile, anche ad una analisi approfondita, capire quante siano le “bamboline” contenute nella matrioska madre e, soprattutto, cosa contenga, in segreto, l’ultima.

Mi è utile usare questo esempio preso dalla guerra tedesco-russa, parte della Seconda Guerra mondiale che in quel momento si combatteva, perché un mare di cretini, in questi giorni, evocano, a proposito di Beppe Grillo e del suo agire politico, Giuseppe Stalin e Adolf Hitler. Leggete e vedrete che Grillo quando dice che i tedeschi (quelli non nostalgici del nazismo), devono essere grati ai russi, al loro coraggio estremo nel combattimento e alla loro raffinata cultura dell’intelligence, non si sbaglia.

Quello che segue è il racconto della “Operazione Monastero” che fino a pochi anni addietro è rimasta incompresa nella sua complessità e  nella ultima verità che nascondeva: chi aveva fatto cosa e chi non aveva capito niente, ancora dopo cinquanta anni.

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«L’operazione MONASTERO ideata da Mosca nell’agosto 1941 – un paio di mesi dopo il sorprendente attacco di Hitler è stata condotta congiuntamente con l’NKVD, la polizia politica e il controspionaggio e con il GRU, lo spionaggio militare, al fine di penetrare la rete degli agenti segreti pro-tedeschi dell’Abwehr operanti in Unione Sovietica. La mente responsabile dell’iniziativa è Pavel Sudoplatov, famosa super-spia, che, nelle sue memorie pubblicate alla fine degli anni ’90 del secolo scorso, racconterà i fatti.

L’obiettivo di Monastery è quello di creare una struttura di finti oppositori al regime sovietico, reclutati, principalmente tra i sopravvissuti dell’antica nobiltà russa travolta dalla Rivoluzione d’Ottobre. Nonostante le terribili purghe di vent’anni prima,  diverse famiglie dell’aristocrazia zarista, in effetti, sono riuscite in qualche modo a mimetizzarsi nella nuova società socialista. Ed è proprio verso tali ambienti che Sudoplatov rivolge la sua attenzione. La ricerca non sarà lunga. Viene individuato un certo Glebov abitante nell’ex monastero (da qui probabilmente il nome dell’operazione) della città di Novodevichy. Glebov si dichiara disponibile, facendo tuttavia presente che, in considerazione della sua età avanzata, potrà svolgere solo un ruolo di influenza, agitando una certa atmosfera di opposizione al regime. Più di tanto non potrà fare. Il ruolo operativo della missione allora viene assegnato a un altro discendente di antica famiglia nobile, giovane e prestante, già membro dell’NKVD: Alexander Demyanov, nome in codice “Max“. Glebov, il politico, e Max, l’operativo, lavoreranno molto bene insieme.

Il compito principale di Demyanov è di infiltrarsi nelle linee tedesche e di proporre al nemico la collaborazione di una pretesa organizzazione filo-tedesca, il Prestol, in vista di un governo provvisorio da costituire non appena i territori occupati dalla Wehrmacht saranno abbastanza estesi.

Così nel dicembre di quell’anno, Demyanov/Max passa all’azione. Dopo una lunghissima marcia sugli sci, si trova dall’altra parte del fronte nelle vesti di disertore dell’Armata Rossa, rappresentante di un gruppo favorevole ai nazisti.

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Naturalmente Max subisce tutti i controlli del caso. Sottoposto a lunghi e serrati interrogatori, l’infiltrato se la cava benissimo, rispondendo sempre a tono, con argomenti solidi e con convincente sicurezza. Capisce tuttavia subito che ai nazisti non importa molto delle sue motivazioni ideologiche né dei suoi piani di futura collaborazione politica. Allo spionaggio nazista interessa, come priorità, trovare elementi idonei a “preparare” il terreno a Mosca, in vista dell’immancabile arrivo delle truppe tedesche. Max giunge a proposito. L’NKVD non poteva sperare di meglio. Un loro uomo viene incaricato di organizzare una rete di spie in favore dell’occupazione nazista! Quale migliore occasione per eliminarle tutte, via via che verranno individuate o reclutate. Demyanov così, secondo i piani dell’intelligence tedesca, viene segretamente paracadutato nei pressi di Mosca nel 1942. Ristabilisce i contatti con la Centrale operativa e tutti gli agenti pro-tedeschi che vengono in contatto con lui vengono imprigionati, uccisi o cooptati. Nello stesso tempo si impegna nella disinformazione attiva, fornendo ai nazisti notizie false e fuorvianti. I tedeschi sono assolutamente convinti di averlo dalla loro parte: tanto convinti che nel 1971 (molto prima quindi delle rivelazioni di Sudoplatov) Reinhard Gehlen, altro responsabile dei servizi segreti nazisti, nel suo libro Il Servizio. Ricordi, rende omaggio al prezioso contributo dato da Max!

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Demyanov sarà estremamente produttivo per tutto il tempo del conflitto e arrecherà notevoli danni alle forze armate tedesche. Nel 1944, per esempio, mette a punto un’altra operazione di intossicazione informativa. Lascia intendere che una brigata tedesca sta per essere sopraffatta nella regione della Beresina, in Bielorussia. In realtà la brigata tedesca è già stata catturata e i suoi ufficiali costretti con la forza a collaborare per la predisposizione dell’inganno. I rinforzi aerei e terrestri partono immediatamente in aiuto dei camerati assediati e cadono senza scampo nella trappola tesa dall’Armata Rossa. Demyanov è così “produttivo” che lo stesso Secret Service inglese (in quel periodo Londra e Mosca sono alleate) si sente in dovere di allertare i colleghi sovietici dell’esistenza di una “talpa”, che fornisce notizie preziose ai nazisti sulle operazioni militari in Unione Sovietica. Non sospettano certo che si tratta di una talpa fabbricata dallo stesso Sudoplatov, uno splendido doppiogiochista, una delle più temibili spie sovietiche, protagonista assoluto dell’operazione monastero.» 

Oreste Grani