Alla vigilia di Argentina-Germania, un brano sull’amore per il calcio, scritto nel lontano 1990 da Italo Cucci, ci deve far riflettere

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Papa Francesco, in queste ore che precedono la finale Argentina – Brasile, ricorda come lo sport possa essere stimolo alla convivenza pacifica. Giusto ma, in parte, questa volta dissento da un uomo che pure ammiro per pensiero e azione. Lo sport deve ritrovare una sua etica o finisce nel grande minestrone della manipolazione dei consumi indotti. Se non addirittura rischia di essere la più deleteria tra le sostanze a base d’oppio con cui si ottenebrano le coscienze dei popoli. A questo proposito rileggo, dopo 24 anni, un testo scritto da Italo Cucci, per “Azzurri 1990, Storia bibliografica emerografica iconografica della Nazionale Italiana di Calcio”. Mentre digito, mi accorgo che la grande mente che sovrintende a questo luogo informatico a cui accedo con la tastiera, non riconosce il termine “emerografica” e che è opportuno confermare la sua esistenza. “Storia emerografica” vuol solo dire che il libro per cui scrisse, all’epoca, Italo Cucci nacque anche grazie alla documentazione – attinente alla Nazionale di calcio – giacente nelle emeroteche di Stato cioè il posto dove si conservano i giornali quotidiani, i settimanali, le riviste di ogni periodicità. Mi sembra un secolo quando, nella casa editrice La Meridiana Editori, ho visto nascere gli otto volumi “azzurri” di cui uno, quello dedicato al calcio a Bologna, conteneva, tra gli altri saggi, il pensiero di Cucci che oggi riproduco.

In realtà del pezzo intitolato “Bologna, il calcio, una città”, riporto solo una parte. Lo faccio perché un uomo è anche le sue nostalgie. Ed io, come tutti, invecchiando, non voglio sottrarmi a questa legge. Mi manca quel 1990, mi mancano i miei quarant’anni per mille motivi ma, soprattutto perché, dopo quel Mondiale, vittorie o meno per l’Italia, il calcio e lo sport in generale, nel nostro Paese, hanno preso la strada della relazione sempre più stretta e condizionata delle scommesse in mano alla criminalità organizzata, degli sponsor grandi evasori fiscali, della corruzione legata agli impianti da costruire. Quella data, 1990, doveva essere uno spartiacque e così è stato. Ma, in negativo e senza ritorno.

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Le parole di Italo Cucci sono di altissimo profilo ma non compensano i prezzi che ancora paghiamo in quest’ambito della vita collettiva. L’Italia, purtroppo, ormai è satura e “prigioniera” di troppi calciatori/divi bianchi, neri o a strisce che siano e di presidenti di tutte le risme che per  i più diversi motivi spargono “oppio” per  gli italiani tossicomani della palla che rotola. A volte in rete. Mi fermo qui.

Diamo spazio “letterario” al raffinato conoscitore del calcio italiano.


Ho pensato, spesso, se non sia un legittimo quanto folle desiderio di conquistare l’eterna giovinezza – se non proprio l’immortalità, che certo richiede altro impegno – a portarci così numerosi e devoti al calcio. Esiste una felice definizione coniata, se ben ricordo, dal giovane Walter Veltroni che colloca il gioco del pallone in una vasta area di conoscenza che ne giustifica il successo: Il calcio, una scienza da amare. Ecco che con un pizzico di parole si fa giustizia di tanto malanimo accumulatosi per anni intorno allo sport più popolare del nostro paese soprattutto a causa di un equivoco prodotto e nutrito da certi ambienti intellettuali: per colpa del calcio noi saremmo alle soglie del terzo mondo, all’avanguardia dell’effimero, epigoni degli imbelli fruitori di circenses, alfieri di una ideologia muscolare propagatrice – e siamo al giorno d’oggi (24 anni fa ndr)  – di una violenza assurda che organizza negli stadi le sue oscene parate. Certo, l’amore per il calcio ci tiene giovani – almeno “dentro”, in una nicchia scavata a fianco di altri e più nobili sentimenti – e costantemente allenati ad un impegno dialettico ch’è fatto spesso di luoghi comuni e offre tuttavia il destro per impratichirsi e abituarsi all’esercizio della chiarezza: il popolano o il dotto, il tifoso o il giornalista sanno raccontare la loro storia – o la loro opinione – sul pallone senza offrire il destro a fraintendimenti, a contorcimenti linguistici, a esibizionismi che neppure apprezziamo negli attori della partita.Il linguaggio del calcio – quello giusto – è essenziale come la trama del gioco – quello giusto. non è una scienza da patire, da svelare in laboratori oscuri o penosi: il calcio è davvero una scienza da amare, a cielo aperto, nel sole, nella pioggia o nella notte, a fianco a fianco con altri amorosi scienziati che magari hanno raggiunto verità diverse dalle tue, o neppure le hanno cercate fermandosi pervicacemente alle proprie per eccesso d’amore (perché malati di tifo, che non è la peste bubbonica ma sana limpida follia) e la cui presenza è tuttavia necessaria perché – questa è l’unica indiscutibile verità – il calcio non esiste senza la sua gente. Il giorno in cui lo stadio sarà vuoto – e forse affollata solo la sala in cui troneggia il televisore – allora il calcio sarà finito. Forse per esaurimento delle scorte d’amore o perché avremo accettato – non immagino il motivo – la fine della giovinezza“.

Italo Cucci

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Questa qualità di pensiero si merita, ventiquattro anni dopo, quello che non cessa di avvenire negli stadi, fuori degli stadi, in borsa (le squadre sono – in modo ridicolo – quotate in borsa), nelle trame del riciclo dei capitali sporchi, nei tonfi della Nazionale?

Oreste Grani