“Un paesaggio con rovine”, viene definita l’Italia. In alcuni settori, ad esempio la cultura, direi “un paesaggio con macerie”

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Prima ancora di Tangentopoli n°1 (un’era fa), il grande direttore Sawallisch soleva dire che alla Scala, fino ad un’ora dall’inizio dello spettacolo, uno disperava di poter andare in scena. Non c’era niente che funzionava e gli elettricisti (fondamentali in una messa in scena) mugugnavano con i fondali ancora non montati. Poi la sala si riempiva, le luci puntualmente si accendevano, l’orchestra attaccava l’ouverture e tutto filava liscio come l’olio. “Sono i nostri miracoli”, dice va venti anni fa, Riccardo Chiaberge, nel suo Cervelli d’Italia. La formula era la stessa di sempre dove la fantasia e la professionalità dei singoli supplivano alla carenza delle strutture. Tutti verbi coniugati “al passato”. Anche nel calcio sentivo dire cose come quelle che ho appena scritto. Che fine abbiano fatto  fantasia e professionalità è testimoniato dalle botte che gli italiani si sono dati nello spogliatoio, in Brasile, dopo la recente esclusione.

Ho promesso ad un amico (sempre a me più caro) che avrei postato alcune considerazioni – sul mondo della lirica – risalenti a oltre vent’anni fa. Lo faccio saccheggiando dati, un poco qui, un poco là. Tenete conto che quanto riporto descrive esattamente la situazione come era in quegli anni. Dopo queste memorie rimarrò in attesa che qualcuno mi dica quale sia oggi la situazione. Non del calcio, mi raccomando. Voglio sapere a che punto è, in Italia, che ne è stata madre,il mondo della Lirica. Venti anni fa il personale della Scala,come quello di tutti gli Enti lirici, era inquadrato nel contratto dei pubblici dipendenti. Ottocento persone tra coro, balletto, costumisti, tecnici, uscieri e segretarie. La normativa era rigidissima. Di licenziare non se ne parlava, ma nemmeno di spostare un impiegato da un ufficio all’altro. Era certo il ricorso al Tar con annessi e connessi. Gli stipendi erano bassi di partenza ma furono gonfiati con ogni sorta di voci aggiuntive: l’indennità sinfonica, l’indennità di parte reale, il riscatto riposo, lo straordinario diurno e notturno, l’indennità di lingua straniera per il coro. Chiedere ad un violinista di ripassarsi la parte a casa, come fanno in tutto il mondo, era considerato un sopruso inaudito. Mentre alle orchestre straniere bastavano una o due prove, qui ce ne volevano anche fino a sette. Si dice che se mancavano uno o due elettricisti, tutti a casa, la prova era sospesa. Centinaia di attrezzisti, sarti, falegnami, pittori bravissimi, che avrebbero potuto mettersi in cooperativa e guadagnare sicuramente di più senza gravare sul bilancio dell’Ente. In quegli anni tutti preferivano quello che si chiamava “posto sicuro”. Tutti compatti dietro ai sindacatini autonomi per chiedere tutto: retribuzioni da privati e garantismo tipico, allora, dell’impiego pubblico.

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Il soprintendente di turno, povero cristo, si arrabbattava come poteva facendo la spola tra Milano e Roma, tirando la giacca a sindaci e ministri. In quegli anni, rispetto al budget (per le rappresentazioni) si navigava a vista, senza nessuna certezza del futuro. Mentre l’Opéra o Bayreuth sapevano di poter contare su un certo ammontare di fondi pubblici, la Scala dipendeva dagli alti e bassi della congiuntura e dalle alchimie della legge finanziaria italiana. Impossibile quindi programmare in queste condizioni. In quegli anni Jessye Norman o Placido Domingo avevano l’agenda per anni e certamente non potevano essere scritturati all’ultimo momento a meno di non allettarli con cachet miliardari sia pur all’epoca milionari in dollari o marchi.

La patria di Verdi e di Toscanini, nei primi anni ’90,  contava la bellezza di tredici Enti lirici (quanti sono oggi?), inquadrati nel parastato, che davano lavoro a 4500 persone e costavano all’erario tra i 400 e i 500 miliardi di lire l’anno. Nel 1994, i miliardi furono 461 ma la tendenza era verso una riduzione progressiva. Sarebbe interessante che qualcuno mi dicesse a quanto ammonta oggi la spesa di settore. Molti di quei 13 enti lirici, avevano un cartellone che durava pochi mesi. Il Massimo di Palermo era chiuso dal 1974 in attesa che si completassero i lavori di restauro e così le stagioni si facevano al Politeama. In giro per l’Italia dove non c’era un teatro all’altezza, si tenevano Festival: Rossini a Pesaro, Pergolesi a Jesi, Puccini a Torre del Lago. La frammentazione dell’Italia preunitaria ricalcava la nostra geografia operistica. Dico questo in chiave semi seria perché fonti certe sostengono che nel 1650, nel territorio che oggi chiamiamo Italia, si contavano una quarantina di città dotate di un teatro d’opera più o meno stabile e che alla fine del Settecento erano oltre ottanta.

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Nel 1846, data certa, l’Ernani di Giuseppe Verdi andò in scena in una sessantina di città e centri minori compresi Saluzzo, Voghera, Senigallia e Castiglione delle Stiviere. In quegli stessi anni si mettevano in scena la Norma di Bellini o il Belisario di Donizetti a Chivasso e a San Giovanni in Persiceto. Senza con questo voler offendere la dimensione o la dignità di tali deliziose cittadine. È il contrario: voglio dare la dimensione del fenomeno diffuso e coraggioso di quegli anni.

Negli anni Novanta dell’Ottocento, nonostante la politica di vera austerità e buona amministrazione alla Quintino Sella, sopravvivono oltre mille teatri tra lirica e prosa. Di questi undici sono considerati di prima categoria tra cui la Scala, il Regio, la Fenice, il San Carlo di Napoli, il Bellini di Catania, il Carlo Felice di Genova e, spero di non sbagliarmi, il Petruzzelli di Bari. Ancora venti anni addietro, figlio di questo policentrismo e diffusione sul territorio ottocentesco, si contavano nella sola Emilia-Romagna novantotto teatri. Poi ci sono state le Grandi guerre e il fascismo. Nel dopo guerra, passo dopo passo, grazie alla capacità della partitocrazia di ostruire tutto, si arriva all’epoca dove spesa e spreco cominciano a divenire sinonimi. Un caso su tutti: al culmine dell’era andreottiana, sotto la guida del soprintendente Giampaolo Cresci (un ex dirigente RAI in quota DC – fanfaniani), l’Opera di Roma prende una direzione sardanapalesca e allestisce spettacoli costosissimi. Comincia in quegli anni una vera guerra tra il Cresci e Fabio Isman che, dalle colonne del Messaggero, quotidiano della Capitale, denuncia sprechi e ipotizza altro. Quattordici milioni per sei cavalli e una biga da far sfilare nell’Aida; trentacinque per prendere in prestito una scimmia, un cammello e un dromedario; quasi mezzo milione a testa alle nove “trombe egizie” del corteo inaugurale. Inoltre: diciassette valletti pagati centosettanta milioni per otto mesi, trecentosedici milioni sborsati in un anno per noleggio di tappeti persiani, consulenti musicali retribuiti trentasei milioni a trimestre, cento milioni a un architetto, responsabile delle scenografie, che avrebbe prodotto soltanto progetti irrealizzabili, e altri quattro al mese per l’assistente dell’architetto “inutile”. Un ex pompiere, promosso segretario del soprintendente, vola a Parigi per portare un contratto al direttore Daniel Oren, nell’era in cui ormai c’erano i fax. Il tenore Luis Lima scritturato con tre giorni di preavviso per un Natale di Roma, prende un aero taxi da Londra e poi presenta il conto: diciotto milioni. Direte: ma erano lire; quanto la fai lunga! Per tre anni, Cresci governa come un satrapo orientale.

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A chi gli rinfaccia la follia di certe spese, replica con minacce. “Ho dato incarico ai miei avvocati di querelare chiunque usi il termine spreco nel descrivere la mia attività”. Quando, alla fine del ’93, i debiti del Teatro dell’Opera raggiungono quota cinquantatré miliardi, si dovette arrendere. Ma nell’ultima riunione del consiglio prima dello scioglimento, ebbe ancora il candore (o la faccia di c.) di dire: “Sono venute meno le premesse di finanziamento fatte dal presidente Andreotti e non si sono concretizzate alcune sponsorizzazioni”. E quel che più conta, “è cambiato l’assetto politico”. Testuali parole, trascritte a verbale. E poi dice che uno (alla Totò) si butta a sinistra! Come se la salute di un teatro dipendesse dai rapporti di forza tra partiti e non dalla capacità di chi lo dirige. Ve lo immaginate il direttore della Royal Opera House che si lamenta perché i laburisti hanno soppiantato i tories? I partiti, in quegli anni, hanno minato (come quasi tutto il resto della vita del Paese)  le nostre attività culturali. Difficile scrollarsi di dosso l’eredità. Anche e soprattutto perché se leggete il “coccodrillo” che dedicarono allo spendaccione Cresci tutti gli esponenti della politica partitocratica capite perché, al di la dell’umana pietà, aggiustare le cose in Italia risulterà sempre estremamente difficile. Nella prossima puntata, utilizzando nuovamente i ricordi di Riccardo Chiaberge, proverò a descrivere cosa hanno saputo fare, in quegli stessi anni, all’estero, a Vienna come a New York.

Leo Rugens

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P.S.

Vi allego uno dei cento articoli che furono dedicati alla dipartita di Giampaolo Cresci, grande giornalista o direttore di giornali che fosse, ma sicuramente un sovrintendente (prestato al Teatro dell’Opera di Roma) dissipatore di denaro pubblico. Denaro dissipato anche a suo vantaggio, visto le dimore in cui viveva.

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E’ MORTO PER LE COMPLICAZIONI DI UNA OPERAZIONE CHIRURGICA. DAL 1997 ERA ALLA GUIDA DEL QUOTIDIANO ROMANO. IL CORDOGLIO DI CIAMPI

Cresci, una vita tra politica e giornalismo

Scomparso ieri il direttore del “Tempo”. Aveva 69 anni. D’ Alema: era un oppositore umano e leale

E’ morto per le complicazioni di una operazione chirurgica. Dal 1997 era alla guida del quotidiano romano. Il cordoglio di Ciampi Cresci, una vita tra politica e giornalismo Scomparso ieri il direttore del “Tempo”. Aveva 69 anni. D’ Alema: era un oppositore umano e leale ROMA – Il direttore del quotidiano romano Il Tempo, Gian Paolo Cresci, 69 anni, e’ morto ieri mattina in seguito ad un intervento alla prostata: l’ operazione, piu’ volte rinviata, e’ riuscita ma il sistema cardiocircolatorio, che gia’ aveva subito un infarto diversi anni fa, non ha retto. “Ho perso un fratello” ha esclamato commosso il regista Franco Zeffirelli uscendo dalla camera ardente allestita alla clinica Paideia dove era ricoverato Cresci. Alle 12 di oggi si svolgeranno i funerali alla chiesa di S. Eugenio, alle Belle Arti. La salma verra’ poi trasferita al cimitero di S. Felice Circeo, dove il giornalista ricopri’ la carica di sindaco. Dopo l’ intervento Cresci si era subito ripreso: la sera prima di morire aveva telefonato al vicedirettore Mauro Trizzino chiedendogli notizie sulla prima pagina. Racconta il suo collaboratore: “Era in gamba come sempre, vivacissimo. Sara’ insostituibile anche per la sua profonda conoscenza della Capitale”. Una carriera nata nel giornalismo fiorentino con incarichi poi al Mattino di Napoli e alla Gazzetta del Popolo di Torino, si trasformo’ via via in un’ attivita’ culturale e politica. Fondatore con Augusto del Noce del mensile Prospettive nel Mondo, capo ufficio stampa della Rai ai tempi di Bernabei, consigliere nazionale della Dc, amministratore delegato della Rusconi Film, responsabile delle edizioni “Cinque Lune”, fu per tre anni, dal’ 91, sovrintendente al Teatro dell’ Opera di Roma. Tornato al giornalismo, nel giugno ‘ 97 divenne direttore del Tempo. Massimo D’ Alema ha reso omaggio a Cresci con parole forse inattese: “Con lui scompare un uomo carico di umanita’, un avversario leale nell’ affermare le proprie posizioni politiche sempre attento ai valori delle istituzioni e aperto al confronto democratico”. Veltroni ne ricorda “la verve giornalistica”, il presidente della Camera Violante parla di “uomo di salde convinzioni e di impegno coerente”, il presidente del Senato Mancino sottolinea l’ impegno di Cresci “a rendere proficuo e interessante il rapporto tra classe politica e cittadini”. Anche il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha espresso il suo “sincero dolore” per la morte di Cresci, “giornalista attento e sensibile”, ricordandone “l’ impegno da lui profuso nell’ arco della sua carriera al servizio dell’ informazione”. Fini, Buttiglione, Casini, Segni, i ministri Dini, Jervolino e Folloni, e tanti altri esponenti politici, compreso Craxi, hanno inviato alla redazione del Tempo messaggi di cordoglio. G. Pull.

IL RITRATTO Il “fedelissimo” di Fanfani amato anche dagli avversari La morte, inopinata, scaccia dal Gran Teatro della politica e dell’ informazione Gian Paolo Cresci. Su di lui, il “pesce pilota” di Bernabei, il Gran Ciambellano di Fanfani negli anni d’ oro del potere democristiano, per oltre un quarto di secolo si sono abbattuti gli strali impietosi della stampa di sinistra e radicale. Mario Melloni, il mitico Fortebraccio dell’ “Unita”, non ha mai perso di vista quel fiorentino che si era fatto le ossa nella cronaca del “Mattino”. Ma l’ inossidabile “Crescione” forse manchera’ un pochino anche al critico e scrittore Sergio Saviane, che sulle colonne dell’ “Espresso” lo pungeva senza pieta’ . Erano gli anni Settanta. La stagione di Bernabei e dei Mezzibusti. Delle censure alle ballerine, ma anche del buon giornalismo di “TvSette”. Cosi’ fa un certo effetto leggere l’ epitaffio funebre di Massimo D’ Alema in onore di Cresci, “uomo carico di umanita’, un avversario leale…”. Un riconoscimento postumo per l’ inaffondabile Gian Paolo, che nella sua vita ne ha fatte di cotte e di crude, come si dice a Roma. Riusci’ persino a salvare dall’arresto il regista Roberto Rossellini, inseguito dai finanzieri, per una strana storia di evasione fiscale. Almeno cosi’ si racconta tra Cinecitta’ e il Palazzo. Tanti anni fa il nostro s’ imbarco’ su un aereo per Mosca al solo scopo di portare la borsetta dimenticata da Bianca Rosa, prima moglie di Fanfani. Quando divento’ direttore dell’ Opera di Roma, riusci’ a organizzare a Caracalla il primo concerto dei “Tre tenori” (Domingo, Pavarotti, Carreras). Un successo. Gia’ , fino all’ ultimo, Cresci non ha finito di stupire sia gli amici sia i nemici. Ne aveva tantissimi. Su entrambi i fronti. Quanto ai secondi, cioe’ gli avversari, sapeva coccolarli e adularli alla pari dei suoi denigratori. Se non di piu’. Convinse il “comunista” Luchino Visconti a girare un film, “L’innocente”, per il “nemico” Rusconi. All’ “insaputa” di Fanfani, Cresci s’ iscrisse alla P2 di Licio Gelli, senza considerarlo un infortunio. Anzi. Tutti affondavano e lui continuava a galleggiare, giulivo e controcorrente, nella palude degli incarichi pubblici. Fonda una rivista, “Prospettive nel mondo”, e qualche mese dopo in via delle Carrozze, sede della pubblicazione, compare una targa commemorativa per ricordare come in quel palazzo “un pugno di uomini liberi” aveva dato vita a quell’iniziativa politico e culturale. E ancora. Inventa la tv del dolore (“Un volto, una storia”). Da’ vita all’ Universita’ della terza eta’. Organizza un convegno sul “ritorno degli angeli”. Cresci era unico nel suo genere di “faccendiere” della politica e della comunicazione. Nel bene come nel male. Impose lo smoking ai frequentatori dell’ Opera, ma alla festa di Natale della Sacis, consociata della Rai, faceva esibire gli zampognari. Con il passare degli anni, Gian Paolo andava sempre piu’ rassomigliando al Gabibbo, il simpatico e rotondo pupazzo di “Striscia la notizia”. Non se ne adontava. Questa, invece, e’ storia di oggi. Chiusa la prima edizione del “Tempo”, Cresci raggiungeva a piedi la vicina piazza del Popolo. E dal ristorante “il Bolognese” ritirava “la cena”, cosi’ la chiamava, per il suo gatto, avuto in eredita’ dalla mamma, morta da poco. Una perdita, e un dolore, forse incolmabili anche per lui, portaborse dai mille volti. Fernando Proietti

Pullara Giuseppe, Proietti Fernando

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(9 ottobre 1999) – Corriere della Sera