Saviano, un’occasione mancata o forse no

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Il prof. Federico Varese, oltre a insegnare criminologia a Oxford, essere autore di saggi sul crimine organizzato ed essere consulente di John Le Carré, in due articoli su La Stampa si è dedicato a Roberto Saviano.

Il primo fu una recensione poco benevola di “Zero Zero Zero” Più romanzo che documento, il secondo I tormenti (e le distrazioni) di Saviano, una riflessione pacata e molto critica riguardo la gestione politica e culturale del giovane scrittore.

Scrive  Varese ne I tormenti:

Nel 2006, Saviano pubblicò un libro imperfetto ma illuminante [Gomorra, ndr], che parlava ad un pubblico che io e i miei colleghi non avremmo mai raggiunto. L’autore non svelava episodi ignoti, ma con le armi della letteratura raccontava la storia di un giovane che cresce in un mondo con i valori rovesciati, dove il lavoro, il merito, la giustizia e l’amore lasciano il passo al sopruso, alla violenza, ai rapporti mercenari e alla morte. Pur avendo un’esperienza limitata del mondo, Saviano era l’erede di una grande cultura minoritaria in Italia, che annoverava i classici del Gulag sovietico (Evgeniya Ginzburg, Shalamov e Herling), il romanzo civile di Albert Camus e George Orwell, e la tradizione del non-fiction novel inaugurata da Truman Capote. La sua formazione (come la mia) doveva molto all’insegnamento di Goffredo Fofi e alla frequentazione dei giovani riuniti intorno alle riviste Linea d’Ombra e Lo Straniero. Finalmente era comparso sulla scena letteraria uno scrittore libero.

Poi è successo qualcosa. Le minacce di morte da parte della Camorra e il successo mondiale del libro hanno spinto una fetta consistente del sistema politico-mediatico italiano a fare di Saviano un’icona. Solo un paese che non ha intenzione di combattere seriamente la mafia si inventa questi miti. Ricordo ancora quando pareva che lo scrittore dovesse diventare il leader del partito democratico e ogni politico di sinistra si faceva fotografare con lui. Chi, come me, ha osservato questa trasformazione da lontano non poteva non notare la superficialità delle classi dirigenti italiane. Un ceto politico delegittimato, autoreferenziale e non disposto a farsi da parte investiva Saviano di un ruolo salvifico, buono per una o due elezioni. In quegli anni si è allestito un circo mediatico dove la rappresentazione del Male era troppo superficiale per produrre una trasformazione duratura. Una volta finito lo spettacolo, non è mai iniziato il duro e ingrato lavoro sul campo. Del resto, quel protagonista non poteva avere tutte le risposte e tutti gli strumenti. L’autore di Gomorra è diventato così una celebrity, vittima di quel vizio tutto italiano di non fare mai il proprio mestiere fino in fondo. Oggi non sappiamo più se Roberto sia uno scrittore, un presentatore televisivo, un politico in pectore, un giornalista oppure la vittima della mafia.

Leggere queste parole alla luce del pentimento di Iovine (presagito da Saviano stesso) e del terremoto politico che lascia presagire, conferma la gravità della parole dello studioso, nonché induce a pensare che le “classi dirigenti” oltre al crimine organizzato avessero compreso molto bene la pericolosità di Gomorra, agendo di conseguenza: le prime “spettacolarizzando”, i secondi “minacciando”. È nostra opinione che il lavoro di Saviano abbia avuto – o avrebbe dovuto avere – un ruolo nella scelta del boss o, quantomeno che, accendendo i riflettori sul territorio, abbia condizionato la politica criminale, favorito l’azione di contrasto delle forze di polizia… o forse no.

Non c’è dubbio che la strada da percorrere verso la legalità sia ancora molto lunga e difficile, ma siamo certi che l’unica possibilità perché il paese e le sue classi dirigenti imparino a fare “il proprio mestiere fino in fondo” risieda nella formazione e selezione delle suddette, sulla base del merito, ovviamente, non del grado di parentela.

La redazione