In Iraq finisce veramente male

iraq-attentato-suicida

Che fine hanno fatto tutti i sacrifici/investimenti che come Paese abbiamo fatto partecipando alla guerra in Iraq? Dov’era e dove oggi si trova una qualche ratio in tutta la vicenda? Possibile che recuperando i verbali delle sedute parlamentari non possiamo chiamare a rispondere al Paese la banda di incompetenti, filodiretti che pontificavano su quelle vicende “lontane”? Possibile che, invece di provare a capire le conseguenze che ci saranno in quelle vicende apparentemente lontane dalla nostra tranquilla (!) esistenza ci siano altre teste di cazzo nelle istituzioni che in queste ore provano a spostare l’attenzione degli esangui italiani sulla responsabilità dell’agire ingiusto dei magistrati rimuovendo completamente le gravissime colpe implicite negli errori di quelle scelte geo politiche? Mentre ci raggiungono le informazioni del disastro umano culturale economico in corso in Iraq, possibile che non ci sia modo di chiamare qualche deputato, qualche senatore, qualche ex Ministro della Difesa, qualche ex Ministro degli Esteri, qualche strapagato vertice delle forze Armate, qualche strapagatissimo ex Sismi a rispondere del “danno erariale” del averci trascinato in una guerra che era certo che sarebbe finita nella non fine in cui è finita ? In data 21 gennaio 2013 postavamo l’articolo:


COSA SIAMO ANDATI A FARE IN IRAQ SE NON PORTIAMO A CASA UNA GOCCIA DI OLIO?

Iraq, 1909, foto di Gertrude Bell

Perché riporto in fondo al post l’articolo “Eni, corsa a ostacoli in Iraq per estrarre il petrolio e il gas” dell’1.11.12?

Semplice, perché il silenzio che circonda i fatti riportati danno la dimensione reale della misera (di contenuti) campagna elettorale svolta dal PD e del PDL, senza dimenticare la Lista di Mario Monti.

L’articolo in sintesi evidenzia le difficoltà o impossibilità di operare nel sud dell’Iraq da parte dell’Eni e delle principali compagnie petrolifere straniere (con l’eccezione di quelle russe e cinesi).

Ebbene, cosa hanno da dire i candidati premier in proposito?

Perché Michele Santoro si trastulla con Berlusconi invece di chiedergli conto del perché abbia mandato a morire i nostri soldati in Iraq?

Perché Lucia Annunziata scatena il ringhioso Sallusti contro il perbene Antonio Ingroia invece di chiedere dalle colonne del suo “Huffington” cosa siamo andati a fare in Iraq?

Perché non sento mai pronunciare il nome di Paolo Scaroni, che per le sue parole fu sorpreso dalla caduta di Gheddafi, da coloro i quali intendono governare il Paese?

Per chi e per che cosa sono morti i valorosi carabinieri a Nassirya se oggi, a guerra finita, non si può estrarre una goccia di “olio” da qulle parti?

Perché si tace su tutti i temi strategici per il Paese?

Attendo risposte.

Dionisia

Iraq, 1909, foto di Gertrude Bell

Iraq, 1909, foto di Gertrude Bell

Eni, corsa a ostacoli in Iraq per estrarre il petrolio e il gas

Sfida ricca ma dannata quella dell’Eni in Iraq. Crescono le riserve accertate di petrolio e gas. E si tratta di idrocarburi “facili” da tirar su, ormai merce rara nei pianeta. Ma l’intrico tra la burocrazia, l’incognita politico- amministrativa e i ritardi nei ripristinare e potenziare le infrastrutture dilaniate dalla guerra rischia di frenare non poco i programmi di espansione in quello che «rappresenta, almeno nelle potenzialità, il nuovo Eldorado degli idrocarburi».
Scenario un po’ sconcertante quello tracciato dal numero uno dell’Eni Paolo Scaroni insieme al capoeconomista dell’Agenzia Internazionale per l’Energia, Fatih Birol, e dal nostro ministro degli Esteri Giulio Terzi.
Iraq sempre più ricco di risorse, sempre più ostico per lo sfruttamento. E così Scaroni tira, visibilmente, il freno. L’Eni non ridimensionerà (almeno per ora) l’attività già pianificata ad esempio nei campi di Zubair, dove è capofila in un consorzio con il 32,8%. Investimenti immensi e confermati: 18 miliardi di dollari, tra i 4 e i 5 già spesi per incamerare le quote di greggio che derivano dai contratti di buyback. «Portando la produzione da 250mila a un milione di barili al giorno». Uno «sforzo titanico» che doveva proiettare l’Eni verso ulteriori impegni, ma che «non sembra corrispondere alle nostre aspettative» tant’è che «il nostro entusiasmo si è affievolito».
«Tre le ragioni per cui sono un po’ perplesso. C’è una burocrazia che ci impone 17 livelli autorizzativi, francamente troppi anche per chi è abituato alle difficoltà» rimarca Scaroni riferendosi implicitamente alla nostra attività petrolifera casalinga. C’è «il limite delle infrastrutture che ostacola la spedizione del greggio». C’è l’incognita politica: un macigno nelle capacità di programmare attività con un orizzonte temporale e con una pianificazione finanziaria necessariamente lunga.
Prospettive? «Cosa faremo non lo so. Offerte per West Kurna, che è a 10 chilometri da Zubair, o Nassirya che è un campo cui guardiamo con interesse dal ’95, sarebbero state ovvie. Ci stiamo però chiedendo se è davvero possibile aumentare l’impegno in un paese che si è rivelato più complesso di quello che immaginavamo».
Governo locale più collaborativo? «Se altri operatori, come Exxon e Chevron, decidono di lasciare il sud dell’Iraq per andare in Kurdistan, questo è un segnale che il governo iracheno non deve sottovalutare e che mi auguro coglierà».
Peccato, perché questa gigantesca sfida ad ostacoli riguarda un paese dal «petrolio facile, con pozzi generosissimi» dove «se uno si impegna i risultati sono fenomenali» e ciò suggerirebbe di dissodare gli intralci con un’«urgenza che sarebbe utile a tutti e anche al Paese». Lo testimoniano le stime diffuse dallo stratega dell’Aie, Fatih Birol. L’Iraq adesso restituisce circa 3 milioni di barili. Un raddoppio al 2020, e anche più, sarebbe un gioco da ragazzi. 

Fonte: Sole 24 ore 1.11.12


Ci dite perché noi che non siamo tutto quello che voi siete, noi che non eravamo tutto quello che voi eravate, sin dall’epoca, sapevamo come andava a finire e voi, che siete i veri corrensponsabili dei nostri caduti (per Dio, sono morti, i morti di Nassyria, le vedove sono vedove e gli orfani sono orfani) ora dovete banalmente essere lasciati liberi di non rispondere di tanta sofferenza e danno?

La verità che in questo paese se non ci sbarazziamo, quanto prima, di Giuseppe Grillo da Genova, del “tipo strano” Casaleggio e del suo copricapo, dei troppo onesti cittadini organizzati dentro il M5S, dei magistrati che pretendono di arrestare i ladri di Stato, tutto sarà vano e il carburante aumenterà di prezzo vanificando ogni sforzo di buon governo come, tapini, sanno i tanti Giuseppe Mussari che, avendo preso ispirazione dall’opera pittorica del Lorenzetti fanno del loro meglio a Siena e nel resto dell’Italia.  Se non troviamo la soluzione per rimettere in libertà Marcello Dell’Utri, e quell’incapace a rubare di Claudio Scajola, tutto sarà perduto. Se non riusciamo a far capire agli italiani che il PD infarcito di ladri mazzetati, non è il PD degli onesti renziani, la Repubblica è perduta La politica estera è in salde mani come le incursioni in Vietnam, Cina, Kazakistan, effettuate in queste ore, testimoniano. Il burattino ha fatto tutto quello che serviva che facesse per soddisfare le trame di Giancarlo Elia Valori, Romano Prodi, Tony Blair (che minchia c’entrava?) e Michael Ledeen. “Fai questo, fai quello”, diceva Lucy al povero Charlie Brown. Ma erano le esilaranti strisce di Linus! Il problema di questo  Paese sono le questioni sorte a Parma dopo l’elezione del Sindaco a “cinque Stelle”, Pizzarotti: inceneritore si, inceneritore no. Inceneritore si, dico io,in dissenso da Giuseppe Grillo, per cominciare ad ardere, vivi, i responsabili di tanto scempio.

Leo Rugens