Oggi è il 24 giugno, festa di san Giovanni Battista, unico santo della Chiesa di cui si festeggia la nascita e non la morte

Giovanni

Pubblico un forbito scritto che ritrovo nel mio database, non firmato, ma ritengo attribuibile all’amico Pompeo De Angelis e dedicato alla ricorrenza odierna. Mi sembra proprio farina del suo sacco e spero di non fare errori perché, come alcuni sanno,”Gesù perdona, Giovanni no”.

Oreste Grani

elezione silvestro

Tra tanti scrittori di fantasmi, belzebù, streghe e maghi incatatori non ce n’è uno noto che abbia raccontato quelli dell’area fra il Monte Celio e il Laterano in Roma. Eppure quel territorio fu, in saecula saeculorum, il teatro di una lotta fra i giovanotti romani e le arpie, nude, scapigliate e ubriache, nella notte tra il ventitrè e il ventiquattro di giugno, la notte più breve dell’anno, particoalrmente infesta di spiritacci dell’inferno e di esseri d’oltretomba, numerosi come zanzare in un pantano o come le lucciole del mese.

Per parlare dei fantasmi del primo periodo dobbiamo tornare alla Roma del IV secolo, quando Costantino divenne unico Cesare  e sapere che nella zona laterana sorgeva la Domus Faustae, dimora a vita della seconda moglia dell’imperatore e che da lei, Fausta prendeva il nome. Costatnino si liberò di lei e del figlio Crispo uccidendoli entrambi per soffocamento, e la sua casa ereditata risultò infausta all’uxoricida. I fantasmi dei due congiunti si erano messi alla testa della folla di spiriti che sorgevano nottetempo dal vicino  ossario degli schiavi. Costantino ebbe paura e prestò prima il luogo al vescovo Milziade o Melchiade (un prete africano eletto papa il 2 luglio del 311) perché ci tenesse un concilio contro i donatisti africano dal 2 al 4 ottobre del 313. Quando morì Milziade, Costantino donò al papa successivo, Silvestro I, la villa e anche le adiacenti caserme delle guardie imperiali a cavallo, costituendo il primo patrimonio della Chiesa cattolica, Si tratta della famosa donazione di costantino, che poi si trasformò in Costituttum Costantini, documento falso redatto nell’ottavo secolo, che concedeva al papato il potere temporale.

altro

La falsità era la magia principale del sito e dava luogo a prodigi: almeno così si raccontava. Silvestro I era un monaco del Monte Soratte, gibbo dirupato lungo la Flamina, a poche miglia da Roma. Quando l’eremita seppe che doveva in tutta fretta raggiungere la città per calcare in capo la tiara pontificia montò in groppa a una mula, che lo portò a Roma con tre soli salti. Cose da poeti.

Prendiamo Gioacchino Belli, il sommo poeta romanesco, che dedicò un sonetto a «San Zirvestro», il papa dei tre salti di mula. Per il Belli, «sta mula era il diavolo o la fija». E notiamo che, nella Roma del Belli, si parlava ancora, con un brivido sulla schiena, di quei giorni lateranensi lontani millecinquecento anni, quando si diceva che Silvestro, battezzando Costantino, lo mondò dalla lebbra, quando si raccontava che Silvestro liberò Roma da un drago, chiudendolo in un antro con le sbarre di ferro, serrate fino al giorno del Giudizio Univesale. Altro non è rimasto del lungo papato di Silvestro I che la costruzione della  basilica in Laterano e una miriade di leggende paurose. Dapprima la chiesa, sede del principe della cristianità, fu dedicata al Salvatore, ma subito dopo ai due Giovanni, Giovanni Battista, detto anche il Precursore e Giovanni l’Evangelista, detto anche l’Apostolo Prediletto.

frontone

Il Laterno,  nonostante fosse il centro della cattolicità, sede pontificale per mille anni da Silvestro I a Benedetto XI (1303 – 1304), rimase un ricettacolo di spiriti, almeno uno alla metà del secolo scorso e i demoni furono cacciati dagli italiani con l’espansione urbanistica e l’asfalto sui prati intorno alla basilica e ai palazzi papalini. (Non è però sicura la vittoria degli italiani). Gli spiritacci malefici avevano dovuto affrontare prima un santo della potenza di Giovanni Battista, che si mostrava alato e cefaloforo, cioé con la testa sul collo e con quella decollata in un piatto. Allo scontro sovrannaturale si dedicò in particolare la notte fra il 23 e il 24 giugno, il giorno di San Giovanni di cui Gesù disse: «Fra i nati di donna non venne al mondo mai alcuno più grande di lui».

La festività del Battista è un caso e un segno unico nella Chiesa, che celebra dei suoi santi il giorno della morte, non della nascita. Questa unicità dà vigore a Giovanni Battista, tanto più che il suo giorno  coincide con il solstizio d’estate, momento da cui il sole comincia a scemare fino al Natale di Cristo, alba del sole che cresce, giorno del solstizio di inverno. La forza del Battista tolse all’Evangelista la devozione delle folle. Si ricordò e si venerò principalmente il Decollato. Anzi il santo di Roma è stato più che Pietro, almeno per quindici secoli, il Giovanni del Giordano, colui che cacciava i demoni con l’acqua del battesimo.

Visitiamo adesso la Roma di metà dell’Ottocento, negli ultimi anni della sua grande festa, in quella notte fra il 23 e il 24 giugno, notte di vigilia. Ci troviamo nelle ore dopo la siesta, sulla distesa d’erba da pascolo antistante la basilica lateranense, una spianata in dolce pendio, circoscritta da mura aureliane, fino alla basilica di Santa Croce, la chiesa di Elena, madre di Costantino. Il sole brucia ancora e le pecore si sono ritirate aldilà delle mura. Il popolo di tutti i rioni di Roma lascia le case (vicino ad almeno cinquanta chiese dedicate in città a San Giovanni), e va in gruppi di famiglie verso il Celio. Mancano due ore all’Ave Maria.

festa

Popolo e clero si presentano al Cardinale Arciprete dell’Arcibasilica che, assiso davanti all’altare papale, benedice i caryophilla, i chiodi di garofano dicendo: «Coloro che li gusteranno… si conservino nella pace del Signore». In sacchettini, le aromatiche schegge venivano distribuite alle file dei fedeli, rievocando Costantino che ne faceva omaggio a Silvestro I. E si arrivava al Vespro: suonavano le artiglierie di Castel Sant’Angelo e sui prati adiacenti la basilica si accendevano i falò con la pula e la paglia della mietitura recentissima. Nella notte rischiarata dai fuochi cominciava a svolgersi il rito del salto dei ragazzini e degli uomini sopra le fiamme, e le sagome dei satiri saltellanti eccitavano le donne all’allegria, alla richiesta di danze, sicché le romane figlie di Eva, scuotevano la «cunnola», una sorta di tamburello. Il prato, gli anfratti delle mura, le siepi, i canneti erano un dominio femminile, di esse, che non potevano entrare in chiesa quella notte, perché il martirio del Decollato era dipeso da Erodiade, la danzatrice. La teologia popolare conosceva una testimonianza di Sant’Agostino che affermava che Erodiade si trasformò in strega e che guidò da allora, insieme ad Ecate, l’infernale corteo delle consorelle. La danza di San Giovanni aveva radici profonde nel tempo e nel male. Dove non bastava il mito si aggiungeva il vino, e il vino accompagnava il cibo, in  tovaglie sull’erba o nelle osterie della zona.

Il piatto devozionale erano le lumache cucinate con erbe. I cornuti animaletti in salsa di mentuccia facevano galoppare il dsangue ai commensali, aprivano gli occhi della fantasia sui demoni e sulle streghe, che scendevano come falchi dal cielo sui mortali, a ruote sempre più strette. Guai a lasciare i bambini soli nelle culle! Le case deserte venivano protette con scope incrociate a sbarrare la soglia. Dalla folla radunata in Laterano partivano i «botti» che dovevano spaventare gli esseri infernali. Ognuno si proteggeva con le erbe giovannee, la cipolla, l’aglio e la spighetta. Ma quello che accadeva nei coni d’ombra del prato, negli angoli delle stradine, nei posti nascosti testimoniava l’efficacia dei tentatori. Era lui indemoniato che sollevava le gonne alla ragazza o era lei un’arpia che seduceva il giovane con le nudità delle cosce? Eppure partivano dalle coppie sregolate sospiri d’amore e giuramenti che San Giovanni raccoglieva, un po’ sarcastico come l’asceta che aveva vissuto alla corte di Erode.

triste

«San Giovanni non micca, né inganna». I giuramenti, anche se nati nella perdizione dell’amplesso, erano resi inviolabili dal protettore celeste, dall’angelo cefaloforo e diventavano scambio di promesse nuziali. Il santo principale del Laterano sorrideva compiaciuto della battaglia contro Satana, purché all’alba ognuno dei festeggianti, per quanto avesse peccato, recitasse il doppio Credo e si rendesse conto che non era possibile ingannare il Garante. «Gesù perdona, Giovanni no» diceva un proverbio romano.

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