Quando si chiede, alla rete, “quanto si guadagna nei servizi segreti?”, è doveroso predisporsi a come formarsi all’aristocratica arte del ritirarsi sapendo dire di no

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Oggi mi voglio concedere il lusso, dopo troppi anni di voli bassi –  se non radenti – a cui i nemici di Ipazia alessandrina mi hanno costretto, di tornare a ragionare di cose a cui ho saputo pensare, prima di queste ore ingiuste che ora sono costretto a contare. Lo farò consapevole dei limiti culturali che da sempre mi connotano ma forte del desiderio incontenibile di tornare a volare, quasi fossi  l’omino di chagalliana memoria che era sapientemente celato nel “blu dipinto di blu” che rese immortale Domenico Modugno e le sue braccia spalancate. Vengo al fatto: io che in gioventù (erano i primissimi anni ’70) avevo visto e spiegato ad altri le “stampanti a distanza” (in realtà erano i telecopier X 400 della Rank Zerox) ho potuto, finalmente, vedere in funzione le stampanti 3D. A questo avvenimento dedico (con gratitudine verso Antonella e Roberto chi mi hanno consentito di provare la forte emozione) considerazioni che rintraccio tra le pieghe dei materiali didattici che negli anni ho selezionato per la scuola di intelligence culturale che, prima o poi, alla faccia dei nemici della Repubblica, riuscirò ad inaugurare.

Quelle che seguono possono apparire cose di poco senso in quanto dette lontane dalle aule, dall’azione di stimolo dei docenti e dal teatro della memoria elettronico previsto per gli studenti desiderosi di divenire analisti di intelligence culturale e, in quanto tali, futuri  servitori dello Stato. Come dicevo, questo post è dedicato sia agli amici che mi stanno soccorrendo che alle migliaia di donne e uomini  “curiosi” che chiedono alla rete “quanto si guadagna nei servizi segreti”, “come si entra nei servizi segreti”.

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Veniamo alle riflessioni, nella speranza di fare cosa gradita a chi si candida al compito complesso di saper estrarre dalla realtà quello che c’è ma non si vede.

Il nostro rapporto con la realtà, come tutti sanno, è interamente mediato dagli organi di senso, i quali però si limitano a cogliere degli stimoli e a trasmetterli al cervello, il vero responsabile di quello che chiamiamo “percezione della realtà”. In un certo senso, la realtà è quindi determinata dalle strutture celebrali e dall’elaborazione che queste fanno delle informazioni sensoriali per trasformarle in forme, suoni, odori, sapori. D’altra parte, queste stesse strutture assumono la loro conformazione definitiva in un lungo e progressivo processo di maturazione, guidato e direzionato dagli stimoli del mondo esterno. La nostra coscienza del mondo sembra quindi il risultato di un  processo circolare: la realtà costruisce il cervello, e il cervello ricostruisce la realtà.

I cinque sensi lavorano congiuntamente per fornirci informazioni sulla realtà, ma in questa azione coordinata la vista ha un ruolo privilegiato e speciale. Anche il linguaggio sembra sancire il primato della visione attribuendole un suo verbo specifico: si “vede” un’immagine (oggi più che mai!) mentre tutto il resto (suoni, odori, sapori, sensazioni tattili) genericamente si “sente”. Non solo la vista è il senso a cui più volentieri affidiamo la prova di realtà (“l’ho visto con i miei occhi”), ma talvolta sembra capace di uscire dal nostro corpo per interagire con il mondo (“lancio uno sguardo”). E infatti è proprio nel campo della visione che gli studi di Intelligenza Artificiale sono cominciati per primi ed oggi sono più avanzati.

I tentativi di costruire (in parte ormai riusciti) macchine capaci di “vedere” dimostrano la complessità di quest’operazione apparentemente semplicissima e forniscono interessanti indicazioni sui meccanismi di funzionamento della visione nell’uomo. Ma, la complessità della visione, scopriamo sempre di più, sta nel suo essere più un’interpretazione che non una lettura del mondo circostante: quando gli oggetti a tre dimensioni vengono trasformati in immagini bidimensionali dalla retina, buona parte dell’informazione sulla loro forma va perduta, ed è necessario ricostruirla a partire da ipotesi basate sulle esperienze precedenti. Quest’ambiguità, intrinseca a qualsiasi immagine, è dimostrata dall’esistenza delle illusioni ottiche, che talvolta ci pongono di fronte ad esperienze paradossali e apparentemente inspiegabili. Tutto questo ragionare, lo dovete o, meglio, lo dovrete vivere durante i percorsi addestrativi e formativi, in una chiave narrativa caratterizzata da continui elementi metaforici e analogici.

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Gli esperimenti degli psicologi della percezione, per anni, si sono concentrati sui paradossi percettivi a cui faccio riferimento e le illusioni d’autore mostrano come gli inganni ottici dipendono proprio dalla formulazione di ipotesi sbagliate di fronte a dati sensoriali equivoci, insufficienti o semplicemente inusuali. Spero che in molti comprendiate che ci avviciniamo, sin da questi primi spunti teorici, alla complessità e responsabilità implicita nel “mestiere” di analista di Intelligence Culturale che in tanti sembrate desiderare. Comunque, nonostante i miei limiti e di questo blog, farò di tutto per stimolare altre domande da quella solita, inutile, “deviata” formulata, quotidianamente: “quanto si guadagna nei Servizi segreti?”.

Torniamo agli stimoli. Vi è un’altra categoria di illusioni con cui si dovrà fare i conti se si vuole intraprendere l’arte dell’intelligence e sono quelle cognitive. Esse mostrano come anche al livello delle nostre facoltà superiori (la ragione e la conoscenza) si infiltrino spesso dei passaggi mentali obbligati, inconsapevoli e piuttosto stupidi, che di fronte ad un problema concettuale ci portano a formulare e a difendere delle false ipotesi, per una serie di automatismi logici simili agli inganni percettivi in cui cadono i nostri sensi.

Questa sera ci fermiamo qui, in attesa di essere resi edotti dalla rete se il cento per cento, di voi curiosi, è solo interessato a sapere “come si entra nei servizi segreti”, “come si viene assunti nell’AISE/AISI”, per motivi prettamente economici oppure, sia pur in tempi di drammatica disoccupazione, c’è qualcuno che vuole servire la Comunità repubblicana, preparandosi a soddisfare il bisogno di sicurezza ed intelligenza dello Stato e dei suoi cittadini. In Leo Rugens siamo interessati a elementi che si candidano a come formarsi all’aristocratica arte del ritirarsi sapendo dire di no.

Oreste Grani